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La sfida di Mario. E le parole di Marco Paolini

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Laura Ugolotti

Nulla è perso se non quello che si abbandona». E’ la frase incisa sulla targa del premio Mario Tommasini 2011, voluto dall’omonima Fondazione e consegnato ieri all’attore e autore teatrale Marco Paolini. La frase riassume alla perfezione lo spirito di Tommasini, che il premio intende incarnare e far crescere: la capacità di credere in quello che si fa, nella difesa degli ultimi e la volontà di tradurre l'impegno in azioni concrete.
La cerimonia di consegna si è tenuta ieri, alla Casa della musica, dove Paolini è arrivato con un po’ di anticipo per poter visitare la mostra «I luoghi di Mario Tommasini», allestita sotto i portici. Nella visita è stato accompagnato da  narratori d’eccezione, Fabio Fecci e Bruno Rossi, amico di Tommasini e presidente della Fondazione, che ha fatto rivivere con i suoi aneddoti la storia di «quell’operaio che ha “scaravoltato” la città». «Abbiamo scelto di premiare Paolini - ha spiegato il presidente  della Fondazione- per il suo “Ausmerzen. Vite indegne di essere vissute”». Uno spettacolo, «anche se il termine spettacolo è riduttivo», ha sottolineato Rossi, che racconta gli esperimenti di eugenetica che i nazisti condussero ai danni di malati psichici e portatori di handicap dal 1934 al 1945. «La sua capacità di raccontare - aggiunge Rossi -, di far rivivere le storie e coinvolgere il pubblico, è straordinaria». «Quindi ci dica quello che vuole - ha detto rivolgendosi a Paolini - a noi basta sentire la sua voce». E l’attore l’ha fatta sentire la sua voce: per pochi minuti, con un tono pacato ma incredibilmente incisivo. «Quelli che sono stati premiati prima di me sono tutti preti o attori borderline: cercate anche qualche altra categoria», ha esordito, scherzando, Paolini.
In effetti, la prima edizione del Premio Tommasini, nel 2008, andò a Don Luigi Ciotti, poi al clown franco-algerino Miloud Houkili e, l’anno scorso, a don Andrea Gallo. «C’è una sostanziale differenza tra loro e me - spiega Paolini -: la continuità. Con i miei spettacoli affronto temi diversi e ogni volta parto da zero: la storia, come inizia così finisce. La continuità, invece, è delle persone che lavorano ogni giorno; e la continuità non paga, perché porta all’isolamento, ad essere tagliati fuori. Lo sanno bene don Ciotti e don Gallo, preti che non vanno d’accordo con i preti». La continuità è anche quella di Mario Paolini, fratello di Marco; operatore sanitario e autore dello spettacolo «Ausmerzen», con cui l’attore ha voluto condividere il premio. «E’ facile premiare chi appare - spiega Marco Paolini -, ma forse dovremmo guardare di più allo sforzo di quelli che costruiscono, che fanno cose concrete quotidianamente». «Ho visto le foto della mostra - continua Paolini -; rappresentano ciò che è capace di fare la forza della continuità, sono le storie di follie realizzate. Poi vedo noi, che a queste cose non crediamo più, e non mi rassegno a pensare che quello sia solo il nostro passato». Se la prende con la frettolosità, Paolini, con cui spesso affrontiamo la vita: «Dobbiamo  ritrovare il tempo per riflettere, per prenderci un respiro e pensare al futuro». Senza nostalgia ma tenendo presente l’esempio di «uomini solidi in una società liquida», come Tommasini. «Anche il mio mestiere è liquido e la società liquida la conosco bene - continua ancora Paolini - ma mi rifiuto di vivere senza radici, senza progetti. Per questo accetto con orgoglio il premio: porta il nome di un uomo che a me insegna la concretezza del fare».
Ed è proprio questo lo spirito del premio Tommasini: non solo ricordare, ma portare avanti il percorso che lui aveva intrapreso, «per quello che possiamo - dice Bruno Rossi -, perché lui era un carro armato, noi siamo solo lambrette, ma non ci accontentiamo della memoria». Per Mario Paolini, carri armati o lambrette, c’è posto per tutti: «I modelli da seguire, per l’integrazione, l’inclusione, il rispetto, ci sono già, specie in una Regione come l’Emilia Romagna. La responsabilità di ciascuno è quella di interrogarsi, conoscere e poi decidere da che parte stare. Marco non si limita ad aprire e chiudere porte: invita a riflettere, quindi le lascia aperte alla responsabilità».

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