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A Silvio Berlusconi, niente di personale

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 A Silvio Berlusconi, niente di personale». Questa la dedica dell’autore, sulla copia spedita al protagonista. Lo racconta Beppe Severgnini alla «Gazzetta», nel suo studio di Crema.
Lei parla del «Five Million Club», cinque milioni di italiani bene informati: libri, quotidiani, tivù satellitare, approfondimenti in seconda serata. «Vieni via con me» ha fatto dieci milioni di telespettatori. Chi sono i nuovi arrivati?
«Gente che in genere non approfondisce temi come l’espansione della malavita organizzata, la connivenza con la politica, il maschilismo aggressivo o la condizione delle donne in Italia. Ovvio che il regista del Fattore Truman non sia contento. Silvio Berlusconi è un grande conoscitore dei media: un politico simile, a sinistra, non c’è. Mr. B. sa che esiste il Five Million Club, italiani di ogni opinione politica in grado di formarsi le proprie idee; e ha rinunciato a condizionarli. Sa però che in Italia ci sono 50 milioni di maggiorenni, e si concentra sugli altri 45: per loro rotocalchi, pomeriggi televisivi, prime serate, telegiornali della sera, programmi sportivi. Potere, in televisione, vuol dire poter tacere, omettere, nascondere temi sgraditi. Chi controlla la TV pubblica e possiede la TV privata può farlo. Santoro, Ballarò, Dandini, Gabanelli? Roba da Five Million Club».

Sei personaggi in cerca d’autore. Un gioco. Metta insieme Giovanni Guareschi e Silvio Berlusconi.
«Peppone fa un programma per Canale 5. Don Camillo accende una polizza Mediolanum sulla chiesa, e pubblicizza le attività in oratorio con Publitalia».
Leo Longanesi.
«Rispolvererebbe uno dei suoi migliori aforismi: gli italiani preferiscono l’inaugurazione alla manutenzione».
Pier Paolo Pasolini.
«Il gusto popolare, di cui PPP notava la forza e il fascino, ha trovato un nuovo padrone».
Passiamo al futuro. Suo figlio, alla sua età?
«Mio figlio Antonio ha compiuto 18 anni il giorno in cui è uscito il libro, una bella coincidenza. Non illudiamoci che i ragazzi di oggi si ricordino dello sgambetto di Bertinotti a Prodi nel 1998: il protagonista assoluto della politica è Berlusconi. I posteri che dovranno giudicarlo sono i ragazzi di oggi. A loro mi rivolgo col libro. Spiegare Berlusconi agli adulti è una perdita di tempo».
Luigi Berlusconi, all’età di Silvio?
«C’è di mezzo l’amore di un figlio per il padre. E’ meglio non entrare. Aggiungo, però: talvolta B. ha usato la famiglia. Penso alle immagini su «Chi» dopo il caso Noemi. Lo hanno fatto anche altri politici nel mondo, certo. Invece i famigliari dovrebbero restar fuori».
Un ginnasiale del 2200, studiando storia?
«Gli storici scriveranno che abbiamo perso un’opportunità. A metà anni Novanta c’era sete di novità. Desiderio diffuso di cambiare il paese. Mani Pulite, la Lega, i referendum, lo stesso Berlusconi: tutti segnali di un’Italia pronta a cambiare. Confesso: sulla rivoluzione conservatrice di B. non mi facevo illusioni.  L’ho scritto per anni, sull’Economist e anche sul Corriere. Essere stato un buon profeta, tuttavia, non mi dà alcuna soddisfazione».
Un sogno nazionale possibile?
«Pagare meno tasse, e pagarle tutti. Vivere un paese dove non basta un ricorso amministrativo per bloccare un’opera pubblica. Una riforma seria della giustizia civile. Questo era alla portata di Berlusconi nel 2001 e di nuovo nel 2008, con due grandi maggioranze  parlamentari. Purtroppo, non è stato fatto».
Lei scrive di un Berlusconi vittima dell’«ansia di piacere». Qual è il rapporto con il gradimento per Beppe Severgnini?
«Un  attore, un artista, uno scrittore deve misurarsi col pubblico. I lettori sono i nostri padroni. Guai a scrivere per i colleghi, per i padroni, per un ministro, un giudice, un industriale. Piacere è importante: ma non a tutti i costi».
Scrive anche che Berlusconi, con i collaboratori, gli amici, i sodali, è stato   generoso. Si può essere generosi solo con chi dà qualcosa in cambio?
«Tutte, o quasi, le persone che lavorano con lui ne sono soddisfatte. Gli tributano affetto e stima.  E’ vero, gli è mancata la generosità disinteressata. “Ho quel che ho donato”, scrisse D’Annunzio. Uno come B, che aspira al dannunzianesimo, dovrebbe tenerlo a mente».
Da giornalista non di sinistra che idea ha del conflitto d’interessi?
«Silvio Berlusconi avrebbe potuto, e non solo dovuto, liberarsi del suo impero televisivo. Spezzare il legame maledetto fra politica e televisione. Ne avrebbe beneficiato anche lui. La colpa gravissima della sinistra è non essere intervenuta per correggere la cosa, quando poteva».
Ha conosciuto di persona il premier italiano?
«L’ho intervistato per l’Economist, nel 1997. E poi venne al Corriere nel 2001, dicendomi, con buona educazione, che i giornalisti contano poco. Conta solo l’elettorato. A suo giudizio il voto ha sanato il conflitto d’interessi. Sbagliato».
E la sinistra, Severgnini, la conosce?
«Mettiamola così, per tornare al titolo del libro. Berlusconi sta attento a ogni gorgoglio nella pancia degli italiani, a sinistra non si sono accorti di rumori strazianti».
Lei ama le trilogie. Dopo la testa (2005) e la pancia (2010) si occuperà del cuore degli italiani?
«Buona idea».
Stefano Rotta
 

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