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Immigrati: bisogna agire prima che sia tardi

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Pino Agnetti

Avete presente la frase leggendaria - «Nino, qui si fa l’Italia o si muore!» – con cui Garibaldi si sarebbe rivolto al fido Bixio nei momenti cruciali della battaglia di Calatafimi? Ebbene, prima di atterrare domattina a Tunisi insieme a Maroni, è assai probabile che Silvio Berlusconi guarderà dritto negli occhi il suo ministro dell’Interno e, incrociando le dita per scaramanzia, gli dirà: «Caro Bobo, qui se non riusciamo a convincerli meglio che nessuno di noi due torni più a casa». Corsi e ricorsi storici a parte, l’incontro che il nostro premier avrà appunto domani con l’esecutivo provvisorio nordafricano formatosi dopo la cacciata di Ben Ali riveste davvero un’importanza vitale. Sia nella prospettiva di decomprimere e di rendere quindi minimamente gestibile lo «tsunami migratorio» che ci ha già investito. Sia per evitare che presto - nel Canale di Sicilia sta tornando la bonaccia tanto cara ai piloti dei barconi - sulle nostre coste se ne abbatta un altro, e un altro ancora, di portata e con effetti ancora più devastanti. Certo è che il braccio di ferro, almeno per quanto ci riguarda, non nasce affatto sotto i migliori auspici. Degli oltre 20.000 i tunisini sbarcati in Italia nei primi tre mesi di quest’anno (contro i 45 dello stesso periodo del 2010!), i trattati vigenti prevedono che ne potrebbero essere rimpatriati non più di 4 o 5 al giorno. Fonti di Palazzo Chigi e del Viminale hanno lasciato intendere che Berlusconi e Maroni punterebbero a strappare l’ok per una cinquantina circa di rimpatri giornalieri.
Fanno, nella migliore delle ipotesi, non più di 1.500 migranti al mese riportati in Tunisia: ben altra cosa e tutt’altro ritmo rispetto ai tanto propagandati rimpatri di massa immediati!  Anche perché - particolare di cui in questi giorni molti preferiscono scordarsi - un conto è riportare a casa loro degli irregolari «consenzienti». Un altro, una marea di disperati di avviso completamente opposto!  Insomma, andrà già bene se il negoziato di domani si concluderà con un accordo riguardante il rafforzamento dei controlli sulle spiagge tunisine. A tale proposito, l’Italia ha pronto un assegno da 100 milioni di euro, da integrare con una piccola flotta di motovedette, radar, fuoristrada ed equipaggiamenti vari da consegnare alle forze di sicurezza della «nuova» Tunisia. Ma, anche ammettendo che il sostanzioso «pacchetto» induca i successori di Ben Ali ad assumersi finalmente le proprie responsabilità in materia, ci vorranno comunque settimane, se non mesi, per renderlo operativo.  Ecco perché, resosi conto che con i  «Fora de i ball» non si sarebbe andati a parare da nessuna parte, il nostro governo per bocca dello stesso Maroni ha già annunciato di essere pronto a ricorrere a un cosiddetto «piano B». Imperniato sull’attivazione dell’ormai famoso articolo 20 della «Bossi-Fini» che prevede il rilascio di un permesso di soggiorno temporaneo per motivi umanitari. Questa particolare forma di «protezione a tempo» consentirebbe all’Italia di evitare di violare, non applicandola, una sua stessa legge (per la «Bossi-Fini» quei 20.000 tunisini sono al novanta per cento dei clandestini come tali da rimpatriare con le buone o con le cattive). Ma, soprattutto, agirebbe da formidabile grimaldello giuridico nei confronti in particolare delle autorità francesi che, come è noto, non appena bloccano un migrante a Ventimiglia ce lo rispediscono indietro con un bel foglio su cui in buona sostanza c’è scritto «Fatti vostri». Cosa che assolutamente non potrebbero più permettersi di fare (in realtà checché ne dica Parigi già adesso la Francia sta violando la normativa Ue che prevede la libera circolazione delle persone nell’area Schengen), dato che il permesso rilasciato dal governo italiano avrebbe valore all’interno di tutti gli Stati membri dell’Unione europea.  Come ulteriore punto a nostro favore, c’è poi il fatto che su questa linea di condotta potremmo contare anche sull’aperto sostegno dei piani alti della Ue. Vedasi quanto dichiarato in proposito dal Commissario europeo agli Affari interni, Cecilia Malmström. Cosa che però rende ancora più curioso il fatto che, dopo essersi più che giustamente lamentata per essere stata lasciata sola di fronte al «bombardamento» migratorio provocato dalle rivoluzioni del Nord Africa, finora l’Italia si sia ben guardata dal chiedere formalmente alla Commissione europea di farsene carico in prima persona. Ma sono stranezze che vanno di pari passo con la gestione, a dir poco oscillante, dell’intera vicenda anche sul piano interno. Dalle tendopoli, rivelatesi un totale fallimento e un pericoloso innesco di nuove tensioni sociali, si è passati ieri all’invito accorato del premier a ricordarci che «Noi siamo stati un Paese di immigrati». In mezzo, è scattata la gara fra gli amministratori locali - escluso il caso della Toscana - a chi gridava più forte «Qui non c’è posto». In ossequio (in Italia c’è sempre un’elezione dietro l’angolo) alla ben nota «dottrina Nimby». Cioé, «Not in my backyard» (Non nel cortile di casa mia). Tutto ciò, continuando a barare sul termine «profughi» che sono solo una infima minoranza di quei 20.000 tunisini - quasi tutti clandestini - che rappresentano il vero problema da risolvere. Senza considerare poi che le migliaia di loro che sono scappati dalle tendopoli-colabrodo di cui sopra ce li ritroviamo di già, volenti o no, proprio sotto casa. Mentre chi non ce l’ha fatta ha cominciato a darsi fuoco, come è avvenuto ieri a Manduria. Domani sapremo quale sarà stato l’esito della missione di Berlusconi e Maroni a Tunisi. Ma se questo è davvero uno di quei momenti in cui «O si fa l’Italia, o si muore» sarà meglio che tutti - e non solo il governo - mettano da parte la propaganda e si rimbocchino per bene le maniche. Prima che il caos ci travolga.

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