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"La situazione era esplosiva e Silingardi se ne lavò le mani"

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La mente della grande truffa? Fu il grande capo di Parmalat. «Non può disconoscersi come Tanzi sia stato l’ideatore di tutto il sistema di falsi», scrivono i giudici della Corte d'appello di Milano  che hanno confermato la condanna a 10 anni per aggiotaggio, ostacolo alla vigilanza Consob e falso dei revisori.   Ma anche Luciano Silingardi, ex membro del cda di Parmalat finanziaria oltre che del comitato di controllo interno,  sapeva dei falsi, secondo i giudici d'appello  che il 26 maggio scorso l'hanno condannato a 3 anni per aggiotaggio, ribaltando l'assoluzione di primo grado. «Per quanto riguarda la posizione di Silingardi - scrive la Corte nelle motivazioni - non può parlarsi di conoscibilità dei segnali, ma di effettiva conoscenza dei medesimi».
I giudici dedicano ampio spazio  al colloquio tra Silingardi e Tanzi dell'8 dicembre 2003, quello in cui,  secondo una prima versione  dell'ex presidente di Cariparma, l'allora  numero uno di Parmalat  gli avrebbe parlato solo  del mancato rimborso della quota del fondo Epicurum e avrebbe espresso dubbi  sulla liquidità del gruppo, mentre al processo di primo grado Silingardi ha affermato di aver saputo durante quell'incontro dell'inesistenza di Epicurum. «Quale sia stato il contenuto  del colloquio... - sottolineano i giudici - il dato fondamentale è questo: il velo della finzione e della falsità dopo il colloquio  cala del tutto».
Insomma, Silingardi avrebbe  potuto bloccare i successivi comunicati    falsi dell'azienda, ma non lo fece.  Non solo. Secondo i giudici,  «quale presidente di Cariparma (a seguito di sponsorizzazione di Tanzi), l'imputato doveva essere a conoscenza  comunque  che su tale banca  erano transitati gran parte dei flussi di denaro dal gruppo Parmalat  sia a Sata che alle società del turismo».
Ma l'ex numero uno di  Cariparma non sarebbe responsabile solo per ciò  che è avvenuto dopo l'8 dicembre 2003, quindi per un periodo limitato visto che l'insolvenza di Parmalat viene dichiarata il 22, ma anche per il periodo precedente. La Corte cita la riunione del comitato di controllo interno del 7 novembre 2003, indetta da Silingardi proprio per analizzare la situazione di Epicurum. Tuttavia, poi, secondo i giudici, Silingardi evitò di fare «qualsiasi serio approfondimento». Dunque, la situazione gli sarebbe stata  chiara  anche prima dell'8 dicembre: «... caso mai tale data - si legge nelle motivazioni - rivela perché, da essa in poi, il comportamento del prevenuto sia ancor più censurabile: egli è di fronte  a una situazione esplosiva e, in modo “pilatesco”,  se ne lava le mani; si dimette senza spiegare le ragioni». 
E se Silingardi era al corrente dei falsi elaborati dai big seduti in   cabina di regia,  Giovanni Bonici, ex numero uno di Bonlat e di Parmalat Venezuela,  non era - per la Corte - «una mera testa di legno».  Non è possibile, secondo i giudici d'appello, affermare -   come ha fatto il tribunale di primo grado che assolse l'ex capo di Bonlat  -  che «Bonici quando firmava un contratto, non avesse piena consapevolezza».  Due anni e sei mesi   la condanna inflitta dalla Corte a Bonici,  perché  «non è vero  che l'imputato non sapesse  che Bonlat fosse una scatola vuota. Bonici - sottolineano i giudici -  era non solo consapevole della fittizietà delle operazioni e anche prima del 2003 conosceva il ruolo particolare della Bonlat, ma era altresì consapevole  della fittizietà  dei ricavi ottenuti dalla società attraverso operazioni inesistenti».
Era  un amministratore con tanto di delega, Bonici, ma venne meno ai suoi doveri. «... egli sapeva - precisa la Corte - che i dati falsi entravano nel consolidato di Parfin, e quindi  comunicati alla Consob. Se l'imputato era certamente escluso  dal sistema di gestione informatico Hqr, quel sistema in cui venivano immessi i dati reali... nondimeno  sapeva dell'incidenza  dei dati di Bonlat  sul consolidato, e quindi doveva rendersi conto   dell'idoneità  di quella diffusione di notizie false  ad alterare le negoziazioni e quindi a consumare il reato di aggiotaggio». G. Az.
 

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