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Dissesto idrogeologico: il territorio ferito

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di Andrea Gavazzoli

Immagini sconvolgenti di città sommerse, strade trasformate in canali e devastate dalla violenza delle acque che alle spalle si lasciano morti e macerie. Immagini che fotografano una situazione drammatica davanti alla quale non c'è neppure il tempo di fermarsi a pensare e a fare i conti con quelle sensazioni d'impotenza reale che hanno il sopravvento davanti a persone che hanno perso i loro cari e che comunque, nel migliore dei casi, si sono visti in pochi minuti sconvolgere la vita. Pensate che a causa del maltempo la media  mensile nazionale delle vittime accertate  è di sette unità, ben 84 all' anno.
Mentre infuriano le polemiche, mentre la rabbia è il sentimento più diffuso, il rimboccarsi le maniche non ha mai preoccupato la nostra gente, capace davanti alle emergenze, di reagire con quella dignità che ha dentro e che esce nei momenti più difficili, a dispetto di carenze strutturali e di programmazione che, questa volta sì, dovranno essere riviste con scelte molto piu' coraggiose rispetto al passato. Il Ministero dell' Ambiente ha piu' volte sottolineato negli ultimi anni come servirebbe un piano dal costo di questi tempi del tutto inaccessibile da 40 miliardi di euro, ma con interventi mirati per un totale di 6 miliardi, gli organismi di competenza, assicurano una gestione nettamente migliore del flusso delle acque che causano inondazioni e frane.   In effetti non è la prima volta che ci si trova davanti a disastri provocati da calamità naturali, così come non è la prima vota che ci si trova a fare i conti troppo salati  con le drammatiche conseguenze di straripamenti e smottamenti. Ma questa volta la situazione è diversa, questa volta la sensazione è che le cose sarebbero potute andare in modo ben diverso se, come si richiede ormai da anni, ci fossero stati interventi programmati in difesa del territorio. E mai come oggi è forte la sensazione che il dissesto idrogeologico sia una delle battaglie primarie da combattere a da vincere. Il piano come detto è costoso, ma il rischio è peggiore e la burocrazia che frena il tutto è l'unica costante in una nazione martoriata da questi fenomeni lungo tutta le penisola.
La colpa non va infatti solo ed esclusivamente addossata al mutare del clima e la prevenzione, unita alla consapevolezza e ai comportamenti di ognuno di noi, puo' esser una parte importante per la soluzione del problema.
Per ricondurci al nostro territorio e in particolare alla città, i tempi delle grandi piene anche in passato si sono succedute a intervalli abbastanza regolari di 30-40 anni l'una dall'altra: quella della metà dell' 800 (con esondazione dell'Oltretorrente che provocò ventidue morti), del 1910, del 1952 e del 1980. Poi, nell'ultimo ventennio non si contano le volte che il torrente Parma è uscito dall'alveo invadendo le zone golenali e creando pericoli e danni per le ormai tante case che in quelle zone sono state inopportunamente costruite. Non si tratta infatti di non costruire, ma di costruire bene e con piani di compensazione nel momento in cui l'urbanistica va a cambiare il paesaggio e di conseguenza la circolazione delle acque. Le politiche di condono per esempio fanno di tutto fuorchè salvaguardare l'incolumità dei cittadini avallando insediamenti ad altissimo pericolo strutturale.
Oggi la situazione qual è? Se le precipitazioni così impetuose cadessero in maniera così copiosa come in Liguria anche a Parma cosa accadrebbe indipendentemente dall'utilizzo delle casse di espansione che  han arginato parte del problema ? Perchè nei nostri fiumi indipendentemente dal lavoro di Aipo e Bonifica si nota la presenza così massiccia di arbusti che limitano il flusso? Di questo e di altro si parlerà stasera alle 21 ad Agorà con una nutrita schiera di ospiti tra cui, oltre agli esperti del settore, anche i volontari della Protezione civile presenti in Liguria. Un servizio sulla golena parmense è stato realizzato da Francesca Lombardi in collaborazione con il sito Gazzettadiparma.it.

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  • Daniele Tanzi

    10 Novembre @ 13.27

    Purtroppo, credo che si tratti di parole, che si sommano ai miliardi di parole ormai spesi in proposito. Nel 1970, la città di Genova venne flagellata da un'immane alluvione, che causò decine di vittime. Celebrati i funerali, si decise di mettere in sicurezza il Torrente Bisagno. Furono presentati centinaia di progetti, ma, alla fine, non se ne fece nulla. I risultati si sono visti alcuni giorni fa.

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