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All'Università 17 impiegati "a distanza"

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Laura Birra

L’Università di Parma dice «sì» al telelavoro. Se l’anno scorso i posti disponibili erano dieci, quest’anno sono diventati diciassette, sintomo che la nuova forma di impiego ha messo d’accordo tutti: lavoratori e responsabili. E se il telelavoro  -  che permette al dipendente di svolgere una parte dell'attività da casa - in Italia non è ancora pienamente decollato, l’ateneo cittadino è tra i pochi ad aver aderito al progetto. Il Comitato pari opportunità dell’Università ha promosso l’inserimento di questa attività l’anno scorso, per sperimentarla: «Inizialmente abbiamo proposto di inserire dieci posti in telelavoro – spiega Lucia Silvotti, presidente del Comitato - e l’amministrazione si è dimostrata da subito favorevole. E’ una forma di impiego pensata per chi, in un particolare momento della vita, si trova in difficoltà, per cui senza il telelavoro dovrebbe optare per un part-time o rinunciare alla sua occupazione». L’esempio classico è quello delle neo-mamme, che avendo figli piccoli non possono presentarsi in ufficio ogni giorno, ma anche lavoratori che hanno una persona anziana a cui badare o un coniuge ammalato, per esempio. I candidati hanno partecipato alla selezione tramite un bando di concorso e sono stati scelti in base a dei parametri specifici: «La prima condizione – continua la Silvotti - oltre alle esigenze reali del dipendente, è la “telelavorabilità” della mansione svolta: deve essere un'attività che può essere mandata avanti anche fuori dall'ufficio». L’esempio classico è quello del lavoro informatico, ma anche alcune mansioni di segreteria. Deve poi esserci un progetto, concordato con il proprio responsabile, che prevede il raggiungimento di uno scopo: lavorando per obiettivi, il lavoro svolto può essere controllato. Se l'anno scorso è stato un banco di prova per il telelavoro in Università, i risultati hanno dato esito positivo, permettendo all'ateneo di passare al «collaudo»: «Abbiamo notato che non solo i telelavoratori erano soddisfatti, ma anche i loro responsabili -  dice la Silvotti -. Quest'anno, su venti richieste ricevute, diciassette erano idonee, così abbiamo chiesto all'amministrazione di ampliare il numero dei posti. Di fronte ai risultati ottenuti, hanno   subito accolto la nostra  richiesta».
I giorni «telelavorabili» variano settimanalmente da uno a quattro, perché il lavoratore deve rientrare in ufficio per almeno un giorno a settimana: in questo modo non c'è un isolamento eccessivo dai colleghi, possibile rischio per un telelavoratore.

.Le regole
Stipendio non decurtato
Per le pubbliche amministrazioni (comprese scuole e Università) il telelavoro (detto anche «lavoro a distanza») è disciplinato dal decreto 70 del Presidente della Repubblica, datato 8 marzo  1999. Questa forma di impiego non è un obbligo, ma le pubbliche amministrazioni «possono avvalersi di forme di lavoro a distanza».  L'attività può essere svolta fuori dalla sede lavorativa in qualsiasi luogo «dove la prestazione sia tecnicamente possibile». La legge dice che i responsabili degli uffici dirigenziali, che hanno alle loro dipendenze un telelavoratore, devono proporre obiettivi da raggiungere tramite il telelavoro.  E' l'amministrazione che deve provvedere alle spese di «manutenzione e gestione di sistemi di supporto per il dipendente ed i relativi costi».  Lo stipendio non viene decurtato: è garantito «un trattamento equivalente a quello dei dipendenti impiegati nella sede di lavoro».


 

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