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Romolo Ranieri: "Il mio Pacifico sulla cresta dell'onda"

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Roberto Longoni

Sette giorni,  prima di poter gridare «Terra» e insieme «Vittoria». Una settimana in alto mare e «in alta quota», tra montagne d'acqua di cinque metri: da tagliare, da scalare, da planare. «Sembrava di essere in un frullatore» sorride Romolo Ranieri, ripensando a quell'oceano che di pacifico aveva ben poco. «La seconda metà della regata è trascorsa da un acquazzone all'altro. Di giorno faceva anche piacere, perché toglieva il sale di dosso. Di notte, però, in pieno oceano, geli anche a quelle latitudini». Ma passare dai brividi per il freddo a quelli per l'emozione è un attimo, quando tagli da vincitore il traguardo della  Transpacific Yacht Race, una delle regate alle quali ogni velista sogna di partecipare. Da San Pedro (California) a Honolulu, per 2.225 miglia marine che diventano 2.400 contando lo zigzagare delle barche a vela.  Una leggenda nata nel 1906, per volere di un re hawaiano.  Ci volevano 46 edizioni, perché si tingesse anche  di tricolore: Ranieri e Michele Cannoni sono i primi italiani ad aggiudicarsi il trofeo, a bordo  di Bella Mente, il minimaxy da 72 piedi americano che ha compiuto l'impresa.  Ne è passata di acqua sotto la chiglia, ma il rugbista diventato grinder sembra quello d'un tempo: come se il sale dei mari di tutto il mondo l'avesse conservato tale e quale. Sarà perché non c'è giorno che salti le due ore d'allenamento. Sarà perché la voglia di vincere («Anche l'America's Cup: quella è un morbo») è la stessa. A cambiare forse è il posto che lo Zio - questo il suo soprannome dalla prima esperienza in Nuova Zelanda - sta cercando «a bordo» di un'impresa. «Ora il desiderio è sempre più di occuparmi della messa a punto della squadra e della barca, della gestione degli individui. Quello di stare,  dopo 15 anni, nella parte organizzativa dello sport. Magari anche in un'altra disciplina».    Alla fine del secolo scorso, Romolo ha preso il largo per imbarcarsi su Luna Rossa,  e da allora non ha più ammainato le vele.  Approdato a Valencia per la sua terza America's Cup, ha fatto della città  spagnola il porto di partenza per regattare ovunque siano richieste le sue braccia e la sua esperienza. Ma la bussola del cuore punta anche l'altro «porto»: la casa di famiglia in collina. Qui torna non appena possibile: pace assoluta, riposo, affetti, sapori d'un tempo. Altro che l'acqua desalinizzata o i pastoni di cibo liofilizzato -  per di più «tarato» sul gusto americano - servito su Bella Mente. «Quei giorni?  Fatica allo stato puro» ricorda. E gli occhi gli brillano di gioia, perché a dar soddisfazione non c'è come «la fatica che si trasforma in velocità pura». Questo per una gara di 2.225 miglia marine, quando la media delle off-shore classiche è di 600. Bella Mente -  che per skipper aveva Mike Sanderson, vincitore di due Volvo Ocean Race e skipper di Team Sanyia, e per navigatore Ian Moore, ex di Green Dragon, Illbruck e Team New Zealand -  ha guadagnato il comando fin dal primo giorno, l'8 luglio.  «Abbiamo puntato verso nord, con una bolina di 7-8 ore, per virare attorno all'isola di Santa Catalina, unica boa della regata». Di lì in poi i punti di riferimento, oltre alla meta delle Hawaii, erano solo le isobare del meteo sul computer di bordo. «Siamo saliti verso nord più degli altri, in cerca del vento. Poi, ci siamo messi a navigare più di poppa. Non abbiamo abbandonato quella rotta nonostante i nostri  inseguitori ci avessero rosicchiato 50 miglia del vantaggio accumulato nei primi giorni. Abbiamo agganciato venti più consistenti, riguadagnando un vantaggio di una sessantina di miglia». Nella seconda metà della regata s'è iniziato a puntare la prua sui temporali, fabbriche di vento nell'oceano. Di vento e di pioggia, ovviamente. «Intanto eravamo sempre bagnati, con quel mare: viaggiando sia di poppa che di prua». Il peggio veniva quando calava il sole. Perché le quattro ore di riposo dopo le quattro alle manovelle erano solo teoriche. «Basti pensare che la quarta notte abbiamo dovuto fare una quindicina di strambate. Nella Transpacific è permesso lo stacking, che significa il trabordo anche dei sacchi delle vele da un lato all'altro della barca. Tutti fuori in quei momenti. A queste fatiche s'è aggiunta quella della sostituzione del gennaker, che s'è rotto all'ultima strambata». E sempre con un vento che al minimo soffiava a 15 nodi, ma negli ultimi due giorni e mezzo era tra i 18 e i 34. La velocità? «La media era di 17-18 nodi, con punte oltre i 26 sulle onde più grandi. Si volava: nelle ultime 36 ore abbiamo superato le 400 miglia al giorno». All'alba del 15 luglio, il premio a tanta fatica:  la finish line al faro di Diamond Head, a est di Honolulu superata per primi. «Il sole nasceva alle nostre spalle, mentre la luna piena era ancora alta davanti a noi. Uno spettacolo». Poco dopo, lo Zio e gli altri avevano al collo la «lei», la  collana di fiori hawaiana, e si passavano il Barn Door Trophy tra le mani, prima di concedersi una bella doccia, un panino caldo e una Coca in banchina. «Sono contento anche per l'armatore, per il quale lavoro dal 2007 e che la prossima primavera varerà una nuova barca. Nel marzo, durante la Cabo Race, con un vento che aveva portato alla chiusura del porto commerciale di San Diego, avevamo rotto l'albero, rischiando il naufragio al largo del Messico». Un albero nuovo, quattro mesi dopo, e dal rischio del naufragio s'è passati al trionfo. Così, dall'«altura» della Transpacific, Romolo ora guarda le tappe d'avvicinamento all'America's Cup del 2013. Ben diversa da quelle combattute da lui. «E' l'era dei multiscafi, delle ali rigide al posto delle rande, degli equipaggi ridotti.  Prima, a bordo, ti sentivi parte di una famiglia: ora non è più così». Inoltre, tra le ultime edizioni, questa sarà la  prima America's Cup senza italiani. Otto gli iscritti, ma a San Francisco sarà una gara a tre. «Tra Oracle, New Zealand e Artemys». Artemys: il team con il quale Romolo ha lavorato nel novembre scorso in Dubai, dopo aver fatto ancora una stagione con Luna Rossa, su scafi più piccoli. «Un mese interessante, in barca con Paul Cayard.   Anche su Bella Mente ero con un ragazzo di America One».  Ora sotto la stessa bandiera gli acerrimi nemici delle «battaglie navali» nel golfo di Auckland che nel 2000 fecero perdere il sonno all'Italia. «Altri tempi. Ma i duelli persi con Luna Rossa: come bruciano ancora a quelli di America One». 

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