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Il batterio che allarma l'Europa. L'Efsa batta un colpo

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Pino Agnetti

Quando si profila una crisi che ha a che fare con la nostra salute, c’è un solo modo per prevenire e contenere l’allarmismo: fare chiarezza. E farlo in modo e con una tempistica tali che tutti percepiscano bene il messaggio. Nel caso del batterio che sta allarmando l’Europa, qualche dubbio al riguardo appare legittimo nutrirlo. Soprattutto dopo che se ne sono sentite e ascoltate di ogni sull’ormai famoso E. Coli (abbreviazione per Escherichia Coli). Avvistato prima nei poveri cetrioli spagnoli (poi scagionati) e quindi riapparso e isolato stavolta senza più rettifiche nei germogli di soia di una azienda «bio» (vatti a fidare di certi bollini) della Bassa Sassonia, adesso è rispuntato negli hamburger surgelati che hanno mandato all’ospedale sette bambini di Lille, in Francia. Per fortuna, questo secondo ceppo transalpino (per chi volesse prendere nota si tratta dello 0157) non ha la stessa pericolosità del suo parente teutonico (lo 0104) che di vittime ne ha già fatte 36 in Germania e una in Svezia, più alcune migliaia di contagiati. Dunque, siamo di fronte a due situazioni in parte collegate, ma diverse (anche se purtroppo le condizioni di uno dei bambini francesi permangono gravi). Così come sarà bene ricordare che l’antipatico batterio, nella sua variante «buona», è un ospite non solo abituale del nostro intestino al cui interno risiede in quantità industriali (dai 100 miliardi in su!). Ma addirittura essenziale ai fini di una corretta digestione del cibo che assumiamo. Detto ciò, il problema allora qual è? Il problema è che, sballottata fra un allarme di qua e un altro che riesplode di là proprio quando il pericolo sembrava ormai rientrato, la gente fa una fatica boia a raccapezzarsi. E, di conseguenza, ad accettare le rassicurazioni provenienti dalle diverse autorità sanitarie competenti. Queste ultime, poi, o parlano sempre un minuto (talvolta giorni se non settimane) troppo tardi. Oppure, si mettono a comunicare nello stesso momento, ma ognuna per conto proprio. Risultato? Una babele totale. Domanda: ma non eravamo, anzi non siamo, europei? E per quale ragione, visto e considerato che gli hamburger di Lille potevano finire tranquillamente anche sulle nostre tavole (infatti il Nas ha pensato bene di sequestrarne cinque tonnellate dello stesso marchio), deve essere il ministro della Salute italiano Fazio, piuttosto che il suo collega francese o tedesco, a spiegarci come stanno realmente le cose e quali sono le opportune precauzioni a cui attenersi? La scorsa settimana, l’Efsa (l’Autorità europea per la sicurezza alimentare con sede a Parma) ha emesso un primo comunicato per fare il punto della situazione. Peccato solo che, di quel comunicato, il cittadino medio europeo non ne abbia neppure sentito parlare. E, che nel frattempo, lo spettro dell’E.Coli abbia ripreso ad aggirarsi indisturbato da un capo all’altro dell’Europa. Vogliamo davvero impedirgli di continuare a fare danni superiori all’effettivo livello di allarme? Ebbene, la prossima volta che sia l’Europa stessa a parlare a tutti e per conto di tutti con una voce sola. Magari convocando una bella conferenza stampa proprio a Parma, nella sede dell’Efsa. E’ così che si possono sconfiggere gli spettri. E anche farci sentire una comunità unita. Non una babele.

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