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«Io, interprete di giustizia, chiedo giustizia»

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 Roberto Longoni

E' l'orecchio della legge. E' la sua bocca, perché la giustizia deve farsi capire e non solo ascoltare. Ed è la penna che mette per iscritto nella lingua dell'arrestato l'ordine di custodia, con il promemoria dei diritti  (manca questo pezzo di carta, e l'avvocato non deve nemmeno sprecarsi in un'arringa per ottenere il rilascio anche di un incallito criminale).  Per sua sfortuna, l'interprete di giustizia Mustapha (per ragioni di sicurezza gli diamo un nome di fantasia) è anche il buco nella tasca dello Stato, il suo orologio dalle lancette  parecchio indietro. Da otto mesi  aspetta una busta con un assegno. Attende che gli venga corrisposto quanto ha guadagnato impegnandosi per la collettività, al fianco di forze dell'ordine e magistrati. Ma intanto il suo padrone di casa si è stancato di aspettare con lui che arrivino i soldi per l'affitto. Lo sfratto è partito. Sa l'italiano, il francese e l'arabo, il tunisino Mustapha: ora sta imparando la lingua dell'amarezza e della delusione. «Non chiedo nulla di straordinario - allarga le braccia -. Vorrei che almeno fossimo pagati a fine mese. Che il nostro stipendio fosse regolarizzato, che ai rischi di questo mestiere non s'aggiungesse quello di non poterci pagar da vivere». Un caso preso a cuore dal Movimento nuovi consumatori. «Ci faremo promotori di una legge d'iniziativa popolare - annuncia il presidente Filippo Greci - volta alla raccolta di 50 mila firme per il riconoscimento e la costituzione di un albo nazionale degli interpreti e traduttori di tribunale. Con l'albo, avrebbero garantiti i loro diritti. E situazioni del genere non si verificherebbero più». Ora invece si contano a centinaia. «Solo che quasi tutti hanno altre fonti di reddito  in famiglia - spiega Mustapha -. Io no: a casa ho una moglie e tre figli che dipendono dai miei guadagni. Per questo ora sto cercando altro. E mi dispiace, perché adoro questa professione che mi fa sentire utile». In Italia, Mustapha è arrivato una ventina d'anni fa («con il permesso di soggiorno»), dopo la laurea in Tunisia. Aveva già in mente che avrebbe fatto questa professione. I primi tempi, s'è guadagnato da vivere con lavori occasionali in diverse città, continuando a migliorare la sua conoscenza dell'italiano. Approdato a Parma,  ha iniziato «a impegnarmi per lo Stato»  dice, con una punta d'orgoglio che poi si smorza, ricordando «lo Stato al quale dai tutto ciò che ti viene chiesto e poi non te lo riconosce, dimenticandoti». Era la fine degli anni '90, quando Mustapha è stato «arruolato. Sono stato addestrato a usare tutte le apparecchiature, i codici, ho conosciuto tanti ragazzi delle forze dell'ordine: anche loro danno molto, ricevendo poco in cambio». E' in quel periodo che la moglie lo ha raggiunto dalla Tunisia.  I tre figli sono nati qui. Un mestiere senza orari, che ti prende la vita, quello al quale fino a pochi mesi fa si dedicava. Un mestiere per il quale rischi che la vita qualcuno te la porti via per davvero. Minacce, lui ne ha collezionate un po'. I malviventi che parlavano in arabo, incomprensibili per le forze dell'ordine, ai quali lui ha guastato i piani non si contano. Così come le tonnellate di droga sequestrata grazie anche al suo orecchio di interprete. «Tonnellate tra cocaina, hascisc e marijuana, tra Parma, Reggio, Modena e  Bologna -  racconta -. E poi ci sono gli abusi sessuali, gli omicidi, delitti di tutti i generi». E le indagini su Al Qaeda, con Parma crocevia  dell'estremismo jihadista in Nord Italia. E' in queste occasioni che Mustapha ha dovuto assistere agli interrogatori con un cappuccio in testa. «Facevo tutto: udienze, indagini, intercettazioni». La paga? «Ogni due ore hai una vacazione, per la quale percepisci 30 euro, ma il 20 per cento viene subito detratto.  E dal 2003 i pagamenti avvengono sempre più in ritardo». Le intercettazioni, già: telefoniche, ambientali. «Devi impostare la tua vita su quella degli altri. Quando sei nel mezzo di un'indagine non hai più orari». Vivi un'esistenza parallela e nascosta nel chiuso di una stanza. «Un compito oscuro: da invisibili. Ma i criminali che hanno a che fare con noi ci conoscono eccome». Quanto basta per perdere la pace. «Gli interpreti come lui, di tutte le lingue - aggiunge Greci - sono nelle stesse condizioni dei collaboratori di giustizia, ma  senza scorta né soldi. Per Mustapha, ora, valuteremo le azioni da compiere nelle sedi opportune». Il presidente del Mnc ipotizza anche la messa in mora del ministero della Giustizia. Basterà per avviare un «rito abbreviato» anche per i pagamenti del dovuto agli interpreti? 

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  • mariana

    30 Gennaio @ 17.03

    Ci si trova in questa situazione ormai da tempo e le cose non fanno che peggiorare; purtroppo lo Stato si dimentica di quelli che sono le sue "orecchie", le persone che stanno attaccate delle ore davanti ad un computer per aiutare i PG a svolgere il loro lavoro e catturare quelli che sono piccoli o grossi delinquenti. Noi, interpreti-traduttori, a servizio della Giustizia e .... senza giustizia.

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