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Caso Bonsu, la "verità" dei vigili

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 Raccontano  la loro verità su quel pomeriggio al parco  leggendo una memoria. Scandendo i ricordi davanti al giudice. O consegnando uno scritto.  Hanno deciso di non farsi interrogare, solo dichiarazioni spontanee sull'operazione antidroga del 29 settembre 2008 che portò al fermo di Emmanuel Bonsu.    A farsi avanti, ieri pomeriggio, nell'ultima udienza prima della discussione finale,  sono l'ex vice comandante Simona Fabbri, l'ispettore  Stefania Spotti e gli agenti Andrea Sinisi, Graziano Cicinato e  Giorgio Albertini. Tutti imputati, insieme agli agenti Mirko Cremonini, Marco De Blasi, gli unici due che si sono sottoposti all'interrogatorio in aula,  e Pasquale Fratantuono,  di lesioni aggravate, sequestro di persona, calunnia e falso nei confronti di Bonsu, uscito con un occhio pesto da quell'operazione al parco Falcone e Borsellino.

L'ex  vice comandante  chiarisce subito che l'operazione nacque dopo l'esposto girato al comando dall'allora assessore alla Sicurezza, Costantino Monteverdi. «Come peraltro fece moltissime altre volte», dice.   E poi ribadisce con forza, riferendosi ai suoi colloqui con l'allora comandante Emma Monguidi: «Io non avrei mai proceduto se non mi avessero autorizzato».  Racconta di  aver partecipato al fermo dello spacciatore palestinese bloccato  quel pomeriggio al parco, ma precisa di non avere  nulla a che vedere  con quello di Bonsu  e dei ragazzini minorenni. «Prima di lasciare il comando, quella sera - aggiunge -  avvertii il pm di turno, la dottoressa Licci,  che erano stati fermati dei minorenni, ma gli parlai anche del palo, perché  ricordo che il pm mi chiese se era minorenne».  
Nulla, invece, su ciò che avvenne al comando, su come in particolare fu trattato Bonsu durante le quattro ore in cui fu trattenuto, perché - aggiunge -  «io andai nel seminterrato (dove era trattenuto il ragazzo, ndr),  forse un paio di volte, solo per prendere un caffè e una bottiglietta d'acqua».
Nemmeno Cicinato, secondo quanto racconta, partecipò  al fermo di Bonsu. Ma sul ragazzo afferma: «Al parco notai che incrociò lo sguardo dello spacciatore e poi mosse il braccio mentre teneva in mano il telefonino. Per questo ipotizzai che fosse il complice».  Poi Cicinato ripercorre la sua presenza al comando in via Del Taglio, dopo essere rientrato dall'operazione, analizzando i fotogrammi delle telecamere che lo riguardano.   E ribadisce il fatto di essere uscito dalla sede per raggiungere la questura verso le 20,30: un'assenza di 40-45 minuti per far controllare i cartellini fotosegnaletici   dello spacciatore e di Bonsu.
Chi, invece, sottolinea di aver partecipato al fermo del ragazzo ghanese al parco, è Sinisi. «Non sono mai entrato in contatto con lui. Fu ammanettato, ma mai usai violenza nei suoi confronti né ho visto i colleghi usare violenza». L'agente sostiene di aver gridato più volte «alt, polizia» mentre rincorreva Bonsu.  «Non ho mai detto che fu il ragazzo a procurarmi la lesione al ginocchio, ma mi ferii durante l'inseguimento», precisa.  Mai, poi, avrebbe firmato atti falsi  sulla vicenda. E poi  dà una mano al collega De Blasi, inguaiando  Fernando Villani, l'agente già condannato in primo grado   a 2 anni e 10 mesi con rito abbreviato: «Ho saputo da Fratantuono che a fare  la foto ad Emmanuel   (quella scattata dentro al comando, ndr) fu Villani», sottolinea.
Tutta incentrata, invece,   sulla propria storia personale la dichiarazione davanti al giudice   di Stefania Spotti che, oltre ad aver consegnato una memoria difensiva,  dice: «Dall'età di 17 anni ho fatto volontariato con minori e tossicodipendenti e   catechismo. Sono entrata in polizia perché credo nella giustizia e nel valore delle regole».  
Silenzio, invece, da parte di Albertini, che per la prima volta è comparso in aula. La sua ricostruzione di quel pomeriggio al parco  e del secondo atto al comando è stata affidata ad alcune pagine scritte  consegnate al giudice.
Ma quella di ieri era anche  l'ultima occasione per  partire al contrattacco da parte dei difensori.  Il giorno in cui, terminata l'istruttoria del processo, era possibile chiedere l'ammissione di nuovi elementi di prova per poter dimostrare che gli otto  vigili sono finiti ingiustamente sotto accusa.  E c'è chi ha chiesto  una perizia  psichiatrica  su Emmanuel Bonsu,  uscito con un occhio tumefatto  da quell'operazione antidroga al parco Falcone e Borsellino.   Un accertamento,  secondo l'avvocato Elisa Pigozzi, difensore  di Mirko Cremonini,  per «poter valutare  se eventuali danni psichici pregressi  ai fatti possano  aver influito sullo stress post traumatico di Bonsu». 
Dalla richiesta di perizia a quella di un sopralluogo al parco, avanzata dall'avvocato Noris Bucchi, difensore dell'ex vice comandante  Simona Fabbri, per verificare i luoghi  teatro dell'operazione.  Ma c'è anche spazio per richiedere la  riammissione della testimonianza del medico del Pronto soccorso che diagnosticò a Bonsu una prognosi di due giorni, mentre poco dopo fu ricoverato per la frattura del pavimento orbitale.  Sono solo  alcune delle numerose istanze  avanzate  ieri dagli avvocati. Proposte a cui si sono opposti sia il pm Roberta Licci che la parte civile, oltre all'avvocato difensore del Comune, Pier Luigi Collura.  Una lunga serie di richieste che, dopo oltre due ore di camera di consiglio, il giudice Paolo Scippa ha respinto in toto.    In  particolare, riferendosi alla perizia psichiatrica, il magistrato ha parlato di una richiesta «infondata e priva di rilevanza probatoria». 
Chiusa l'istruttoria, dopo l'estate si entrerà nella fase finale. La requisitoria del pm è fissata per il 19 settembre.  E la sentenza  arriverà sicuramente entro l'anno.G. Az.

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