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Il vescovo parla alla Gmg: "Cristo è la nostra radice"

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Non possiamo sfuggire a domande profonde e radicali sulle nostre radici, sul nostro essere, sul fine del nostro esistere. Alla base di un certo disorientamento, di un’ansia dell’esistere o del frastuono ricercato da molti, troppi giovani, credo ci siano domande eluse o risposte insoddisfacenti. Essere giovani vuol dire lasciarsi interrogare: perché proprio me? Perché qui? Perché in questo tempo?».
Avere consapevolezza delle proprie radici per avere chiara la meta: un percorso indispensabile per non essere disorientati ed essere esposti a tutti i venti; percorso che monsignor Solmi ha proposto ai giovani nella seconda catechesi della Gmg, nella chiesa di San Juan  de la Cruz, a Madrid, di fronte a tantissimi ragazzi, fra cui oltre 400 parmigiani. Percorso che porta a ritroso nel tempo, per   rivivere l’esperienza di due mani che ci hanno accolto.  «Troviamo le nostre radici nell’amore e siamo accompagnati dall’amore. - afferma il vescovo - Conoscere che siamo stati cercati, amati, voluti, che non siamo soli e che siamo attesi significa che non viviamo tra due assurdi: la nascita o la morte». Esperienza di un amore che conosce anche la fragilità, il possibile tradimento e che ci obbliga a ricercarne le radici più profonde, che «sono in una persona che ci ha amati e accolti da sempre e che non viene meno», e che ha il volto di Gesù di Nazareth. Radici che rimandano, paradossalmente, all’epilogo che illumina tutta la vicenda di Gesù: la croce. «La croce non è un legno secco che non può germogliare, o dare frutti - spiega monsignor Solmi - al contrario, è l’albero della vita, che germoglia, è la radice di un mondo nuovo, nel quale noi siamo nati». Quasi in una sorta di contemplazione della croce, il vescovo si è poi fermato a meditare il costato trafitto, definendolo «una fessura che mi fa vedere chi è Dio, il suo amore per noi». Attraverso questa fessura, «conosco che è amore totale che dà se stesso e non trattiene per sé nulla. Mi sembra di vedere l’amore che germina tra un ragazzo e una ragazza e che prende forma in un sì definitivo; il sì di chi lascia casa, fratelli e sorelle, campi e lavoro per un sì pieno nel quale tutto donare in una scelta definitiva che poi restituirà tutto nel centuplo promesso».
Spiraglio dal quale si vede che l’amore di Dio è personale ed esclusivo ed insieme universale: «Questo amore è per me perché è per tutti, grandezza dell’amore che non si riduce se lo offri, ma che al contrario cresce, si affina». Fessura che mi fa conoscere «l'amore di Dio che resta fedele sempre, anche quando è rifiutato e si rinnova nei confronti di ogni persona fino al punto di essere donato come accoglienza e perdono sulla croce con chi era condannato con lui». Consapevole che «la fedeltà per Gesù di Nazareth non è stare fermi, in difesa, in modo noioso e statico, ma è ogni giorno ribadire il sì alla propria chiamata e alle esigenze che comporta».
La croce e il costato trafitto ci richiamano che «la nostra radice è nel dono. Facciamo l’esperienza di essere amati, attesi, di essere cercati e non dimenticati da Dio e quando vogliamo amare, sentiamo che rispondiamo all’amore e che lui ci previene e ci accompagna, senza perdere nulla di quanto noi siamo, al contrario dando forza e vigore a noi stessi, facendoci crescere come fa uno che ci vuol veramente bene».
«Essere radicati in Cristo - ha sottolineato il vescovo - è essere nati da un apparente tramonto, da una fine che alcuni attendevano ed essere sorpresi dalla risurrezione, come Maria di Magdala che, al mattino presto, quando ancora è buio, ha il coraggio di entrare nel cimitero per incontrare Gesù e qui incontra il vivente che cambia la storia del mondo e continua a dare vita e speranza. Proprio lei, senza nome, quasi relegata ad una denominazione geografica, perché non c'è bisogno di conoscere chi dà il corpo per denaro, Gesù la chiama: Maria!, offrendole il nome che nasce dall’alba della risurrezione. Anche noi abbiamo un nome nuovo che nasce dalla risurrezione, ci viene dato nel battesimo e lo pronuncia il Signore chiamandoci alla pienezza della vita».

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