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Quei 43 parmigiani «camicie rosse» insieme ai Mille

Quei 43 parmigiani «camicie rosse» insieme ai Mille
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Laura Ugolotti
«La camicia rossa ci è stretta nelle carni». Così scriveva Antonio Giulio Barrilli, scrittore e patriota. E forse la sua è l’espressione migliore per sintetizzare quello che, anche nel Parmense, fu l’entusiasmo e la partecipazione alle imprese garibaldine e al Risorgimento.
Si è scritto spesso del contributo che la terra ducale diede alla spedizione dei Mille, e quindi all’Unità d’Italia, e in particolare di quei 17 garibaldini che con «l'Eroe dei due mondi» sbarcarono a Marsala; ma pochi sanno che in realtà la partecipazione parmigiana fu molto più numerosa e precedente alla spedizione dei Mille.
Oltre ai 17 che sbarcarono a Marsala, infatti, 26 parmensi, provenienti dalla città ma anche, in gran numero, dalla provincia (Sala Baganza, Berceto, Neviano degli Arduini) sbarcarono prima a Talamone, con il compito di fare da «specchietto per le allodole» attirando l’attenzione dell’esercito borbonico e agevolare i Mille. «Dai documenti risulta che furono 60 tra parmigiani e piacentini, a partecipare alla spedizione dei Mille - dice Roberto Spocci, direttore dell’Archivio storico comunale -. Non solo: furono migliaia i garibaldini parmensi che parteciparono al Risorgimento, anche prima e dopo la spedizione dei Mille. Molti erano volontari, quindi non risultavano dagli elenchi ufficiali».
In città, ma soprattutto nelle campagne, Giuseppe Garibaldi incarnava l’idea del riscatto, nazionale, personale e anche sociale. «All’epoca - continua Spocci - specie nella Bassa,  c'era il mito del ‘Cristo socialista’, del ‘nazareno dalla rosse chiome’, cioè la trasfigurazione laica del Cristo. Alle spedizioni garibaldine parteciparono molti intellettuali, ma il Risorgimento fu soprattutto una rivoluzione popolare, voluta e fatta dal popolo».
Anche dal popolo di Parma, che all’epoca era un territorio strategico. Proprio qui, infatti, viveva Gaspare Trecchi, agente di collegamento tra Garibaldi e il Re. Di Parma era Eugenio Ravà, tra i più giovani garibaldini a partire da Quarto; di Langhirano era Faustino Tanara, che prese parte a tutte le campagne di Garibaldi; a Parma si stabilì, dopo il Risorgimento, il piacentino Pietro Pecchioni, che concluse la sua vita come «barcaiolo» del Parco Ducale.
Parma, insomma, è stata tra le città che hanno sacrificato il maggior numero di giovani alla causa del Risorgimento e ai suoi valori, che ancora oggi sopravvivono nella memoria collettiva della città e nei suoi monumenti. «La statua  di  Giuseppe Garibaldi in piazza - fa notare Roberto Spocci -  ha una grande valore simbolico.  La maggior parte dei cortei   partono da piazzale Santa Croce, attraversano il Ponte di Mezzo e arrivano  in piazza Garibaldi. Non è un caso: era lo stesso percorso che nell’800 facevano i garibaldini parmensi che si riunivano nell’Oltretorrente, diretti prima verso il Teatro Regio, dove era posta la targa di Garibaldi, e poi verso la piazza, quando, nel 1893 la statua venne posta». «Non solo - continua il direttore dell’Archivio storico comunale - La statua di Garibaldi è stata posizionata nella piazza maggiore, verso cui confluiscono via Cavour, via Mazzini, via Farini e via della Repubblica. Più al centro del Risorgimento di così!».   

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