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Reportage

Gabbie e divani in finta pelle nello zoo senza animali

Davide Barilli ripercorre un reportage in un club privé

Gabbie e divani in finta pelle nello zoo senza animali
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Dentro al tempio della perversione. L'effetto è quello di uno zoo senza animali. Gabbie in cui esibirsi. Divanetti rossi di finta pelle, al piano superiore camere con letti di ogni forma, separé e piccole stanzette ovattate divise da pareti «traforate» e tende a filamenti. Sei tivù proiettano video porno no-stop, perché nel regno delle orge tutto deve essere estremo. Ecco spiegato il motivo delle pareti «groviera». Da una parte lettoni per performance a «luci rosse», dall'altra voyeur in azione.
Sembra una vita fa. E in effetti 17 anni non sono pochi. Era il novembre 1999 quando con la collega Paola Guatelli fingemmo - da giovani cronisti quali eravamo - di essere una coppia in cerca di emozioni forti. Una coppia scambista. E il caso vuole che teatro del nostro reportage a doppia firma (poi uscito sulla Gazzetta e qui riproposto in ampi stralci) fosse un club privè che si trovava a pochi metri dall'Angelica Vip Club. La casa - una villotta rustica a due piani, senza troppi fronzoli - era la quintessenza dell'anonimato. Non dava nell'occhio, se si eccettua il portone illuminato con luci soffuse, davanti a cui stazionavano due body guard. A prima vista, un rustico di campagna rimesso a nuovo. Anche l'ingresso sembrava più quello di un night vecchio stampo che di un tempio del sesso senza limiti. Nel parcheggio: fuoriserie, auto sportive, ma anche un furgone sgangherato, una 128 targata Reggio, un'Alfa con gli alettoni sopra le ruote. Il gestore ci aveva raggiunti appena scesi dall'auto, accogliendoci con una domanda a bruciapelo: «E' la prima volta che venite?». Imbarazzo totale. Il finto marito (cioè io) aveva balbettato qualcosa, «salvato» dalla finta moglie-vera collega: «Sì, questa è la prima volta che veniamo qui, ma abbiamo già frequentato privè di altre province...». «Bene - aveva risposto il gestore - comunque, vi spiego come funziona da noi». Primo «esame» passato. Il giovanotto, modo di fare accattivante, ci aveva illustrato le regole del «gioco» (e i prezzi: 100mila la coppia, e 300 il single, ammesso solo a discrezione del titolare). Tanto per cominciare ci aveva spiegato che per entrare dovevamo diventare soci del locale. D'obbligo un documento («per evitare che si infiltrino degli irregolari») prima della consegna di una tessera anonima: «Il nostro è un posto serio, niente prostituzione, niente droga, non vogliamo avere grane». Et-voilà: «schedati» pure noi, cronisti-scambisti per una notte, con in mano la tessera associativa, e nel profondo, la speranza di riuscire a trovare una scappatoia per uscirne il più presto possibile dopo aver memorizzato il materiale giusto per il reportage.
Era bastato varcare la soglia, dare una rapidissima occhiata per rendersi conto di dove si eravamo entrati. Un «porto franco», una «riserva» in cui i soci accettano regole di un decalogo che faceva impallidire. «Ragazzi, all'interno del locale tutto è consentito, non c'è altro limite che la reciproca disponibilità». Sembrava un pr da discoteca, il titolare. Giubbotto sportivo, faccia furbetta, incorniciata dal pizzetto. Il suo compito era ambiguo: un po' confidente, un po' «sensale». E' lui che, con fare garbato, spiegava come vanno le cose dentro al «tempio» degli scambisti, mostrando le varie specialità offerte dalla casa.
Un onanista solitario abbarbicato alla parete coi fori, per nulla seccato o stupito o infastidito dalla nostra presenza, si illanguidiva nelle sue pratiche. Giacca stazzonata a quadri grigi e bianchi, ciuffo «a banana» sulla fronte, scarpe infangate, un'aria tra il rustico e il fané del tutto involontaria. Gente stravaccata sui divanetti. Poche coppie: fra cui un obeso con moglie a seguito. Lui, maglione che gli fasciava le trippe. Lei, mora, stivaloni di vernice fino all'inguine, calze autoreggenti e occhi bistrati da cerva attempata. Qualche divanetto più in là, la seconda coppia: sui quarant'anni, seduti come fossero su un tram. Serissimi, sguardo basso. Tra lo sperduto e l'incuriosito, un single si era lanciato in pista. Naso prominente, vestiti buoni della festa. Idee un po' confuse sul da farsi. Un'altra coppia, vedendolo, si era avvinghia in un lento sgangherato. Lui, belloccio sui trentacinque anni, ballava svogliato - con movenze alla Tony Manero - davanti alla sua lei che guardava nel vuoto. Poi si era allontanato verso il bar per farsi un alcolico. La donna, una bionda ossigenata dal corpo inguainato in un abito di pelle nera, aveva accettato il dialogo. «Io e mio marito frequentiamo questo locale da tre anni», aveva confessato arrotando le vocali. Ci aveva spiegato che bisogna diffidare dai locali per «scambisti» troppo pieni. «Vuol dire che molte coppie sono fasulle, formate da mercenarie. Insomma, dietro c'è la prostituzione. Qui c'è meno gente, ma almeno sono tutte coppie vere».
Tornato il marito, sguardo seccato e nessuna voglia di parlare, era stato meglio cambiare aria. Dal piano superiore, quello delle stanze, ecco ridiscendere le scale - come fossero reduci da una scampagnata - il corpulento cliente con la sua dark lady.
La moracciona, sgranati gli occhi, si era accosciata sul divanetto e aveva acceso una sigaretta. «Se volete possiamo fare una cosina a quattro», si era offerta senza troppi preamboli. Per poi, candida come Cenerentola, spiegare come funzionavano le cose: «Sai, io sono bisessuale. Di solito ci piace farlo in tre con una donna, ma va bene anche con un'altra coppia». Lei parlava, smozzicando un accento ruspante della campagna reggiana, mentre il marito - sguardo inebetito - fissava una tivù appoggiata a un tavolino su cui scorrevano immagini di un film porno. E non potevi fare a meno di immaginarli senza «maschere», in ciabatte e felpona, seduti sul divano di casa, a litigare per il possesso del telecomando.

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