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Giorgio Gandolfi: "Quell'espulsione da Cuba per avere criticato il menu"

Giorgio Gandolfi: "Quell'espulsione da Cuba per avere criticato il menu"
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Giorgio Gandolfi

Faceva già caldo quella mattina all'Avana ed era il 2 dicembre del 1971, 40 anni fa, quando il telefono della camera al decimo piano dell'Avana Libre, ex Hilton,  che dividevo col collega Attilio Fregoso si mise a squillare. Dalla portineria mi avvisavano che ero atteso nell'atrio. Alle 7 del mattino? 
Quando vidi alcuni agenti della polizia cubana rimasi comprensibilmente sorpreso. Senza tanti preamboli mi dissero che ero stato «espulsado» da Cuba come persona indesiderata consegnandomi nel contempo il foglio di via per una località imprecisata.  Dovevo seguirli immediatamente all'aeroporto, senza discussioni. Dieci minuti, il tempo di avvisare Fregoso perchè chiamasse l'ambasciata,  anche se a quell'ora del mattino c'era poco da sperare,  e via con l'auto della polizia verso l'aeroporto intitolato allo scrittore  Josè Marti, l'eroe dell'indipendenza cubana. 
Indossavo maglietta traforata e  pantaloni leggeri: non immaginavo cosa mi aspettava, altro che il volo Madrid-L'Avana come nell'andata. L'ufficiale che comandava i poliziotti chiese qual era il primo aereo per l'Europa: c'era quello per Casablanca, ma stava già rullando sulla pista. Dovevo attendere quello successivo, un Focker diretto a Praga. Spingendomi senza tanti complimenti mi fecero entrare in una stanza ordinandomi di stare fermo ed io ovviamente mi avvicinai ad una finestra. Il secondo invito fu meno educato, direi minaccioso. Oramai ero un «nemico» di Cuba. Rimasi nella stanza per due ore e solo successivamente seppi il perchè. 
Alle 8,30 sarebbero partiti gli azzurri diretti in aereo all'altro capo dell'isola, una Nazionale piena di parmigiani (Giacomo Bertoni, Daniele Bolsi, Giorgio Castelli, Luciano Dallospedale, Gianni Gatti, Claudio Iaschi, Beppe Reverberi, e Gigi Ugolotti più il tecnico Guido Pellacini) che non ci avrebbero pensato due volte a disertare quel Mondiale di baseball che come inviato del quotidiano La Stampa di Torino ero stato il primo giornalista italiano a scrivere direttamente da L'Avana,  servendomi della telescrivente.
Gli altri inviati avevano sempre scritto con tante critiche al loro rientro in Italia, come quelli con me presenti a questo Mondiale che per Cuba era un avvenimento di portata eccezionale.
Fra gli altri c'era Enzo Tortora, con il quale avevo diviso tante giornate di perlustrazione della città anche se le nostre puntate erano abbastanza delineate.  Era una nazionale perdente innanzitutto per l'inferiorità tecnica e poi, come scrissi sulla Stampa, «per la mancata assuefazione al cibo locale». Era stato un modo elegante per non dire che pativamo un po' la fame,  rifocillati com'eravamo di «pescado», un brodo di pesce e carne dura come il legno, mentre il corrispondente dell'Unità, di cui ero stato ospite, pasteggiava con le aragoste.
Il giorno che fummo invitati a cena all'Ambasciata, di fronte ad una fumante spaghettata, ci furono scene selvagge: i nostri ragazzi, tutti sui vent'anni come Castelli, erano davvero affamati. Al punto che nella pseudo colazione del mattino si brindava con un bicchiere d'acqua con l'urlo: «Meno dieci giorni all'alba», cosa che fece infuriare il presidente Beneck  che chiese successivamente una rettifica, per non rovinare i rapporti con Cuba, senza essere esaudito. I giocatori, Silva in testa, lo confermarono. 
