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De Cataldo e il caso Moro: "Dubbi sul ruolo dello Stato"

De Cataldo e il caso Moro: "Dubbi sul ruolo dello Stato"
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Laura Birra

Giovedì, 16 marzo 1978. Il Tg lancia un'edizione straordinaria. Quella che, quando la senti, vuol dire che è successo qualcosa di grave. Il Paese si ferma: hanno rapito Aldo Moro. Sono gli anni di piombo, delle bombe in piazza e dei morti ammazzati. Ma sono anche gli anni di Gladio, della commistione - mai totalmente rivelata - tra i servizi segreti e la strategia della tensione. Anni di un Paese diviso. Per concludere gli appuntamenti di «Legendaria» - rassegna dedicata alla lettura, curata dall'Istituzione biblioteche e patrocinata dall'assessorato alla Cultura del Comune - è arrivato l'autore di molti libri, il più famoso dei quali - «Romanzo criminale» - è ambientato in quegli anni. Un autore che prima di tutto è un giudice: Giancarlo De Cataldo. 
Se «Legendaria» quest'anno è dedicata all'identità nazionale, l'incontro con De Cataldo scandisce già nel titolo il senso della sua presenza a chiudere la rassegna: «Il terrorismo e il caso Moro. Un paese diviso». Un'identità nazionale, quella degli anni di piombo, frammentata dalla violenza in strada, dal ruolo di uno Stato che forse combatte ma forse anche partecipa a quella violenza. 
Intervistato dal giornalista della «Gazzetta» Filiberto Molossi, De Cataldo rivela i suoi dubbi sul caso Moro: «Il ruolo dello Stato non è mai venuto totalmente allo scoperto. Emerge tra le pieghe di questa storia. L'Italia è il Paese che meno di tutti ha voluto far luce sul suo passato oscuro». Da quella via Gradoli, che ha ospitato il covo delle Br e appartamenti stranamente collegati ai servizi segreti, alle lettere di Moro, mai ritrovate in originale. E poi, l'ombra lunga delle organizzazioni criminali, dalla banda della Magliana alla Nuova camorra organizzata di Cutolo, in prima linea nel mediare tra rapimenti e affari di stato. 
«Durante il sequestro - spiega De Cataldo - è stato organizzato un comitato di crisi per trattare il caso. Uno dei membri, un americano, tempo dopo ha raccontato la sua verità: “Non era importante salvare Moro - ha detto - ma far digerire alla gente l'idea che forse non sarebbe mai tornato”». Di fronte a una verità oscura e mai accertata del tutto, ti si gela il sangue. Viene da chiedersi se la giustizia esista davvero. Ma «l'importante - dice De Cataldo - è che non bisogna mai perdere la speranza. Io credo che la giustizia sia un'aspirazione. Non raggiungeremo mai la giustizia perfetta. Ma abbiamo il dovere a tendere verso di essa».  
 

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