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Pietro, la vita piena dell'angelo degli ultimi scomparso a 28 anni

Pietro, la vita piena dell'angelo degli ultimi scomparso a 28 anni
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Roberto Longoni

Tutto è ancora al suo posto nella stanza di Pietro.  Il letto  rifatto, il basso elettrico in piedi nella custodia,  i cassetti pieni di idee sotto la tastiera del computer. Il mattino scivola sotto la tapparella alzata a metà: nella luce sembra aleggino ancora storie da raccontare, da condividere. Lungo le pareti, dagli scaffali i libri  fanno da sentinella a una presenza silenziosa. Poesie, saggi, narrativa. Dal Corano (perché devi  ben sapere da dove vengono molti di quelli  che cerchi d'aiutare), a «Viaggio al termine della notte» di Celine. Sono passati sei mesi dalla notte improvvisa che ha portato via Pietro Gatti. Aveva 28 anni, per sette ha lottato contro la malattia, per la vita sua e del prossimo. «Era così giovane, eppure mi sembra che abbia fatto molte più cose di noi» mormora la mamma Giovanna, gli occhi rossi come Romano, il marito che annuisce al suo fianco. Una famiglia numerosa e unita, la loro: una sessantina tra fratelli, padri e madri, figli e nipoti che si riuniscono una volta all'anno, alla stessa  tavola a condividere pane  e valori. Le parole di chi ha conosciuto e ama il loro Pietro, l'ultimo nato dopo tre femmine, servono solo a rendere meno amare le lacrime di Giovanna e Romano e di Caterina, Alessandra e Marta. Il parroco di Sant'Evasio, ai funerali, esclamò: «Grazie d'averci dato Pietro». E così un'amica, poco dopo: «Grazie per quello che avete fatto per me». E loro, stupiti: «Ma non abbiamo fatto niente». «No, avete dato la vita a Pietro». Chi l'ha conosciuto ricorda «generosità, sensibilità, intelligenza, disponibilità». Parla di «occhi puliti di anima innocente». Giovani venuti dal sud sventurato del mondo, piangono un «fratello». A decine ricordano di essere stati «accolti, vestiti e ascoltati» da lui. Quel figlio che non c'è più, che amava il teatro e camminare in montagna, che aveva viaggiato da solo in Marocco e Tunisia e con un gruppo era salito a suonare sul palco estivo in Pilotta,  continua a stupire Giovanna e Romano. E lo fa attraverso gli altri. Alla porta bussano sconosciuti,  portando ricordi e segni d'affetto. Come Ibrahim, venuto in una sorta di pellegrinaggio da Langhirano, «perché da me, in Costa d'Avorio, quando muore uno che t'ha fatto del bene, si va dalla famiglia a testimoniare la propria riconoscenza». Giorno dopo giorno, un volto nuovo aggiunge un tassello al mosaico multicolore del ritratto di Pietro. «Lui - ricorda il padre - aveva ideali universali: non guardava la pelle, l'origine o la ricchezza. Credeva nel valore della persona e dell'accoglienza». Per questo non aveva avuto dubbi sull'obiettivo da dare alla sua intelligenza. Prima il diploma da ragioniere con 100 centesimi al Melloni; poi la laurea con 108 in Economia e commercio, con una sudata tesi sulle promesse e i raggiri del Fondo aiuti italiani firmati in Somalia nel nome della cooperazione. Fu facile per lui anche la scelta della professione:  varcò la soglia del Centro immigrazione asilo e cooperazione nel febbraio del 2007. «Mi accolse il presidente  - avrebbe poi raccontato Pietro -. Parlammo facendo due passi e lui mi fece vedere che, dal ponte Romano del sottopasso di via Mazzini, c'era un ragazzo africano che tentava di dormire, col freddo che faceva... Il presidente del Ciac mi rivelò che queste persone, davvero invisibili (tutto maiuscolo nel testo, ndr) erano, incredibile, quasi tutte con il permesso di soggiorno e, ancora più incredibile, dei rifugiati politici». Fu soprattutto per loro che Pietro si mise al lavoro. «Ne seguiva una trentina - ricorda il padre -. Li aiutava insegnando loro la lingua. Lui, che parlava inglese, francese e spagnolo, ascoltava la loro storia e poi la riassumeva per la  prefettura, per la richiesta d'asilo». Poco dopo la sua morte, s'è costituita l'associazione di volontariato «Fratelli e sorelle del Mali», con sede in via Toscanini 2/A , «in memoria di Pietro Gatti e degli ideali di cui era portatore per mantenere viva la sua presenza e la sua umanità». Altri, con le loro offerte, hanno risposto all'invito della sorella durante il funerale. Una busta è arrivata anche dagli amici di famiglia della «Giovane Italia». Una prima somma è già stata consegnata al dipartimento di Neuroscienze, al professor Giacomo Rizzolatti. «E di questo risultato - mormora Romano - ringraziamo chi ha donato e chi vorrà farlo. I soldi andranno alla ricerca in campo psichiatrico». Per aiutare altri «invisibili» in cerca di rifugio, tra confini più incerti di quelli della geografia.

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  • marta

    01 Marzo @ 18.02

    Il senso di Giustizia e la solidarietà sono stati il motore della tua esistenza e un esempio per me certamente inarrivabile, ma da cui vorrei trarre insegnamento. La conoscenza, l'approfondimento e la cultura sono stati la costante della tua formazione incessante, e mi manca il confronto con te. Il tuo essere anticonformista ti ha reso unico e inconfondibile. L'ironia e il fine senso dell'umorismo hanno fatto di te un compagno di risate indimenticabili. I tuoi occhi azzurri e i tuoi bei lineamenti sono i fotogrammi che ho sempre in testa...

    Rispondi

  • guglielmo

    24 Febbraio @ 09.13

    Bellissimo articolo, grande uomo,nella sua breve vita non si è fermato mai, l'ha donata agli altri rispettando la razza, il colore, la provenienza ..... e sono sicuro che su questa terra non hai lasciato solo ricordi......Grazie Pietro.

    Rispondi

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