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In causa da 50 anni per riavere mille lire

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 Ha aspettato 51 anni per vedersi pagata  una cambiale da mille lire. Ma ora la figlia della parmigiana Maria Carletti (che aveva fatto il prestito, mai restituito,  a una cugina) chiede, oltre alla somma stabilita dal giudice per la vecchia cambiale, anche il risarcimento per la lunga attesa, e fa causa al ministero della Giustizia.
La storia inizia nel 1959, quando la cugina chiede a Maria Carletti un prestito. Nel 1960 la donna emette una cambiale di mille lire a favore della cugina e nel corso dello  stesso anno è costretta a presentare un decreto ingiuntivo alla Pretura di Bologna per il pagamento. Inizia così un iter giudiziario lungo mezzo secolo. Complicato  e anche segnato dalla sfortuna, come spiega   l'avvocato Anna Orecchioni, che ha seguito  la causa per conto della figlia di Maria Carletti, Rita Manni. Perchè nel corso degli anni   le due contendenti muoiono,  devono  subentrare nell'iter gli eredi, cambiano giudici ed avvocati,  e - dulcis in fundo -  il fascicolo viene smarrito, facendo rinviare  diverse   udienze e  dilatando  a dismisura i tempi.
La sentenza emessa pochi mesi fa  a Bologna ha il sapore della beffa. A Rita Manni, unica erede della madre,  vengono riconosciuti 1.350 euro per il credito della vecchia cambiale. Una cifra «irrisoria», la definisce sempre l'avvocato Orecchioni.   Rita Manni   decide quindi -  in base alla legge Pinto del 2001, che disciplina il diritto di richiedere un'equa riparazione per il danno, patrimoniale o non patrimoniale, subito per l'irragionevole durata di un processo - di presentare ricorso alla Corte di Appello di Ancona (competente, per questa materia, rispetto al Foro di Bologna)  chiedendo un indennizzo di 48 mila euro per l'eccessiva durata del processo.
Alla cifra - spiega ancora l'avvocato - si arriva calcolando, come ha stabilito la Suprema Corte, mille euro di indennizzo per ogni anno di ritardo della sentenza. Poichè una sentenza di primo grado dovrebbe arrivare al massimo a tre anni dall'inizio di una causa civile,  il ritardo si calcola su 48 anni. Una cifra  che si aggiunge ai 1.350 euro riconosciuti per la cambiale.
«Siamo fiduciose. La legge Pinto sull'equo indennizzo si è dimostrata efficace per tutelare le vittime della ‘giustizia lumaca’. Vittime che possono rivolgersi   a infogiustizialumaca@libero.it per avere una consulenza gratuita sul loro caso.  Di solito i tempi del risarcimento sono piuttosto brevi. Insomma non dovremmo rischiare di aspettare altri decenni», dice con un pizzico di ironia l'avvocato Orecchioni.
L'udienza che dovrebbe mettere fine a questa odissea giudiziaria è prevista all'inizio del prossimo anno ed è quasi scontato che darà parere positivo alla richiesta di risarcimento della signora parmigiana. L'unica incognita, spiega il legale,  è sull'entità della cifra. La Corte di Appello di Ancona, riesaminando tutto l'incartamento, potrebbe decidere di abbassarla di qualche migliaio di euro. m. t.  

 

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  • Michele

    02 Novembre @ 15.53

    A me sembra una scusa per spillare quattrini su una serie di errori che nulla c'azzeccano con le pene sofferte. E la legge che dovrebbe regolamentare l'ingiusta lunghezza del processo dovrebbe avere, dall'altra parte, qualcuno che abbia il buon senso di proporzionare la richiesta al danno effettivamente subito. Che la giustizia sia ridotta male è conclamato, ma non mi sembra che stiamo parlando di una cambiale di centinaia di migliaia di lire di allora o addirittura di milioni. Parliamo di una cifra che all'epoca era l'equivalente di uno stipendio di oggi. Perciò di grandi pene e sofferenze mi riesce difficile vederne. Certo che se l'intenzione è quella di dare una raddrizzata alla burocrazia della giustizia italiana facendo un'ulteriore causa che non farà che ingolfare ancora di più la giustizia stessa, stiamo freschi.

    Rispondi

  • francesco brundo

    02 Novembre @ 10.09

    E se decidessimo di pagare le tasse con la lentezza della Giustizia, sarebbe vera Giustizia !

    Rispondi

  • la camola

    02 Novembre @ 06.21

    La legge è uguale per tutti, ma la velocità della giustizia no.

    Rispondi

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