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Franco Maria Ricci e il labirinto di Babele

Franco Maria Ricci e il labirinto di Babele
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di Roberto Longoni

Già persi. Appena tre o quattro angoli svoltati, e il labirinto ha fatto valere la sua legge. «Di qua» dice Franco Maria Ricci. «No, di là» sorride Laura Casalis. Nessuno dei due padroni di casa è davvero certo, nessuno è pronto a scommettere sul corridoio da imboccare nell'immenso enigma di bambù. E non per raggiungere lo sbocco finale, ma solo per tornare al via, pochi passi indietro.   «Del resto, è fatto apposta per smarrirsi...» A mostrarsi  del tutto a suo agio è il meticcio bianco di famiglia: sarà per il fiuto, sarà perché a sua volta si chiama Bambù... Ricci ammira  la fitta parete verde come la pagina di un libro d'alta editoria. «Ai visitatori suggeriremo di portarsi il cellulare. E a chi sarà stanco daremo un passaggio con uno di quei mezzi elettrici usati sui campi da golf». Ondeggiano le canne folte e sottili del Bossetii, alte fino a cinque metri e fitte di foglie fino al suolo. Un colpo di vento, e la trappola delle meraviglie piantata a Masone di Fontanellato sembra ancora più viva.  Ricci si vanta d'esserne uscito di notte, guidato dalla memoria e da una pila. «Bellissimo - esclama  -. Un'atmosfera unica, tra fughe di lepri e voli improvvisi di uccelli». La moglie non si fa impressionare e resta della sua idea: la selva è oscura anche in pieno sole. Giorno o notte, cambia  poco.  A vederci chiaro, semmai, è chi  svolazza sulla Bassa. Un ronzio d'elicottero aleggia costante sopra la tenuta di Ricci: ciò che a terra disorienta, per i viandanti del cielo è  un faro.  Emana magnetismo  la grande macchia verde che riproduce la pianta delle città ideali del Rinascimento.  Il sigillo di un sogno. Chi sta a terra, ora può sfruttare l'alta gru al centro dei sette ettari di giardino a ostacoli percorsi da tre chilometri di camminamenti.  Lavori in corso fino al 2013. La parte vegetale è a buon punto: ora tocca ai mattoni crescere. «Ecco, lì sotto s'aprirà uno spiazzo di duemila metri per i concerti, le feste e i balli. Ci saranno suonatori di fisarmonica, venditori di gelato». Arcadia del terzo millennio. Su tre lati, una corte porticata con tetti ricoperti da pannelli fotovoltaici. Al piano terra, uno spazio per il catering: per pranzare all’aperto  o al chiuso. Sul quarto lato svetterà una piramide, simbolo della Trinità (e della massoneria). Sarà l’angolo mistico, la cappella nella quale si potranno celebrare cerimonie e matrimoni (per i  ripensamenti in extremis, quale miglior scusa del labirinto: «Ho perso la strada...»). All’ingresso di quello che il suo ideatore definisce un «parco ludico e culturale, per adulti che hanno interesse per il libro e l'arte», sta invece per sorgere una costruzione a due piani. Ospiterà un bookshop, ma anche un negozio di prodotti gastronomici, un bar e un ristorante. «Sarà molto bello, ma non caro, con specialità locali affiancate da piatti della cucina della semplicità». Niente che appesantisca, perché prima d'intraprendere un cammino destinato a moltiplicarsi chissà quante volte,  ci sarà anche  da salir d'un piano, per sfilare davanti alla collezione Ricci.  Tra quadri e sculture, 450 pezzi.  «Il concetto di museo dev'essere legato alla facilità e alla godibilità: se uno va al Louvre, trova tutto». A proposito di Louvre: ora la piramide, come gli altri edifici, può solo essere immaginata nei disegni srotolati sui tavoli, sotto il busto di Clemente X, l’ultimo scolpito da Bernini prima di morire. Da severo, lo sguardo marmoreo del papa ora sembra farsi curioso. «Tutto nasce dalla matita: mia e dell'architetto Pier Carlo Bontempi, l’unico che non si vergogni di costruire con il mattone». Più vanto che vergogna mancata: tra gli ammiratori del neotradizionalismo di Bontempi c’è anche Carlo d’Inghilterra. Il suo tratto è un  inno alle linee essenziali delle architetture utopistiche dell’Illuminismo. Il labirinto, invece porta ben più indietro nel tempo, oltre che a perdersi. Per il suo schema, ci si è ispirati a due mosaici romani conservati al Museo del Bardo di Tunisi e al Kunsthistorisches Museum di Vienna. Riprodotti a matita da Ricci, i loro disegni sono stati consegnati all’architetto Davide Dutto, che per la vecchia Fmr aveva curato un volume con le ricostruzioni virtuali del Giardino di Polifilo, un labirinto vegetale attorno a un edificio simile al Colosseo. Quasi un'anticipazione per chi   a Masone nel '77 aveva ospitato per una ventina di giorni Jorge Luis Borges. «Le traiettorie che i suoi passi esitanti di cieco disegnavano intorno a me - ricorda l'editore - mi facevano pensare alle incertezze di chi si muove tra biforcazioni ed enigmi». Forse è nato tutto da lì, guardando l'autore dell'Aleph e «parlando con lui degli strani percorsi degli uomini». L'idea,  il progetto e infine i ventimila bambù acquistati tra la Cina, la Bambouserie di Andouze in Francia e la Liguria: piantati a partire dal 2006,  si moltiplicano di anno in anno. Dal gigante Phillostachis Pubescens, che tocca i 15 metri,  al  Pleioblastus Pomilius, che non supera i 30 centimetri, ideale per non oscurare le finestre del piano terra,  l'unico rimasto della casa di Ricci. «Una vera rovina della fine del Settecento» lui esclama soddisfatto, indicando oltre la scalata di un glicine gli scuri sospesi accanto  a finestre scomparse e i mattoni caduti sul terrazzino del piano superiore che s'è fatto cielo. Il tempo qui studia da architetto accanto  all'uomo e alla natura. Altre «rovine», l'editore-giardiniere non può proprio accettarle. «Da Milano a Bologna c'è una miriade di orribili fabbriche che espongono le loro discariche lungo l'Autosole». Il bambù potrebbe fornire la materia prima per sipari ecologici (lo stesso protocollo di Kyoto caldeggia la sua diffusione). «Inoltre, è resistente, non ha malattie. Sarebbe ideale per fare dell'autostrada un viadotto tra i giardini. Forniremo anche consulenze tecniche, mostreremo  simulazioni al computer. Vorrei indicare una forma di restauro per il paesaggio padano». Numerose, e semisconosciute in Italia, sono  le specie di questo vegetale: potrebbero essere scelte a seconda delle esigenze. «E dei tanti tipi non ce n'è uno che possa far male cadendo». Ma i crolli sono rari: il bambù si piega, non si spezza. Ha l'elasticità dell'intelligenza. L'«inchiostro» ideale per il libro-lascito  piantato da Franco Maria Ricci  in mezzo a una pianura  ancora più sua.
 

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  • marisa guareschi

    21 Luglio @ 15.19

    meraviglioso , ma ancora non l'ho visto !

    Rispondi

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