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L'apripista del libero scambio in Afghanistan

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Roberto Longoni


L'attacco finale in Afghanistan non lo sferreranno i carri armati o gli elicotteri, ma i camion, i treni carichi di container. Un dilagante viavai nel nome dell'import-export sulla Via della Seta. Ogni contratto un tassello in più nel Risiko della convivenza. Nell'esercito chiamato a vincere la pace a Kabul e dintorni, Walter Amatobene è una sorta di incursore. Romano di nascita, parmigiano per scelta (qui vive da 35 anni,  girando in largo e in lungo), ex direttore alla Gondrand e fondatore  della Mondial Express, della quale ora è amministratore, è un apripista del libero scambio in Afghanistan. Prima o poi, qualcuno andrà anche laggiù, dicono gli analisti. Lui lo fa già, Marco Polo del terzo millennio. «Ho spedito il primo camion nel marzo del 2009: ora siamo arrivati a 120. Spedizioni di sanitari, prefabbricati, condizionatori, gruppi elettrogeni: tutta roba che resterà alla popolazione o alla polizia afgana, dopo il ritiro dei nostri». Questione di coerenza, per chi lavorava con il Libano nel 1983 e con la Somalia nel 1994. «C'era la Folgore in entrambi i casi» sorride lui, che il militare l'ha fatto da basco  amaranto e ora  si occupa del sito congedatifolgore.com. «In Mozambico, invece, c'erano gli alpini paracadutisti». Già, il Mozambico. E  Haiti, novità degli ultimi mesi. Altro che le nostre giungle d'asfalto. C'è sempre un luogo fuori rotta da raggiungere con un carico: dove la giungla magari è anche vera e l'asfalto un lusso. O un deserto seminato a ordigni. «Purtroppo abbiamo ancora i nostri morti. Una schiacciata minoranza di talebani riesce a colpire. Ma sono sempre più gli attentati sventati grazie ai civili. Gli italiani sono benvoluti e rispettati, perché a loro volta rispettano». A staccare i detonatori è anche l'aumento del reddito della gente. «C'è sempre più ricchezza e questo ha creato voglia di stabilità. La logistica sarà l'ultimo impulso  che permetterà di stabilizzare il benessere in questo splendido e terribile Far West ricco di litio, oro, rame e marmo. Ancora a lungo ci sarà chi sparerà agli sceriffi, ma qui stanno confluendo gli interessi del mondo. Nella sola zona occidentale, da costruire ci sono 1.500 chilometri di strade, 1.000 di ferrovie, gli aeroporti di Herat e Farah: commesse per anni». In Afghanistan, Amatobene è stato quattro volte. L'ultima pochi giorni fa. «Avevo dieci camion da consegnare a Herat. E volevo vedere a che punto è la ferrovia tra Hairatan,  ai confini con l'Uzbekistan, e Mazar-e-Sharif». I destini dell'antica Via della Seta si decidono sui 129 preziosissimi chilometri di una  «via di ferro» finanziata dalla Banca dello Sviluppo asiatico.  «Grazie a essa, oltre che all'aumento degli scambi - assicura l'imprenditore - riusciremo ad abbassare i costi delle spedizioni. Un trasporto da Parma a Farah (nella zona occidentale, a 120 chilometri dall'Iran) oggi costa  oltre 11mila euro ad autotreno. Per merce normale si abbatteranno i costi del 20-30 per cento. Per i carichi fuori sagoma anche del 50». Riducendo anche rischi, tempi e lungaggini burocratiche. Perché ora le merci civili per l'Afghanistan vanno via mare e su gomma attraverso Pakistan e Iran. «Ho visto scaricare e caricare 15 camion in un giorno dagli afgani: grandi lavoratori, orgogliosi  e dignitosi. Lì vedi persone scalze con il cellulare in mano, case di fango con la parabola sul tetto. E' una civiltà che ha un approccio con la vita diverso dal nostro falsato dal troppo che abbiamo. Sembrerà un paradosso, ma è un popolo pacifico». Lo dice con un sorriso, Amatobene, ricordando il «benvenuto» ricevuto al primo  viaggio a Herat. Il tempo di sbarcare dall'aereo, e un razzo esplose sulla pista.  «Ma si è in un tale bagno di confusione, in mezzo a tanta gente armata, che si ha la predisposizione a non spaventarsi troppo». Predisposizione innata per l'amministratore della Mondial Express, che nell'ultima spedizione ha ottenuto di  salire sul primo dei dieci Lince assegnati alla scorta dei suoi 15 camion. «In fondo non avrei visto nulla». Poi, nei tratti più a rischio mine è sceso a far due passi con i guastatori («Sul blindato si cuoceva»). Otto ore di strada per 120 chilometri. Amatobene  fa quasi prima quando, scarpette ai piedi e lampada frontale, va a Deiva Marina dopo aver lasciato l'auto a Lagdei (se non altro il parcheggio è certo). «Imbocco il primo sentiero tra i monti alle 22, scollino; a Zum Zeri vedo l'alba sul mare, a mezzogiorno sono in acqua».  Almeno il ritorno è in treno. «Trasportare» se stesso in quota, di corsa, è la vecchia passione dell'imprenditore della logistica. Sette sono state le sue Cro Magnon, le ultra-trail di 104 chilometri con 5.400 metri di dislivello positivo e 6.400 di negativo. Nei giorni scorsi, il suo campo d'allenamento era la base di Herat: all'alba, prima che s'arroventassero terra e aria. Prima di essere appesantito da elmetto e giubbotto antiproiettile. La tenuta da spedizioniere di oltre frontiera, da incursore della pace.

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