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Tratta di ragazze dall'Africa: condannate due nigeriane

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Georgia Azzali

Il viaggio verso la terra promessa era garantito. E, una volta sbarcate a Parma dalla Nigeria, anche la casa era una certezza. Ma poi di gratuito non c'era più nulla.  Bisognava restituire tutto, con tanto di interessi. Lavorando sulla strada, perché quello era l'unico mestiere consentito. Senza la possibilità di tornare indietro, perché i documenti di identità venivano sequestrati. Diverse le ragazze alla corte di F.A.U., 35 anni, nigeriana,  e della sorella B.U., dieci anni più giovane, che l'avrebbe aiutata nel controllo  delle donne.   Uno sporco affare durato mesi, tra novembre 2005 e luglio  2006,  prima che le due finissero sotto inchiesta per induzione e sfruttamento della prostituzione aggravato.  E ieri la condanna: 5 anni e 4 mesi, oltre a 800 euro di multa, per la sorella maggiore; 2 anni e 300 euro di multa, con la sospensione condizionale, per l'altra. Inoltre, F.A.U., una volta espiata la pena, sarà espulsa.
Sorelle e complici, le due nigeriane. E socie in affari, secondo l'accusa. Ma la regista era F.A.U., detta «Linda». Sarebbe stata lei a far arrivare le ragazze dalla Nigeria, tutte appartenenti a famiglie poverissime. Tutte pronte a lasciarsi inebriare da qualunque promessa pur di potersi ritagliare uno scampolo di futuro. E Linda sapeva essere rassicurante, regalava speranze.  Ma all'arrivo a Parma era altrettanto brava a presentare il conto. Per le ragazze c'era pronto un alloggio,  con tanto di affitto pagato,  ma per il lavoro non c'era possibilità di scelta.  Costrette a prostituirsi    per pagare il debito del viaggio. Per sperare di ritrovare la libertà tornavano ogni sera sulla strada. Non c'era bisogno di riti voodoo né di  alzare le  mani, o almeno l'inchiesta non ha portato alla luce nulla di tutto ciò. 
«L'indagine avrebbe potuto ricostruire meglio lo scenario, facendo anche altri riscontri - sottolinea il pm Marco Imperato nella requisitoria - tuttavia  - aggiunge - l'attività di osservazione, la perquisizione nell'appartamento e le intercettazioni hanno fornito elementi importanti. Linda  controllava    l'attività delle ragazze, mentre la sorella aveva  un ruolo  più sfumato, tuttavia spesso accompagnava le ragazze a prostituirsi e le controllava». 
Vivevano in un piccolo appartamento nella zona di via Palermo, le due sorelle. Ad accorgersi di un sospetto via vai di ragazze a qualunque ora, un vicino, che poi si rivolse ai carabinieri. E quando i  militari fecero irruzione nell'alloggio, i dubbi cominciarono a trovare conferme: tra quelle quattro mura moltissimi preservativi, decine di parrucche e 700 euro in contanti.  Ma furono soprattutto gli appostamenti nei pressi  di una stazione di servizio vicina a via Paradigna    e le intercettazioni telefoniche a convincere gli investigatori che Linda e le sorelle erano a  capo di un  giro di prostituzione.
Riscontri insufficienti, però, per la difesa. Che non proverebbero affatto la colpevolezza delle due sorelle. «Nessuna delle ragazze che avrebbero fatto prostituire è stata identificata, né sono stati fatti accertamenti sui conti correnti delle due sorelle - sottolinea l'avvocato Paolo Terbonati -. Gli investigatori non hanno nemmeno accertato se avessero preso in affitto appartamenti  ad destinare  alle donne. In un'intercettazione, inoltre, Linda dice chiaramente che quando lei esce di casa, c'è una ragazza che prende il suo telefonino e chiama in Nigeria. Quel cellulare, quindi, veniva utilizzato anche da altre».
Le ragazze di Linda. Perché, secondo i giudici, lei e la sorella dettavano le regole di quello squallido affare.

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