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La matita di Dio che ha cambiato la nostra città

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di Pino Agnetti

Domani sarà una giornata di grazia per l’intera città. Per i credenti, così come per i non credenti. Perché Anna Maria Adorni è stata, fino in fondo, una di noi. Con il suo amore inesauribile di donna, sposa e madre. I tre volti - in realtà sempre lo stesso - di una figura straordinariamente semplice e umile, forte e sconcertante insieme. Proprio come Madre Teresa, che amava ripetere di sé: «Io sono solo una piccola matita nelle mani di Dio».

E Anna Maria Carolina Adorni (che si firmava solo con il terzo nome non ritenendosi degna di portare quelli della Madonna e della madre di quest’ultima) è stata davvero la «matita di Dio» nella Parma dell’Ottocento. Lo è stata scegliendo di essere povera fra i più poveri. Di esporsi al pettegolezzo e alla condanna dei benpensanti del suo tempo. Che potrebbe essere benissimo anche il nostro, poiché la santità non è mai stata un fatto granché «comodo» per nessuno. Men che meno, per i poteri e per i potenti di turno.
Ecco perché la solenne cerimonia che si terrà domani alle 15.30 nella Cattedrale di Parma assume, in realtà, un significato del tutto particolare. E che va al di là del fatto, comunque già in sé eccezionale, che si tratterà della prima beatificazione mai celebrata nella nostra città. La vita e le opere di Anna Maria Adorni, infatti, sono ancora lì a parlarci. A interrogarci. A provocarci. A proporci la strada, mai facile e a buon mercato, di un sincero e radicale «risveglio», sia individuale che collettivo. Come quello che la bambina di Fivizzano che ad appena sette anni  aveva tentato di fuggire nelle Indie per portarvi il Vangelo seppe generare e diffondere, dapprima, nella Parma di Maria Luigia e di Luisa Maria di Borbone (l’ultima regnante del Ducato). Quindi, in quella entrata a far parte del nuovo Stato unitario. Due epoche solo in apparenza distinte, giacché accomunate dalla tremenda povertà del popolo. Dai borghi malsani dell’Oltretorrente - lo «zulù land» citato in diverse cronache della Gazzetta di Parma dell’epoca - stracolmi di disgraziati esposti alla fame più nera e alle malattie, alla cronica mancanza di lavoro e a un ancor più devastante degrado umano, morale e spirituale.

E’ in «questa» Parma che Anna Maria, rimasta vedova di un funzionario della corte di Maria Luigia al quale aveva dato sei figli, troverà la sua terra di missione. Le sue «Indie». Cominciando a frequentare il carcere femminile ricavato nella ex chiesa di Santa Elisabetta e a raccogliere per strada le prostitute e le ragazzine coperte di stracci pronte a vendersi «per un baiocco». Fino a diventare la madre di quell’esercito di reiette in cui lei vede solo delle figlie e delle sorelle. Fino a offrire loro e addirittura a condividere (altro motivo di inaccettabile scandalo per quel tempo) un tetto e una casa. Insieme a una occasione di riscatto umano e materiale e di incontro con Dio: l’obiettivo ultimo, e più volte richiamato nei suoi emozionanti scritti, di tutta la sua esistenza.
Anna Maria si spegne nell’ex convento di San Cristoforo, divenuto il riparo delle prostitute, delle figlie di prostitute, delle ladre e delle infanticide da lei salvate, nel 1893. Lo stesso anno in cui giunge a Parma padre Lino Maupas. Quasi un passaggio di testimone, fra questi due autentici giganti della carità. Ed è abbastanza singolare che, finora almeno, sia stato solo il secondo a radicarsi fortemente nell’immaginario collettivo di questa città. Io stesso devo confessare che, prima di scrivere «Il miracolo di Anna Maria», non conoscevo quasi nulla di lei. Né del miracolo in base al quale la Chiesa ha deciso di dichiararla Beata al termine, per altro, di un processo canonico durato decenni. La guarigione - ragione e scienza alla mano del tutto inspiegabile - di un contadino veneto dato per spacciato e risvegliatosi di colpo nel suo letto di morte. Un «risveglio», appunto. Ma certo non l’ultimo di quelli attribuibili alla fondatrice delle Ancelle dell’Immacolata che, come tante «matite di Dio» a loro volta, in questi anni sono riuscite a sottrarre alla schiavitù del sesso più di mille donne. A dimostrazione che il miracolo di Anna Maria continua. E che il vero miracolo, semmai, è stata e resta proprio lei. Con la sua intatta capacità di testimoniarci che la santità, proprio come diceva Madre Teresa, non è un lusso di pochi. Ma qualcosa che, al contrario, compete e spetta a tutti.
 

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  • Magdi

    04 Ottobre @ 23.13

    Davvero la figura di Anna Maria Adorni rivesto oggi di una particolare luce e richiamo; lei, così particolare nella sua semplicità, così materna nella sua piccollezza, così presente in mezzo a noi, per insegnarci qualcosa sulla verità della persona umana e sulla vita autenticamente vissuta, vuole portare un vero "risveglio" nella città di Parma, così come ama sottolineare lo scrittore Agnetti. Madre Adorni ci invita oggi ad avere il coraggio della verità in una vita spsa per il bene degli altri, alla luce dell'Amore, che non tramonta mai.

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