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Cosi in pensione: «I miei 40 anni da poliziotto»

Cosi in pensione: «I miei 40 anni da poliziotto»
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Anna Maria Ferrari

Martedì mattina era in Questura alle 7,15, tre quarti d’ora in anticipo sull'orario di lavoro:  «Avevamo preso i rapinatori della farmacia di via Gramsci,  c’era un sacco di pratiche da sbrigare», quasi si scusa.  Ieri mattina, 8 spaccate, era già seduto alla sua scrivania: «E’ il mio dovere, tutto qui». Energia, passione. Come se fosse il primo giorno di lavoro. Invece è l'ultimo. Va in pensione il commissario Giuseppe Cosi, 40 anni  in polizia e non sentirli, 37 alla Squadra mobile di Parma e lo stesso entusiasmo, 60 anni  esatti e nessuna stanchezza.  Il ragazzo della Puglia che alla polizia ha dato la sua vita e ci crede davvero. In pensione da domani, giorno del suo compleanno. «Obbligato» da una legge che non si cura dell’esperienza e dei meriti.  Lui ci scherza su: «All’inizio sarà come una vacanza.  Poi non so, mi mancherà  la squadra».
Eccolo Beppe, sostituto commissario.  L’archivio vivente della Questura, l’investigatore che parla lo stesso linguaggio dei  pm,  il collega che conosce i guai di tutti. «Se tornassi indietro, cosa farei? Il poliziotto.  Di questo lavoro mi piace tutto. Scoprire i colpevoli, aiutare la gente. Dare un senso di giustizia».
Quarant’anni  di indagini e  sentirsi come il primo giorno: pronto a ricominciare. «Non mi sono mai pesati gli orari, gli imprevisti. Il nostro ufficio è così:  assorbe tutto, o lo accetti o te ne vai.  Non prendi  più soldi, non è questo. Devi essere un po’ matto, altrimenti non ci stai. In tanti anni, io sono rimasto».
Ha visto sfilare questori, dirigenti, colleghi ed è sempre rimasto lì, braccio destro dei capi che cambiavano, elemento di equilibrio e mediazione tra gli uffici.  Regista dietro le quinte, quello che si tira indietro davanti ai flash, anche quando è protagonista. Radici salentine e attaccamento a Parma. Una famiglia solida, la moglie insegnante, punto di riferimento da una vita, due figli grandi, la nipotina che è la felicità: «Mi dà forza. E Parma mi manca, quando sono via. Anche con questo clima, anche se non c’è l’azzurro del Salento».
Ultimo giorno di lavoro. E sfila il film di quarant’anni di cronaca nera:  l’arresto dei terroristi della Raf nel ‘79 e di Prima Linea nell’’80,  la rapina all’esattoria comunale, il delitto Mazza,  l’omicidio del taxista e dell’affittacamere, il sequestro Silocchi e quello di Tommy. Attentati, rapine, violenze,  fino ai furti di oggi: Beppe Cosi c’era.  «Arrivai a Parma il 25 agosto del  ’72, allora stavo a Genova, mi spedirono a pattugliare la Gazzetta. Di giorno eravamo in via Farini, angolo via Maestri, avevano incendiato la sede del Msi. Di notte, nella sede del giornale, in via Casa: almeno  eravamo al caldo. Per 51 giorni a Parma, poi di nuovo a Genova». 
 In Liguria era arrivato dalla Puglia.  «Siamo 5 fratelli, tre maschi e due femmine. Mia mamma Elena, mio papà Vincenzo. Ho fatto le scuole al paese, Tricase. Lavoravo in estate. Quando ho finito le elementari, non volevo più continuare. Mio padre disse “non c’è problema, vieni con me in campagna”. Si raccoglieva il tabacco dalla metà di febbraio al 5 settembre. Tornato, gli ho detto: “voglio andare a scuola”. “Va bene, ma se ti bocciano torni a lavorare”. Non mi sono mai fatto bocciare. Eccomi qui».  L’adolescenza nell’Azione cattolica, «a 14 anni ero addetto alla stampa:  nel senso che dalle 5 di mattina andavo in giro casa per casa a vendere i giornali cattolici. In quattro anni abbiamo fatto una sala cinema per la parrocchia e ristrutturato il palazzo».
