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Si uccise in cella con il gas: il ministero rischia di pagare

Si uccise in cella con il gas: il ministero rischia di pagare
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Georgia Azzali

Si era ucciso inalando  la «piccola neve». Lo chiamano così in carcere, il butano delle bombolette  sistemate nelle celle, per il piccolo sballo che può dare. Ma con quel gas si cerca spesso  la morte, come aveva fatto  S.T., l'8 dicembre di sei   anni fa in via Burla.  E ora per quel suicidio il pm Roberta Licci ha chiesto il rinvio a giudizio dell'allora direttore, Silvio Di Gregorio, dell'ex comandante della polizia penitenziaria dell'istituto, Augusto Zaccariello, e del responsabile sanitario del carcere, Michele Serventi. Per tutti l'accusa è di omicidio colposo.  
 Ma a  rispondere, in caso di condanna, potrebbe essere chiamato anche il ministero della Giustizia: il gup Alessandro Conti, su richiesta della madre, della sorella e  dei due fratelli di S.T., che si sono costituiti parte civile, lo ha infatti citato come responsabile civile per l'udienza di mercoledì prossimo.   I familiari dell'uomo hanno chiesto complessivamente 2 milioni di euro come risarcimento per i danni morali subiti. Ma, al di là dell'entità della cifra che sarà poi stabilita in sede di giudizio, se si arriverà a una condanna, il ministero sarà chiamato a pagare in solido con gli imputati.
Una storia processuale ancora tutta da scrivere, comunque. Anche altri due poliziotti della penitenziaria in servizio in via Burla erano stati iscritti nel registro degli indagati, ma alla fine dell'inchiesta il pm ha chiesto di archiviare  la loro posizione. Mentre, per l'accusa, rimarrebbero le «colpe» dell'ex direttore, del commissario Zaccariello e del medico. S.T. era infatti gravemente depresso, ma  i tre avrebbero «omesso di predisporre e attuare un'effettiva sorveglianza».  Nella richiesta di rinvio a giudizio il pm sottolinea che già due mesi prima del suicidio, le condizioni dell'uomo erano tali da aver imposto «l'attuazione  da parte  del personale corpo di polizia  penitenziaria  della massima sorveglianza onde poter prevenire l'eventuale messa  in atto di gesti  autolesionistici e/o autosoppressivi». Due giorni dopo quella relazione, infatti,  il direttore invitò il medico a valutare l'ipotesi di ritirare gli oggetti «pericolosi» presenti in cella.  A distanza di  48 ore  anche  Zaccariello ribadì  quel provvedimento. Sei giorni dopo, inoltre,  Di Gregorio dispose ancora la «grande sorveglianza» e chiese agli operatori, di fronte anche al minimo sospetto che S.T. potesse farsi del male, di far sparire dalla cella  gli oggetti a rischio.
Però, nulla cambiò tra quelle sbarre. Le disposizioni erano state date, eppure tutto rimase come prima. In particolare, il fornelletto a gas restò  al suo posto.  Ma quali sarebbero le responsabilità dei tre imputati? Il dirigente sanitario, secondo l'accusa, avrebbe omesso di far effettivamente  ritirare  gli oggetti dalla cella, mentre sia Di Gregorio che Zaccariello, oltre a non imporre quel provvedimento, non avrebbero  verificato «l'efficacia  delle disposizioni assunte  e le modalità d'attuazione delle direttive  emanate dal 2 novembre 2005».
Da parte di tutti e tre, dunque, ci sarebbe stata una sottovalutazione dei problemi di S.T., considerando anche - si legge sempre nella richiesta di rinvio a giudizio -  che l'uomo  aveva già tentato il suicidio in altre carceri, in un caso sempre inalando gas dal  fornelletto.
Accuse di negligenza, imprudenza e imperizia che le difese dei tre imputati respingono, ritenendo di aver  agito in base ai regolamenti previsti e considerando le condizioni psico-fisiche dell'uomo.
Nel frattempo  Di Gregorio è stato promosso a direttore  dell'Ufficio nazionale del personale del Corpo di polizia penitenziaria e Zaccariello  da alcuni mesi  ha ottenuto  un prestigioso incarico sempre   nel  Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria. Tutti e due, però, insieme al dirigente medico, rischiano il processo. Mentre il ministero della Giustizia, come è già avvenuto in alcuni casi di morti in carcere, potrebbe essere costretto a contribuire al risarcimento  dei familiari.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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  • marco

    11 Dicembre @ 22.36

    Georgia: "RISCHIA" di pagare ?? Qui il poveretto che ha "rischiato" di più è colui che è MORTO !!! Anche se era carcerato. Se esistono denuncie, non è che il Ministero "rischia"... se è riconosciuto responsabile, paga. E' lo Stato di diritto. Il "rischio" è un concetto ben diverso. Le parole sono IMPORTANTI ! (specialmente per chi "fa" il giornalista).

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