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Chiara Samugheo contro lo Csac: "Rivoglio il mio archivio"

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 Mara Varoli

Gentile Samugheo, come le  ho detto in questi ultimi mesi  credo che sia importante trarre  dal suo archivio donato allo Csac (Centro Studi e Archivio della Comunicazione)  della Università di Parma una  mostra storica e insieme un volume di catalogo generale o  quantomeno un volume di insieme, sulla sua intera, importante storia». Così iniziava la lettera che Arturo Carlo Quintavalle, noto critico d'arte, ha inviato il  21 febbraio del 1995 alla fotografa Chiara Samugheo. Una  lettera piena di lodi e «di promesse - aggiunge oggi l'artista -. Promesse  mai mantenute». Sì perchè in sedici anni con il ricco e prezioso  materiale fotografico della Samugheo «lo Csac non ha mai organizzato nulla, né un catalogo  né una mostra  -  continua  -. E ora  voglio indietro il mio materiale».  
Si tratta di ben 165 mila fotogrammi che la Samugheo ha donato allo Csac proprio nel 1995.  «Allora stavo traslocando dalla  mia casa romana per trasferirmi ed è stato  proprio Quintavalle a propormi  la donazione. E io ho accettato, ma oggi mi sono pentita. Perchè non hanno mai organizzato una mia personale, e non mi hanno mai fornito il materiale originale per fare le stampe, solo le copie, con le quali non è possibile realizzare la stessa stampa. Per cui oggi vorrei riprendermi i miei fotogrammi».
Facciamo un passo indietro e torniamo al 1995. «In quell'anno - continua l'artista - ho incontrato  Arturo Carlo Quintavalle a Roma, a casa mai. Stavo organizzando una mostra, per il Comune di Cagliari (in Sardegna ho realizzato sei libri).  Il signor Quintavalle mi ha proposto una sua critica sul mio lavoro. Critica  che in seguito  ho pubblicato sul catalogo della mostra in Sardegna sul divismo. Dovevo cambiare casa proprio nel 1995  e nella nuova non avevo lo spazio adatto per  un archivio così  voluminoso. Mi sono lasciata convincere  da Quintavalle a fare la donazione promettendomi (appena in suo possesso) una mostra itinerante ed un libro Electa. Con la garanzia, come nel contratto stipulato, il 27 settembre 1995 di poterlo utilizzare come e quando volevo fino alla mai morte».
Nel contratto infatti è scritto: «La donante pone all'ente donatario l'onere dell'utilizzo da parte di essa donante medesima (per tutta la durata della sua vita) del materiale donato, senza riserve e con facoltà di trarne anche utilità economica, allo scopo di riprodurne le componenti senza limiti e ad ogni altro fine di pubblicizzazione del materiale stesso, fatte salve le esigenze dell'ente donatario per la conservazione dei beni oggetto di donazione».
Nero su bianco. E Chiara Samugheo ricorda: «Io ho donato tutto il mio archivio, nessun'altro fotografo lo ha fatto. In tutti questi anni non è stata mai realizzata una mia esposizione, soltanto quattro o cinque foto in qualche occasione. Le mostre in Francia sono state realizzate dalla sottoscritta. E lo Csac non ha mai collaborato». 
Presto Chiara Samugheo farà un'importante mostra al museo del cinema di Torino, alla Mole Antonelliana, «così - riprende l'artista - ho chiesto allo Csac il mio materiale in alta risoluzione, in quanto ne ho bisogno per realizzare l'esposizione. Ma loro continuano a rifiutarsi. Si giustificano dicendo che l'operazione è troppo costosa. Ma ripeto, purtroppo i duplicati non si possono utilizzare per realizzare delle stampe. E quando nel 2002 sono riuscita ad avere le riproduzioni di 19.800 negativi e oltre 4.200 diapositive, a spese dello Csac, è stato grazie al rettore Gino Ferretti, che ha imposto l'intera operazione, dal momento che i costi erano ingenti».
Una donazione di grande valore artistico ed economico, «Non a caso in una lettera mi avevano inviato una ipotesi di valutazione che era di oltre 355 miliardi, poi ridotti a 687 milioni, sempre di vecchie lire, per farlo accettare all'amministrazione dell'Università, causa assicurazione. Quindi un materiale importante - incalza la Samugheo - che io ho donato con un contratto che mi assicurava l'utilizzo del materiale fino alla fine della mia vita. Non molto tempo fa, sono venuta a Parma per scegliere il materiale di cui avevo bisogno. Ho avuto  in cambio sempre il duplicato dei negativi che come tutti sanno,  con i duplicati  non si possono fare ingrandimenti ad alto livello».
 «Ultimamente - chiude l'artista - ho chiesto alla direttrice Bianchino di scannerizzare ad alta definizione il mio lavoro per poter  soprattutto non fare mostre con lo stesso materiale. Purtroppo, mi ha risposto che il costo sarebbe stato troppo elevato e che non aveva nessuna intenzione di farlo. A questo punto ho il diritto di riprendermelo. Ho lavorato 50 anni e  ho il diritto di vivere facendo mostre. Ho una Agenzia  a  Parigi, Photo12, della Valérie-Anne Giscard d'Estaing con un contratto  in esclusiva di 5 anni in tutto il mondo. Anche per questo motivo, ho bisogno del mio materiale. Per cui vorrei riprendermelo».

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