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Bocchi: il mio Guttuso alla città

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 Margherita Portelli

Fitti come i bagnanti colorati che affollano «La spiaggia» di Guttuso - uno dei capolavori più ammirati dell’artista -, i parmigiani ieri si sono riversati alla Galleria Nazionale.
 L’occasione era di quelle importanti: nel contesto delle Giornate europee del patrimonio 2011, infatti, il museo ha presentato al pubblico la donazione di una pregevole opera del pittore comunista nativo di Bagheria da parte del regista parmigiano Giancarlo Bocchi, in omaggio alla memoria del padre Mario, che fu insigne collezionista d’arte parmigiano e amico personale di Renato Guttuso. Oggetto della donazione, proprio un bozzetto realizzato a china dal Maestro per il grande dipinto a olio «La spiaggia», databile tra il 1955 e il 1956: uno studio su cartone tra i più completi e vicini all’idea finale che l’artista elaborò per la suggestiva composizione del dipinto. La stessa opera fu donata dall’autore alla Galleria Nazionale nel 1965, a seguito della prima grande mostra antologica italiana dedicata all’artista, allestita alle Scuderie della Pilotta, che proprio Mario Bocchi promosse, nel 1963, e che fu connotata da un travolgente successo. 
«Si tratta di un evento per il quale mi sento profondamente compiaciuta e grata - è intervenuta Giovanna Damiani, sovrintendente al Patrimonio storico e artistico di Parma e Piacenza -: questo bozzetto costituisce un elemento fondamentale di arricchimento per il nostro patrimonio. Inoltre, la generosa donazione di Bocchi in memoria del padre, ci ha dato l’opportunità di ripercorrere un po' la storia della Galleria Nazionale, nel tentativo di recuperare la documentazione relativa alla mostra del 1963». 
È in effetti piuttosto interessante scoprire che, già allora, si parlava di mettere in piedi grandi mostre dedicate al Parmigianino e al Correggio, obiettivo raggiunto, poi, solo pochi anni fa. «Sono grato alla Soprintendenza che, partendo dallo spunto della donazione del bozzetto, ha dato vita a tutto questo - sono state le parole di Bocchi -. Quella retrospettiva dedicata a Guttuso allestita alle Scuderie di Maria Luigia nel '63 ci deve aiutare a capire che le mostre non si fanno grazie al marketing né alla disponibilità di pareti. Io credo che oggi Parma abbia bisogno di un grande museo di arte moderna, e che gli spazi ci siano: pensiamo ad esempio alle ex carceri di San Francesco. Bisognerebbe mettersi a lavorare, perché il futuro di questa città è legato alla cultura. L’arte è una delle forme più intense di libertà, e io di libertà oggi ne vedo poca».
 E poi rincara la dose: «Purtroppo sto iniziando a pensare di portare la mia collezione, tutto il mio archivio, altrove. In una città più "disponibile" - confessa il regista -. Ad esempio mi chiedo: come mai, in un momento in cui in tutta Italia si inaugurano mostre sull'arte povera, Parma ne è rimasta completamente fuori? Andrebbe forse chiesto all’assessore dimissionario».

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  • Alberto Esse

    26 Settembre @ 13.49

    La grande mostra-evento dedicata all'Arte Povera e affidata alla curatela di Germano Celant, nelle dichiarazioni dei promotori, avrebbe dovuto avere due caratteristiche: la storicizzazione del Movimento e il lavoro in rete fra alcuni dei principali musei italiani, tra i quali anche il Mambo di Bologna. La scelta di Celant di restringere la rosa degli artisti esposti a solo 13 nomi non solo esclude senza alcuna ragione alcune figure di primo piano del Movimento, da Gilardi a Parmiggiani, da Mattiacci a Mazzotta e Mauri ecc., ma elude anche una doverosa indagine storica su tutti gli apporti, le connessioni, le sfaccettature di un Movimento che per la sua ampiezza e importanza non può non avere avuto, alle spalle dei “magnifici tredici” di Torino e Roma, anche altri interpreti (sia pur minori per Celant) e altre manifestazioni e in diverse parti d'Italia. Con particolare riferimento all'Emilia Romagna, la mostra sarebbe potuta essere l'occasione anche per far emergere una realtà emiliana forse sottovalutata, forse discriminata a livello nazionale dal sistema delle gallerie e dei curatori alla moda che preferiscono puntare solo su Roma, Milano e Torino. Una realtà emiliana che invece ha presentato già alla fine degli anni '60 una notevole vivacità. Si possono menzionare, in proposito, artisti come Gaibazzi a Parma, Corrado Costa, Claudio Parmiggiani, Franco Vaccari, Carlo Cremaschi, Giuliano Dalla Casa, Adriano Malavasi tra Reggio Emilia e Modena, William Xerra e gli outsider di Foglio Volante a Piacenza, impegnati questi ultimi in specifico sulla poetica dell'Arte Povera, e poi i poeti come Adriano Spatola, Patrizia Vicinelli, Giorgio Celli, Gian Pio Torricelli. Si può citare, in particolare riguardo il tema “Arte Povera 1968”, la mostra-evento “Arte Contemporanea al Museo Civico di Bologna” tenutasi presso Palazzo Re Enzo nel gennaio del 1969, che ebbe ampia eco locale e nazionale. Tutti artisti e avvenimenti, viste le premesse, probabilmente trascurati dalla mostra anche nella sua articolazione al Mambo di Bologna. Inoltre, con la sezione specifica di Milano dedicata all'Arte Povera fino al 2010, si procede ad un falso storico prolungando la vita di un Movimento che lo stesso Celant aveva dichiarato finito agli inizi degli anni '70. Per quanto concerne il lavoro di gruppo dei musei, come ho avuto modo di riscontrare personalmente, è lecito sollevare qualche dubbio se, a pochi mesi dall'inaugurazione delle mostre-evento, alcune sedi locali sembravano sapere ben poco sulla sua impostazione e sul loro ruolo specifico e comunque ribadivano che ogni scelta, in particolare degli artisti esposti, era demandata a Celant, senza possibilità di interlocuzione alcuna. Ancora una volta, appare che il critico demiurgo si prenda tutto il proscenio con buona pace delle belle parole su storicizzazione, sulla distinzione tra critica d'arte e storia dell'arte e sul lavoro di rete, consegnandoci un'Arte Povera che rischia, a dir poco, una triste ibernazione. Il tutto con i soldi pubblici. 12 settembre 2011

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