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Il dramma di un padre: «Ridatemi mio figlio»

Il dramma di un padre: «Ridatemi mio figlio»
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E' lui il primo ad ammetterlo: «La mia storia sembra un film». Di quelli angoscianti, però. Di quelli che, man mano che le immagini scorrono sullo schermo, ti auguri che nessuno abbia mai vissuto realmente quelle vicende. Gli ingredienti ci sono tutti: una famiglia distrutta, una sottrazione internazionale di minore, una mamma che all’insaputa del marito una mattina si sveglia, carica il figlioletto di neanche 5 anni su un aereo e lo porta dall’altra parte del mondo. Un padre che non vede il suo bambino da mesi e che, nel frattempo, si deve difendere da accuse terribili di maltrattamenti e abusi. Maurizio Rigamonti, padre parmigiano di 45 anni, lo dice apertamente: «Sto vivendo un incubo da dieci mesi. Provo frustrazione e amarezza. Sono arrabbiato, ma, più di ogni altra cosa, sono preoccupato per mio figlio». Rigamonti racconterà la sua storia domani alle 14.40, al programma di Rai 1 «Se...a casa di Paola», condotto da Paola Perego e, nei giorni seguenti, a «La vita in diretta». Il bambino di Maurizio ora è Los Angeles, dove la mamma, americana, lo ha condotto a sua insaputa lo scorso febbraio. «Era uscita una mattina per portarlo all’asilo, tutto normale, come sempre - racconta Maurizio -. Dopo poche ore mi arriva una e-mail: era mia moglie. Mi comunicava che era partita, ma di stare tranquillo, sarebbe tornata dopo due settimane». Maurizio si spaventa. La moglie ha problemi di alcolismo e un gesto così improvviso lo spinge ad andare immediatamente dai carabinieri: «Ero intenzionato a denunciarla, ma i carabinieri mi consigliano di aspettare per non traumatizzare il piccolo. Decido quindi di attendere le due settimane. Nel frattempo ci sentiamo più volte e lei mi rassicura, confermando la sua intenzione di tornare». Ma non va così. Il giorno previsto, con la scusa di un'improvvisa influenza, la moglie non torna, e dopo 24 ore il padre riceve una telefonata da un avvocato americano: «Mi sento dire che sono stato denunciato per violenze domestiche e devo presentarmi presso la Corte superiore di Los Angeles il giorno successivo per un’udienza riguardante le violenze, la separazione e la custodia del bambino». Maurizio rimane sconvolto. Per ovvie ragioni non riesce ad essere il giorno successivo in tribunale, si attiva con il consolato italiano a Los Angeles e con i suoi avvocati ma, durante l’udienza, viene emesso un ordine di restrizione temporanea: «Non c'era alcuna prova. Quel provvedimento era basato solo sulle parole della falsa testimonianza di mia moglie, aiutata in tutta questa macchinazione, dalla sua famiglia - aggiunge il padre -. E io mi ritrovo ad essere imputato di qualcosa che non ho mai commesso e a vedermi negato qualsiasi contatto con mio figlio». Seguono settimane di burocrazia, pratiche, denunce, deleghe, in attesa dell’udienza successiva, fissata da lì a un mese. «Nel frattempo mio figlio viene portato da una psicoterapeuta pagata dalla famiglia di mia moglie e spuntano altre accuse - spiega Rigamonti -, abusi sessuali su mio figlio perpetrati da me e dai miei anziani genitori di 70 anni. A quel punto capisco di essere vittima di una macchinazione ingiuriosa e senza un briciolo di etica morale». Il padre riesce a vedere il figlio all’udienza e, da quel momento, lo potrà vedere unicamente sotto il controllo di un supervisore. Passano due mesi, nei quali il papà decide di rimanere a Los Angeles ma, nel frattempo, il bambino viene portato dalla madre in un centro psichiatrico: «Sosteneva che dopo le visite con il padre, il piccolo mostrava atteggiamenti suicidi e autolesionistici - continua Maurizio -. Tesi assurde che non tenevano minimamente conto del bene del bambino. Durante le visite era affettuoso come sempre, e dopo un’iniziale freddezza, dovuta probabilmente a quello che gli era stato inculcato nelle settimane dalla madre, si comportava con me come sempre aveva fatto». Dopo due mesi Maurizio è costretto a rientrare a Parma, per ragioni economiche e per raccogliere le testimonianze in suo favore. E' di nuovo a Los Angeles a fine luglio, per il processo, con ben 28 testimonianze. «Tutte le maestre del piccolo, anche le amiche di mia moglie, rimaste sconvolte da questa assurda vicenda, avevano voluto aiutarmi». Ma tornato negli Usa, il padre si vede negata la possibilità di vedere il figlio e spuntano fuori altre accuse: «Il loro legale in Italia sosteneva di aver saputo, tramite un testimone che voleva rimanere anonimo, e che non avrebbe mai testimoniato, che io avrei ingaggiato un killer per attentare alla vita di mia moglie. Ormai eravamo arrivati davvero ai limiti dell’incredibile». Al processo tutte le accuse nei confronti del padre cadono, non c'è nemmeno una prova, mentre numerose sono le testimonianze a suo favore. L’abuso di alcolici da parte della madre è invece confermato anche in Corte. Ma nonostante questo il giudice emette la sentenza: il bambino, che ha doppia cittadinanza ma che è nato e risiede a Parma, non deve essere rimpatriato con il padre, perché ha mostrato un comportamento ostile nei suoi confronti. «La sentenza si basava unicamente sulla perizia fatta da uno psicologo del tribunale - spiega Maurizio -, in seguito a un incontro di 40 minuti che avevo avuto col bambino dopo tre mesi che non lo vedevo». Da agosto ad oggi Maurizio si è impegnato per produrre i documenti che il tribunale americano gli aveva detto essere necessari per un rientro in patria del bambino (tra cui il ritiro della sua denuncia per sottrazione internazionale di minore e un ordine di restrizione per sé stesso, che gli imponesse di mantenere le distanze dal figlio), ma non è servito a nulla. Ora Maurizio è in contatto con il ministero di Giustizia che lo sta aiutando a tentare di riportare il piccolo  in Italia. Ma è stanco. «Ho scritto anche al presidente della Repubblica - spiega -, mi chiedo dove stia la giustizia in Italia. C'era una denuncia in procura da marzo per sottrazione internazionale di minore e nessuno ha mosso un dito per emettere e firmare un mandato di cattura internazionale. Negli ultimi mesi si è tanto parlato di diritti negati ai padri, ma la mia storia va oltre. Qui è in gioco la salute di un bambino. Un bambino che è stato rapito dall’affetto del papà e dei nonni paterni e che è oggetto di strumentalizzazioni senza pietà». 
 

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