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L'antifascismo e Parma, un'altra polemica sbagliata

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Pino Agnetti

Conosco una storia. La storia di due fratelli arruolatisi nella Regia Marina Militare Italiana durante la Seconda guerra mondiale che seppero dell’armistizio dell’8 settembre mentre si trovavano in un porto del Mediterraneo. La notte seguente, i due si salutarono e si separarono per sempre: uno diretto verso le coste della costituenda Repubblica Sociale Italiana, l’altro verso le zone del Paese già liberate dagli Alleati. Quegli anni, poi decisivi per il definitivo riscatto dell’Italia dalla lunga notte del fascismo e dall’alleanza con la barbarie nazista, sono pieni di storie come queste. Lo sanno bene tutti i più autorevoli studiosi del periodo. Lo sanno, o lo sapevano, i nostri padri e i nostri nonni che, quella tragedia immane, hanno vissuto e pagato a caro prezzo sulla loro stessa pelle. Ed è proprio da qui che nasce un senso di profondo disagio, e anche di tristezza, nel prendere atto di questa nuova polemica scoppiata su un tema - Parma e l’antifascismo – troppo importante per essere ridotto alla ormai consueta rissa da pollaio.
Naturalmente, si tratta solo di un’opinione. Ma, intanto, quella lapide “ai caduti” della Repubblica di Salò messa lì con una dedica che sa tanto di ufficialità e soprattutto inaugurata proprio nel giorno della Festa nazionale della Repubblica (quella “vera” e in cui per nostra fortuna viviamo tutti) non andava messa. O, se non altro, andava preceduta (e non seguita) da un percorso pubblico che ne precisasse le motivazioni e il significato reali. Invece, la strada scelta ha finito col produrre l’effetto esattamente opposto rispetto alla dichiarata “ricomposizione” degli animi. Il che ha fatto sì che pure l’argomento, ugualmente nobile e condivisibile, della “pietas” verso i defunti (tutti) e i loro familiari risuonasse a sua volta stonato e “fuori tempo”.

Ma che dire di certe urla e di certi strepiti che si sono levati dall’altra parte? Ovviamente, il giorno in cui il sindaco di questa città dovesse recarsi in mesto pellegrinaggio a Predappio, la rabbia e l’indignazione sarebbero più che giustificate. Tuttavia, pare che anche quest’anno Vignali sia stato avvistato sul palco del 25 aprile e non a piangere lacrime amare sulla tomba del Duce. Per cui, un briciolo in più di buon senso pure dal versante degli inferociti contestatori della famigerata lapide non sarebbe guastato affatto. Ma niente da fare. E così, fra una mossa più o meno maldestra di qua e una non meno evidente voglia di approfittarne strumentalizzandola di là, non è che la città nel suo insieme ci abbia fatto un figurone. Proprio qui sta il punto. Si può giocare con tutto. Ma non con la nostra storia e le nostre radici. E ridurle a mero pretesto del solito stucchevole teatrino in cui si fa a gara a chi è più antifascista dell’altro, è l’affronto peggiore che si possa recare a quanti caddero, combattendo dalla parte giusta, per la nostra libertà. Come anche a coloro che, schierati dalla parte sbagliata ma senza macchiarsi mai degli orrori delle Brigate Nere, ne condivisero la sorte ugualmente convinti di stare servendo la Patria. La stessa di quei due fratelli di cui si diceva all’inizio. La prossima volta, qualcuno ci rifletta su bene prima di infilare la città in un’altra polemica sbagliata.
 

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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  • mjolnir

    10 Giugno @ 19.18

    Ad un tale, parecchio tempo fa, venne attribuita questa frase dallo spiccato humor inglese:" Bizzarro popolo gli italiani. Un giorno 45 milioni di fascisti. Il giorno successivo 45 milioni tra antifascisti e partigiani. Eppure questi 90 milioni di italiani non risultano dai censimenti..." Ovviamente era Sir Winston Leonard Spencer Churchill.

    Rispondi

    • franco morini

      12 Giugno @ 04.06

      ... d'altro canto, secondo il socialista umanitario Carlo Silvestri:" se l'antifasciismo fosse stato buono e giusto, nessuno avrebbe potuto disseppelire il fascimo dalla sua meritata tomba".

      Rispondi

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