Due giorni prima della mia espulsione ero stato convocato al ministero degli Interni, lo stesso dove all'arrivo avevamo conosciuto il ministro che si era presentato con... un mitra sulla scrivania,  per delucidazioni su quanto avevo scritto sino ad allora sulla Stampa.  Dall'ambasciata cubana a Roma erano arrivate alcune traduzioni sulle quale ci sarebbe stato da ridere se non mi fossi trovato in una simile situazione: in particolare la frase «mancata assuefazione al cibo locale» era stata tradotta con «gli italiani vagavano famelici per il campo». Finii per ridere davvero dicendo: «Soltanto per degli animali si scriverebbe in questo modo». 
Mi invitarono comunque in modo perentorio a fare una rettifica: e di cosa? Di una frase mai scritta? Ovviamente rifiutai.  Sembrava che la vicenda fosse finita lì, invece ecco l'arresto e l'espulsione.  Durante il ritorno e poi per alcuni anni successivamente non mi era mai venuto in mente un particolare, e cioè l'incontro  con uno degli addetti dell'ambasciata che avevo incrociato mentre usciva dalla sede  vestito da tennista. Andava a giocare sui campi dell'Università. In quei giorni eravamo diventati amici cosicché quando gli chiesi con chi avrebbe giocato, mi rispose: «Con la moglie del Che, Guevara,  che lavora all'Università».
Per un giovane cronista  era come aprire le porte del cosiddetto «scoop».  «Puoi chiederle se mi rilascia un'intervista?».  
La mattina dopo ero già in viaggio per l'Europa, altro che intervistare la signora Guevara madre di quattro figli,  con un viaggio che più avventuroso non poteva essere. A parte il mio abbigliamento -  per cui sentii dire all'aeroporto mentre salivamo sul Focker, aereo vietato dalla Iata per i viaggi continentali, «es loco», è un matto -   ve l'immaginate arrivare dopo quattro ore di volo a Gandor, Terranova (Cuba aveva rapporti diplomatici soltanto col Canada ed altri paesi dei Caraibi) ed imbucare una bufera atterrando in un tunnel con «pareti» di due metri di neve, cercare vanamente di telefonare in Italia con la «collect call», i canadesi volevano soltanto contanti che non avevo, le carte di credito erano ancora un sogno.  Poi il lungo volo nella notte verso Praga con lo stesso Focker che aveva cercato di atterrare sulla pista sbagliata con un gran balzo all'insù per rimediare. Finalmente a Praga c'era un addetto dell'ambasciata che mi consegnava un cappotto, un pacchetto di dollari ed il biglietto aereo per Zurigo e Milano.  Sino a Zurigo sì, a Milano sarei arrivato in treno per lo scoppio di due pneumatici dell'aereo svizzero. Una giornata davvero jellata.
Mia moglie aveva appreso dal telegiornale dell'espulsione, ma non dove ero diretto. Poco dopo le telefonava gentilissimo il direttore della Stampa, Alberto Ronchey, futuro ministro della Cultura, per rassicurarla: stavo bene, un'auto del giornale sarebbe andata a prelevarmi alla stazione centrale di Milano. 
Il mio vice direttore, Carlo Casalegno, poi ucciso dai brigatisti, mi fece scrivere un articolo che più equilibrato non poteva essere.  Alcuni giorni dopo venni interrogato da due funzionari del ministero degli Esteri:  la notizia del'espulsione di due addetti dell'ambasciata cubana per ritorsione, come usava allora, finì nelle brevi del giornale. Panorama, che allora era molto di sinistra, mi dedicò un titolo con foto. «Espulso il cronista che critica il menù».
Di ben altro tono i giornali americani, specie quelli sudamericani,   che mi chiesero continuamente interviste. Alla Stampa mi fecero rientrare subito in servizio, c'era il derby Juventus-Torino: vinsero i bianconeri coi gol di Anastasi e Capello contro quello di Ferrini. Cuba era già lontana. Enzo Tortora in una serie di articoli scritti per una catena di giornali mi definì il «Solgenitsyn della Val Padana». Che caro amico,  ma... troppa grazia!
 

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