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Quando un articolo "scomodo" sul giornale si paga con la vita

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di Stefano Rotta

Quando una riga in più sul giornale, si paga col sangue. Anna Politkovskaja prima ancora di es-
sere un’eroina, è una morte bianca, una morte sul lavoro. Venerdì sera a Parma ha raccontato vicende intime e professionali, Vera Politkovskaja, figlia di Anna, giornalista russa uccisa il 7 ottobre 2006 all’interno dell’ascensore di casa; omicidio seguito a reportage senza filtri sugli orrori della seconda guerra in Cecenia, e sugli abusi compiuti dalle truppe federali. 
La serata, moderata dal giornalista della «Gazzetta», Paolo Ferrandi, e introdotta da  Lorenzo Lasagna, assessore al Welfare, e Massimo Bonfatti, presidente di Mondo in cammino («le sue idee, devono camminare con le gambe di tutti noi»), ha riscontrato un acceso interesse: alla Casa della Musica, infatti, non è bastata un’ampia sala per contenere le persone accorse per l’occasione. 
Vera ha iniziato il suo racconto, con un particolare solo in apparenza secondario: «Mia madre è partita per la Cecenia vestita da moscovita. Là, piano piano, si è adeguata, cominciando a vestire come loro». Che è un altro modo di dire che la realtà, per capirla, devi guardarla negli occhi, vivendo al suo livello. Vera si esprime con equilibrio, senza esporsi, e forse qualche piega del suo pensiero si perde nella traduzione simultanea dal russo. 
Da figlia, dice: «Anna aveva un carattere molto forte, risoluto. Il nostro cane, per esempio, una volta si ammalò. Il veterinario disse che non ce l’avremmo mai fatta a salvarlo. Lei si impuntò, ci credette, e così fu. Il cagnone sopravvisse». 
Poche lacrime, poche frasi a effetto. Sottolinea Vera: «Non è una celebrazione, è il ricordo di un impegno. Mia madre diceva: voglio che voi conosciate la verità. Poi potete sempre decidere per il cinismo, o per il razzismo, che stanno impaludando la nostra società». 
Un mestiere crudo, quello della Politkovskaja, dove il fronte non è una linea definita di guerra, ma un muro di cose da non dire; che lei ha educatamente sfondato, finendone sommersa. 
Resiste dentro queste parole, Anna Politkovskaja: «Io non scrivo commenti o pareri. Sono una giornalista, non un giudice. Io racconto i fatti come sono: sembra la cosa più facile, e invece nel mio Paese è la cosa più difficile». 
Vera, intervistata da Ferrandi, ha precisato che «la differenza fra Putin e Medvedev non è così larga», e tratteggiato emozioni legate a quel giorno maledetto, il 7 ottobre 2006. Un giorno normale, solo all’inizio. «Stavo scegliendo il colore di un mobile, volevo un consiglio di madre. Non riuscii a contattarla. Prima, comunque, mi aveva comunicato sensazioni insolite. Di esser seguita». E così, Vera, pure lei giornalista, si trovò sciaguratamente orfana di mamma. E adesso? «Non dimenticare mai».

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