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Una Beretta per West Point

Una Beretta per West Point
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 Si può dire che io sia cresciuto insieme a quella Beretta.  Mio padre la teneva riposta in un cassetto dell’armadio, avvolta in una comune carta da pacchi, sotto una pila d’indumenti personali.  Io, naturalmente, ero l’ultima persona che avrebbe dovuto conoscere quel nascondiglio.  Nonostante le precauzioni di mio padre, tuttavia, spinto da un irresistibile senso del proibito, mi trovavo spesso ad aprire furtivamente quel cassetto, sollevare la pila degli indumenti e osservare con un misto di curiosità e rispetto quel pacchetto accuratamente legato con una cordicella.

Di tanto in tanto, con un’aria di circostanza, mio padre tirava fuori il pacchetto dall’armadio e si accingeva a eseguire quella che io ormai consideravo una sorta di cerimonia.  Sotto i miei occhi affascinati di bambino, tagliava la cordicella e rimuoveva con cura prima l’involucro esteriore e poi il foglio di carta oleata che avvolgeva la pistola.  Per prima cosa, mio padre estraeva il caricatore, con i suoi proiettili abbruniti dal tempo, e quindi procedeva via via a smontare l’arma.  Stendeva poi un filo di olio sopra i singoli pezzi, per poi rimettere sistematicamente tutto al suo posto, come se si fosse trattato di un gioco da ragazzi.  Al termine dell’operazione, rifaceva accuratamente il pacchetto e lo riponeva di nuovo nel cassetto dell’armadio.
Era una Beretta calibro 7.65, la pistola d’ordinanza che mio padre aveva ricevuto allorquando, con il grado di sottotenente di artiglieria, era entrato a far parte dei Reparti d’assalto, dei cosiddetti Arditi.  Infatti, dopo aver deluso le aspettative di suo padre, che lo avrebbe voluto con se nel suo studio dentistico, mio padre aveva pensato bene di arruolarsi volontario allo scoppio della Prima guerra mondiale.  Nei Reparti d’assalto mio padre aveva trovato pane per i suoi denti, partecipando con i suoi uomini a diverse azioni di cruciale importanza, intese a sfondare le line nemiche dopo che ripetuti e sanguinosi attacchi della fanteria non erano riusciti nel loro intento.  Era stato ferito due volte e aveva ricevuto una medaglia d’argento al valore direttamente dalle mani del suo amato sovrano.
 
Mio padre aveva scelto i Reparti d’assalto non solo per la leggendaria immagine che si era creata intorno a queste unità – l’Ardito, infatti, era raffigurato in tutte le pagine dell’epoca con un pugnale stretto tra i denti e due bombe in mano, nell’atto di scagliarsi contro il nemico – ma anche per tutti i vantaggi che erano legati all’appartenenza a tali reparti.  Gli Arditi, infatti, non solo non erano costretti alle lunghe marce alle quali erano assoggettate tutte le altre truppe, ma venivano alloggiati in speciali baracche, ricevevano un migliore cibo e godevano di lunghi periodi di licenza tra un’azione e l’altra, in attesa che le loro unità – talvolta ridotte a poco più della metà del loro organico – venissero ricostituite.  Per di più erano soggetti ad una disciplina assai blanda.  E chi osava parlare di disciplina a dei giovani che si scagliavano contro il nemico incuranti del fuoco delle mitragliatrici? 
Mio padre, da parte sua, di disciplina ne conosceva ancor meno degli altri.  Si racconta, infatti, che mio nonno lo avesse incontrato improvvisamente per le vie di Firenze, attratto forse da qualche relazione galante.  Rendendosi conto che il figlio correva il rischio di finire di fronte a un plotone di esecuzione per essersi allontanato dal fronte, mio nonno era corso a chiedere consiglio a un suo vecchio compagno di scuole, a quei tempi comandante della piazza militare.  Sembra che il generale suo amico, imbarazzato dalla richiesta, lo avesse subito messo alla porta, chiedendogli di dimenticarsi pure di essere andato a trovarlo.
Tornato a casa, mio padre aveva ripreso la vita di sempre, aiutato da una madre fin troppo accondiscendente, che contribuiva a rendere vani tutti gli sforzi del padre per fargli mettere la testa a posto..  Poi mio padre aveva incontrato quella santa donna di mia madre e i suoi genitori erano stati felici di sbarazzarsi di lui, trasferendo le loro preoccupazioni alla giovane consorte.  Nel 1958, infine, mio padre era morto e la Beretta, avvolta nel foglio di carta oleata, era rimasta dove lui l’aveva riposta, sotto la solita pila di indumenti, dopo averla smontata e rimontata per l’ultima volta.
Alla morte di mia madre, diversi anni dopo, mi ero ricordato della vecchia Beretta rimasta nel cassetto dell’armadio.  Dal momento che l’arma, con tutta probabilità, non era stata neppure denunciata, era sorta per me la necessità di disporre in qualche maniera di quell’incomoda eredità.  E così quando avevo appreso che la gente di West Point sarebbe stata ben felice di accettarla in dono per arricchire la loro già vasta collezione, la pistola aveva preso la via dell’America.  In effetti, non solo l’Accademia sembrava desiderosa di procurarsi un ambito modello di Beretta, ma appariva pure lusingata di ricevere un’arma che era appartenuta a un ufficiale dei Reparti d’assalto, da molti storici definiti come le prime “Special Forces” dell’era moderna, per la precisione e la sicurezza con cui venivano condotti i loro attacchi.  Una volta tagliati i reticolati, infatti, gli Arditi avanzavano strisciando sul terreno per poi balzare improvvisamente da più parti nelle trincee avversarie e colpire con una fulmineità che neppure permetteva al nemico di usare le proprie armi.
Superato un buon numero di difficoltà burocratiche su entrambe le sponde dell’Atlantico, infine, la Beretta calibro 7.65, modello 1917, matricola no. 36388, aveva trovato il posto che le spettava in una vetrinetta del museo di West Point, per ricordare ai cadetti della U.S. Military Academy il valido contributo che i Reparti d’assalto italiani avevano portato nel primo conflitto mondale.  Di sicuro, mio padre ne sarebbe stato orgoglioso.
 
 
  
Gian Carlo Treggi
 

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