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Al vér pramzàn dalla vecchia «Giära» alla «pisonära» del Regio

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 Carlo Allodi

 Si può scrivere del dialetto parmigiano senza parlare di ciò che hanno rappresentato nella sua storia il vecchio mercato della Ghiaia e il mitico loggione del teatro Regio? Certamente no. La «Giära» e la «piccionaia» hanno avuto soprattutto fino al secondo dopoguerra un ruolo così importante che qualcuno, scherzosamente, le ha chiamate le «culle» del nostro vernacolo. In questi luoghi storici della parmigianità per lungo tempo si è parlato il dialetto più genuino e frizzante di cui si abbia memoria. 
Tra le bancarelle della  Ghiaia che fu
Il mercato della Ghiaia, con la sua varia umanità, le bancarelle, le atmosfere, i personaggi popolari che lo animavano sembrava il cliché del parmigiano del sasso e in questo ambiente il dialetto la faceva da protagonista indiscusso. Anzi, dentro il luogo simbolo della città sembrava non esistesse altra lingua. Girare tra i banchi di primo mattino e ascoltare certe battute fulminanti, certi sfottò, gli slogan delle ortolane e delle vecchie venditrici di limoni o di chincaglieria, ti metteva subito di buonumore.
La «carovana facchini» e i suoi  altisonanti «stranomi» 
E se questo non bastava c'era sempre la «carovana facchini», costituita in prevalenza da uomini provenienti dai capannoni della Navetta o dai Capannoni dello zucchero, vere e proprie vestali del dialetto, come possono testimoniare i loro «stranomi altisonanti»: «Magnapónghi», «Marlètta», «Cagaréla», «Pasturón», «Mälfàt», «Fiss’ción», «Caldarén» e via dicendo. Tutto questo, ovviamente per il passato. Il futuro ci riserva una Ghiaia nuova e più luccicante, ma un po' meno parmigiana, dove il nostro dialetto dovrà vedersela con una concorrenza multietnica di lingue, dall’albanese al rumeno, dal congolese al portoghese, al cinese, all’algerino. 
Il loggione, dove stroncature e trionfi si urlano solo in «pramzàn»
L'altro tempio della parmigianità e del suo vernacolo, che finora non sembra aver subito, a differenza del mercato popolare, grosse contaminazioni anche se il dialetto che vi si parla non sembra più quello di una volta, è il loggione del Regio, dall’800 croce e delizia di ogni cantante d’opera.  
Nella «fossa dei leoni» le stroncature o i trionfi di un artista si sono sempre decretati rigorosamente in «pramzàn». E forse anche per questo le «bocciature» risultano ancora oggi più brucianti, come quel famoso «sìncov!» («cinque!») gridato ad un tenore di buona reputazione, ma forse non in serata di grazia dopo una famosa romanza verdiana. 
Da Barilli a Pedretti: i cantori  della sagacia «loggionista»
Sulla vitalità del nostro dialetto all’ultimo piano del Regio esiste una ricca letteratura che va dal libro-monumento al loggione «Il Paese del melodramma» di Bruno Barilli a «I dan l’Otello» di Renzo Pezzani (vero e proprio capolavoro della poesia vernacolare) al volume «Lassù in loggione» (Guanda editore), raccolta di una divertente rubrica in dialetto curata per oltre un trentennio sulle pagine della «Gazzetta» dall’indimenticabile (e indimendicato) giornalista e critico cinematografico Paolo Pedretti, di cui ricorre il prossimo maggio il ventesimo anniversario della scomparsa. Pedretti, alle prime di ogni stagione lirica, si mescolava tra i loggionisti e coglieva al volo le loro reazioni, i battibecchi e i loro salaci giudizi nella lingua popolare, che poi trasfondeva nella sua rubrica, la prima ad essere letta all’indomani sulla recita. Pedretti amava il dialetto, «tutto il dialetto in generale, poiché - come ha osservato acutamente il critico letterario Giuseppe Marchetti nella sua introduzione al volume uscito postumo - era certo che dal dialetto provenisse ancora, per coloro che sanno udire, il suono della tradizione, quella, appunto, che rende magica l’atmosfera del loggione e intenso, quasi unico, il suo modo di ascoltare la musica». 

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