 Lavoro di resistenza, da maratoneta.  Diploma, concorso, arruolamento in polizia. Guardia allievo e vicebrigadiere a Nettuno, qualche mese a Genova,  poi a Palermo per il corso Polgai, polizia giudiziaria amministrativa: «Alla fine, mi spedirono a Padova, io che avevo chiesto di tornare vicino a casa. Andai  a protestare, dissero “faremo il possibile”. Dopo 10 giorni, mi richiamarono: Parma o Palermo. Per me Parma era solo un puntino sulla mappa. La scelsi: era il maggio del 1974».
 Primo servizio, da capo piantone alla scuola di piazzale Picelli. Referendum abrogativo sul divorzio, tensioni. «Venivo da Palermo, non mi fidavo di nessuno. Ero lì in piedi, arrivarono tre ragazze: “avete bisogno di qualcosa?”. Io, rigido, “ di nulla”. Se ne andarono, dopo cinque minuti erano ancora  lì con un vassoio di paste. Io per prudenza non le mangiai, - ride - le allungai ai militari. Però, a dire la verità, ho capito allora che la gente di Parma è così: accogliente».   Ufficio di gabinetto, squadra amministrativa, polizia giudiziaria, sala operativa: il poliziotto di Tricase gli uffici se li passa tutti, «per imparare».  Poi,  la squadra mobile. «Settembre ’75, primo dirigente Mazzamurro, comandante Zappavigna, allora eravamo militari». Dicembre 77, faccia a faccia con uno dei rapinatori della Banca del Monte di via Emilio Casa: il poliziotto Beppe si prende un pugno in un occhio, la Gazzetta pubblica la sua foto  con la faccia livida e gonfia. Avrà la sua rivincita, lo farà arrestare: aveva riconosciuto l'accento e la giacca gessata: «Fui il primo a entrare in casa sua. L’ho svegliato: “paesano, sono qui”. A capo di tutta la banda c’era il latitante numero 6 d’Italia, Sartorelli».
  Via Mazzini, tentativo di attentato col tritolo: «Arrestammo i responsabili, quattro persone che facevano parte dei gruppi eversivi tedeschi. Fu il primo arresto di criminali misti, eversione e malavita comune». Primo encomio solenne nel 77, per l’arresto  di un esponente di Autonomia che aveva ucciso un docente universitario. Secondo encomio, l’arresto  del factotum del capo terrorista. La carriera in salita, i concorsi snocciolati uno dietro l’altro: 1973, vicebrigadiere; 1982, ispettore principale; 1984, ispettore capo, poi ispettore superiore e sostituto commissario. Spalla e amico dei dirigenti della Mobile. Li passa tutti: Mazzamurro, Gallo («Quanti anni assieme, anche da questore»), Franco Vitale, Gaetano, Capriello, Nicola Vitale, Fabbrocini, Tassi.  Il dolore per la morte di Anna Silocchi: «Trovammo il lembo dell'orecchio tagliato. Era novembre, avrebbe dovuto essere la prova in vita. Inspiegabilmente i sequestratori abbassarono la richiesta: da cinque miliardi di lire a due. Capimmo che era morta. Poi proseguimmo le indagini a Roma, individuammo la superlatitante Rose Ann Scrocco. Reda riconobbe la voce del telefonista, Garagin. Dal sequestro Silocchi nacquero le indagini sull'eversione legata agli anarchici. Arrestammo la banda, sono ancora dentro». Resta la rabbia: «Il basista del sequestro, quello, non l’abbiamo mai preso. Sospettiamo chi fosse, ma non l’abbiamo mai potuto dimostrare».  La frustrazione, i rimpianti: «I delitti di cui non abbiamo mai trovato i responsabili. Come quello dell’affittacamere, un mistero totale: via Digione, omicidio di Natale. L’arma fu un bisturi, dall’esterno non si vedeva nulla, un minuscolo foro. Ma a quella donna avevano spaccato il cuore. Non riuscimmo a trovare un indizio».  Oggi, dice,  «abbiamo furti e risse, è chiaro che la percezione di sicurezza ne risente. Ma mi sento di dire che Parma è una città sana. E ha una polizia  che lavora bene. Ringrazio tutti, superiori e collaboratori, con cui ho lavorato in simbiosi».

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