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11/9 - La guerra non è ancora vinta

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di Giuliano Molossi

Siamo in guerra, avevamo pensato, atterriti, quel giorno, il giorno dell'apocalisse. Dieci anni dopo la guerra contro il terrore non è ancora vinta. «Ci siamo dimenticati del terrorismo - ha detto il presidente Obama - ma il terrorismo non si è dimenticato di noi». Illudersi che tutto sia finito sarebbe un grave errore. I fanatici fondamentalisti islamici hanno subito gravi perdite e quel che conta di più hanno anche perso molti consensi nel mondo arabo, grazie alle contagiose rivolte in nome della libertà e della democrazia, ma non si sono arresi. Al Qaeda forse non ha più la capacità di organizzare azioni spettacolari e devastanti, ma è sempre viva. A New York, in queste ore, l'allerta è massima. Tre uomini, arrivati dal Pakistan, sono ricercati: c'è il forte sospetto che stiano preparando un attentato. E i piani per un altro attacco al cuore degli Usa, proprio nel decennale dell11 settembre, erano stati trovati nel covo di Bin Laden a Abbottabad.
I profeti del terrore continuano il loro macabro proselitismo anche in Europa. Il magistrato Stefano Dambruoso, uno fra i maggiori esperti di terrorismo internazionale a matrice islamica, e autore di un libro uscito in questi giorni, «Un istante prima», ritiene che oggi i pericoli del terrorismo fondamentalista arrivino soprattutto dalla «jihad fai da te», e cioè quei disperati che vengono reclutati dai predicatori dell'odio per farsi saltare in aria nelle nostre strade, in mezzo alla nostra gente. Lo stesso Dambruoso, forte della sua esperienza, invita tutti a non abbassare la guardia. E' vero che dal 7 luglio 2005, giorno degli attentati di Londra, in Europa non ci sono più stati attacchi in grande stile, ma azioni solitarie, invece, sono avvenute (anche a Milano, davanti a una caserma, protagonista un immigrato libico) e molte sono state sventate in extremis. Per un caso fortuito, per l'intuizione di un poliziotto, per un ripensamento, per un difetto dell'ordigno. E c'è un'altra cosa che Dambruoso ama sottolineare tutte le volte che qualcuno gli domanda se la guerra è finita. «Questo è un nemico - dice - che non ha fretta, che non conosce la fretta. Il fattore tempo ha un valore diverso dal nostro. Per lui un anno, due, dieci o venti non vogliono dire nulla. Quello che conta è arrivare un giorno all'obiettivo finale, l'annientamento della civiltà occidentale. Non importa quanto tempo ci vorrà».
Il «diavolo» che aveva ordinato l'attacco al cuore dell'America e aveva poi esultato al crollo delle due Torri è morto. Ma l'uccisione di Osama Bin Laden, sensazionale per le modalità con le quali è avvenuta, e di enorme impatto emotivo, non ha certo inflitto il colpo finale alla «cupola» jihadista che da tempo vanta altri leader, come Al Zawahiri , e altri reclutatori (anche via Internet) dei kamikaze. L'intelligence ha svolto, e continua a svolgere, un compito fondamentale. La prevenzione e la vigilanza, per arrivare un istante prima, sono determinanti. Ma la partita si giocherà, ogni giorno, anche su un terreno diverso. E su quel terreno, anche noi tutti abbiamo un ruolo. Se sapremo essere attenti senza essere diffidenti, se ci convinceremo che una pacifica convivenza nel rispetto delle diversità è possibile, se favoriremo l'integrazione anziché ostacolarla, allora isoleremo i seminatori di odio e violenza, toglieremo loro la «manodopera», i disperati che mandano a morire imbottiti di esplosivo. Forse non basterà per vincere la guerra, ma le armi che abbiamo sono queste. Usiamole.

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  • Max Power

    12 Settembre @ 12.33

    Spett. Direttore, le porgo i miei più sentiti complimenti per l'ottimo editoriale, tuttavia non sono affatto concorde con quello che scrive nelle ultime 5 righe. Favorire l'integrazione, come lei suggerisce, renderebbe ancora più complicato allle forze del''ordine rintracciare quei "disperati" disposti a farsi saltare in aria o a commettere qualsiasi altra forma d'attentato; è ora di usare il pugno di ferro e la tolleranza zero contro questa gente, non di integrarli. Una città come Parma, piccola, provinciale e benestante, in cui non si riesce a controllare nemmeno un gruppo di facinorosi ubriachi in piazzale Inzani potrebbe essere terreno fertile per futuri terroristi, che riuscirebbero a nascondersi sicuri di non essere rintracciati nella nostra città. Secondo me sono già anche troppo integrati !

    Rispondi

  • giuliano

    12 Settembre @ 11.58

    ma se noi stavamo a casa nostra loro non venivano qui, ed era finita la storia.

    Rispondi

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