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La bici per andare al lavoro? Per l'Inail «non è necessaria»

La bici per andare al lavoro? Per l'Inail «non è necessaria»
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 Monica Tiezzi

Se gli enti locali incentivano in ogni modo l'uso della bici, investendo in ciclabili e stipulando convenzioni per l'acquisto di due ruote elettriche, l'Inail (Istituto nazionale infortuni sul lavoro) la pensa diversamente: al punto da arrivare a sostenere che la bici, per andare al lavoro,  «è un mezzo privato il cui uso non è necessario». E pertanto, in caso di incidenti, non è prevista alcuna indennità.
E' scritto   così nella lettera che l'Inail di Parma ha spedito nei giorni scorsi a Roberto Melli, professore di diritto al Bodoni e insegnante a contratto per il corso di laurea in Scienze infermieristiche del nostro ateneo, che a metà maggio è stato investito da un'auto all'altezza del Ponte di Mezzo, mentre - come fa da trent'anni - andava in bici dalla sua abitazione nella zona di via Anna Frank all'istituto di viale Piacenza. 
«Un percorso bellissimo, che tocca via Pizzi, la Cittadella, il Lungoparma, via Farnese e il Parco Ducale. Quasi tutto di ciclabile, non pericoloso, come dimostra il fatto che in quasi trent'anni ho avuto un solo lieve incidente, incantevole al mattino presto. E con un tempo di percorrenza medio di 15 minuti», dice Melli. 
La prognosi per l'investimento è stata di otto giorni (una distorsione alla caviglia sinistra) e dopo la visita al pronto soccorso i medici, come di prassi, hanno inviato la pratica all'Inail per il riconoscimento di infortunio, visto che l'incidente era avvenuto lungo il tragitto per raggiungere   il posto di lavoro. 
Ma la risposta dell'istituto di via Abbeveratoia ha fatto arrabbiare il professore di diritto, che ha scritto non solo ai media, ma anche all'assessore provinciale alla Mobilità Andrea Fellini -   che ha risposto dichiarandosi d'accordo con il prof e promettendo un suo interessamento - e ha avviato un ricorso. 
Il problema, per la verità, non è nuovo, visto che la risposta  dell'Inail nei  casi di infortunio «in itinere»  è sempre la stessa e già altri ciclisti, in altre città, si sono trovati in situazioni simili. «L'Inail sostiene che, se l'incidente avviene in un contesto urbano dove sono disponibili mezzi pubblici,  deve essere  quello il modo privilegiato di muoversi. Solo  se l'orario di lavoro è incompatibile con  i mezzi pubblici, l'Inail ammette   l'uso di mezzi privati, soprattutto  l'auto. E solo in questi casi è ipotizzabile un indennizzo - spiega Bruno Bertorelli del patronato Inca Cgil, che sta curando per Melli il ricorso contro l'Inail - . Noi sosterremo invece che, soprattutto in una realtà come Parma che   fa  delle ciclabili un fiore all'occhiello e dove il Comune premia i dipendenti che usano la bici invece dell'auto, è logico e congruo che ci si sposti  sulle due ruote. E che i rischi,   perchè i tempi di percorrenza si accorciano,  sono minori che non trascorrere ore su bus e auto».
«Andare al lavoro in autobus? Dovrei prendere  l'8 e   il 12, poi fare 600 metri a piedi: un'ora circa di viaggio - rincara Melli -  In auto, a parte il costo e il contributo a inquinamento e traffico, impiego mezz'ora.  In bici  ci guadagno in denaro, tempo e salute. Ma attenzione ciclisti, sappiate che se andate al lavoro in bici non siete assicurati perchè per l'Inail è un mezzo non idoneo. Ma allora le piste ciclabili cosa le costruiamo a fare? Per giocarci a bocce?».  

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