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Sala: «Ecco la mia verità»

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 E' ritenuto dagli inquirenti una delle figure chiave  del crac del secolo: imputato a Parma, processato  (e assolto) a Milano, indagato  in Svizzera. Luca Sala fino ad ora, però, aveva preferito tenere il basso profilo. C'è stato di mezzo anche un arresto in Slovenia, ma a Milano ha già incassato una doppia assoluzione - in primo grado, nel processo per aggiotaggio, verdetto a suo favore bissato prima dell'estate in appello (il pm aveva chiesto per lui una condanna a cinque anni). Da noi è imputato nel filone di Bank of America - davanti al gup Sarli - insieme a altri ex manager e funzionari della banca d'affari statunitense.  
Ma ora ecco Sala  uscire allo scoperto con una lunghissima intervista, che occupa un'intera pagina curata da Emanuele Gagliardi e Giovanni Mariconda, - intitolata «Da ben sette anni attendo giustizia» - uscita sul Corriere del Ticino. In Svizzera, Sala - ex manager di Bofa ed ex consulente dell'impero che fu di Calisto Tanzi - è al centro di un procedimento penale legato al dissesto finanziario del gruppo agroalimentare italiano coordinato dal procuratore federale Pierluigi Pasi, ormai alle battute finali.  
I reati ipotizzati sono quelli di riciclaggio, falsità in documenti, truffa, corruzione attiva e passiva. A Bellinzona, nel 2011, davanti al Tribunale penale federale, sarà probabilmente celebrato uno dei processi più complessi degli ultimi anni. Come si legge sul CdT:  «A Sala viene in sostanza rimproverato di essersi appropriato indebitamente attraverso articolate operazioni finanziarie e con l’aiuto di altre persone (una ventina tra cui intermediari finanziari, alcuni avvocati nonché un istituto bancario grigionese) di valori patrimoniali di pertinenza del gruppo Parmalat». Sala, che  ha sempre respinto le accuse (lo difende l’avvocato Daniele Timbal di Lugano), nell'intervista al Corriere del Ticino racconta la sua verità.
«Faccio notare che al momento non esiste ancora un atto di accusa e non ci è stato preannunciato in maniera chiara come la stessa accusa sarà strutturata. Ciò dopo quasi sette anni di un’inchiesta a dir poco penosa per me, con particolare riferimento alla procedura di estradizione avviata dalla Procura federale svizzera e sfociata nel mio arresto in Slovenia, ove mi trovavo per un viaggio di lavoro. Ho trascorso alcuni mesi in carcere, prima in Slovenia, poi a Berna  e poi a Lugano. È stata un’esperienza per me traumatica, durata alcuni mesi, anche se per fortuna interrotta, dopo alcune settimane dal mio arrivo a Lugano, per opera del giudice istruttore federale e dell’autorità di ricorso. Per dare degli ordini di paragone - afferma Sala - , il fondatore di Parmalat non è mai stato interrogato in Svizzera e ha passato un periodo di carcerazione – in Italia – inferiore al mio».
Sulle accuse rigettate, ecco cosa dice Sala:  «Nei fatti non si è mai data una risposta alla domanda di fondo: per quali motivi e sulla base di quali prove concrete può essere affermato che i fondi riconducibili alla mia attività finanziaria, nell’ambito di finanziamenti di società dal Gruppo Parmalat, avrebbero un’origine illecita? A questo proposito la Procura federale sembra rinviare alle indagini della Procura di Parma. A Parma, comunque, a tutt’oggi non è ancora stato avviato il processo vero e proprio nei miei confronti e nei confronti anche di altri ex colleghi di Bank of America. Il processo principale invece è prossimo alla conclusione. A me sembra sorprendente che l’interesse della Procura federale sia focalizzato su Luca Sala e su 28 milioni di dollari: il crac di Parmalat è riferito a 14 miliardi di euro e in questa vicenda manager, consulenti e sussidiarie di Parmalat risulta avessero posizioni finanziarie importanti in Svizzera». 
Come spiega i 28 milioni di dollari sotto sequestro in Liechtenstein e Svizzera che per l’accusa sono riconducibili a lui? «Io sacrificavo la mia vita al lavoro, alla banca, a Parmalat e ad altri clienti, con giornate lavorative impossibili. Io continuo a ritenere che i proventi da me conseguiti siano frutto lecito della mia opera intellettuale e di conoscenza, grazie alla quale sia la banca, sia Parmalat hanno guadagnato assai più di me».
Si poteva evitare il crac Parmalat? «Sinceramente non lo so, non ho mai avuto sufficienti informazioni sul reale stato del gruppo. Si poteva però limitarne i danni. Ad esempio, è stato documentato da articoli di giornale e da atti processuali che la Procura di Parma già a marzo 2002 (cioè quasi due anni prima del default) aveva a disposizione atti d’indagine che dimostravano le pratiche di finanziamento illecite tra società controllate da Calisto Tanzi. Mi riferisco ai prestiti concessi dal gruppo Parmalat, quotato in Borsa e posseduto dalla famiglia Tanzi solo al 51%, in favore di società controllate al 100% dalla famiglia Tanzi e operanti nel settore turistico, che nulla aveva a che fare con Parmalat. Purtroppo pare che questi atti abbiano solo dato origine a una denuncia per evasione fiscale: la stampa ha riportato che sarebbe stata sanata con qualche migliaia di euro». 

 
 

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