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Rianimazione: Mergoni lascia dopo 9 anni

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Monica Tiezzi

Da nove anni al timone della Prima Anestesia e rianimazione dell'ospedale Maggiore, Mario Mergoni, 62 anni,  lascia l'incarico  domani. Originario di Salsomaggiore, Mergoni si è laureato nel 1975 a Parma, dove ha conseguito la specializzazione in anestesia e rianimazione e poi in nefrologia e tecniche dialitiche. Nel 1977 ha cominciato a lavorare nella rianimazione del Maggiore, nell'86 è stato nominato aiuto corresponsabile e poi ha conseguito l'idoneità al primariato,  sempre a fianco di Paolo Zuccoli,  cui è succeduto. Ha diretto il reparto negli anni nei quali si è consolidato - all'interno del sistema   regionale integrato di assistenza  ai pazienti traumatizzati -  il ruolo del Maggiore come  «trauma center» dell'Emilia occidentale;  ha dato il via alla collaborazione con il Centro ustioni dell'ospedale (anche questo  centro di riferimento per l'Emilia occidentale) per garantire la prima accoglienza in terapia intensiva e la stabilizzazione dei pazienti poi destinati al centro;  ha  caldeggiato e ottenuto l'arrivo di due  «Ecmo», apparecchiature avanzate per l'ossigenazione extracorporea a membrana, che hanno permesso di salvare molte vite e che a settimane saranno sostituite con altre due di nuova generazione.

Dottor Mergoni, fra l'anestesia e la rianimazione, quale settore ha la «parte del leone» nel  servizio?
Sono  settori  per molti aspetti complementari e la divisione non è netta. In un anno curiamo fra i 650 e i 700 pazienti in terapia intensiva (670 nel 2010, 701 nel 2009), e i medici del reparto forniscono fra le settemila e ottomila prestazioni di anestesiologia nelle varie chirurgie del Maggiore. Ma il medico anestesista negli ultimi anni lavora sempre più spesso anche fuori dalla sala operatoria, in parallelo  all'aumento delle tecniche chirurgiche mini-invasive ed endoscopiche e degli esami diagnostici invasivi e dolorosi. Oggi viene richiesto l'anestesista, per fare qualche esempio, nell'endoscopia digestiva, in radiologia, broncologia, toracoscopia, pediatria. E nella prospettiva di un «ospedale senza dolore», la presenza degli anestesisti è destinata ad aumentare ancora.

«Rianimazione» è  parola che spaventa, evoca  l'ultima spiaggia della medicina per salvare una vita. Con quale stato d'animo lavorate? 
In un clima sereno. C'è una buona collaborazione fra medici e fra medici e   infermieri. E  mi lasci dire che in questo reparto abbiamo un gruppo di infermieri   preparati e motivati che voglio ringraziare: sono figure fondamentali, sempre vicine al malato, cosciente o meno, in grado di offrire supporto psicologico oltre che cure. Il nostro non è un reparto dove aleggia la morte, ma la vita. L'80% dei nostri pazienti sopravvive e abbiamo avuto risultati di grande soddisfazione in traumi, patologie neuro-chirurgiche, tumori ed emorragie cerebrali. Potrei fare tanti esempi.
 

Li faccia.
Ricordo, oltre venti anni fa, una bambina di sei anni caduta d'inverno, la sera, in un canale pieno d'acqua. Fu trovata dal padre dopo lunghe ricerche e quando arrivò da noi, fradicia e gelata,  era in arresto cardiaco ed ipotermia. Io e Zuccoli iniziammo la rianimazione,  spinti più dalla pietà che dalla convinzione che ce l'avrebbe fatta. E invece,  inaspettatamente, il cuore riprese a battere. Quella bambina è sopravvissuta, anche se con problemi motori e di linguaggio. Più recentemente, abbiamo lottato per quattro settimane con un bimbo  di pochi anni vittima di un incidente domestico:  aveva  ustioni gravi sul 50% del corpo, temevamo non ce la facesse. Invece  ha ripreso coscienza,  ed era vivacissimo. Giocava con tutto quello che aveva a portata di mano, osservava dalla finestra delle gru al lavoro, ce le indicava. Quando ancora oggi ci viene a trovare, è sempre una gioia. Mi ha molto colpito e coinvolto anche la vicenda di un quarantenne diventato paraplegico  dopo un incidente stradale. Muoveva solo i muscoli facciali,  ma aveva tanta voglia di vivere che si era fatto costruire una carrozzina a motore che si  guidava  grazie ad un boccaglio. Con  quella carrozzina era indipendente, si muoveva in città, andava al ristorante e in vacanza, assistito in modo eroico dai familiari. Ha avuto  una vita piena.

E quando  non ci sono speranze? Qualche paziente, o i loro familiari, vi hanno mai chiesto di «staccare la spina»? 
Non spesso, ma è capitato. Così come a volte capita il contrario: familiari che chiedono di fare tutto, anche oltre le ragionevoli aspettative di successo. Il fine vita è materia su cui abbiamo esperienze contrapposte, e il confine fra appropriatezza e accanimento terapeutico è grigio e indefinito. Occorre parlare molto con i familiari, vagliare con molto scrupolo le prospettive di successo dei possibili percorsi assistenziali   e decidere  assieme  non la sospensione di terapie,  se da esse dipende direttamente  il mantenimento della vita, ma eventualmente di non intraprendere  percorsi terapeutici manifestamente inutili per il paziente. Non eutanasia, quindi, ma appropriatezza o meno  di certe scelte terapeutiche o assistenziali.

Come si affronta il dolore di chi, magari inaspettatamente, perde un familiare? Si riesce, ad esempio, ad affrontare serenamente il tema della donazione di organi?
Il rapporto con i familiari è sempre delicato. Occorre dare speranza,  pur fornendo informazioni corrette, cercare di tirarli fuori dall'abisso della  disperazione, e quando la situazione è grave spiegare le cose in modo rispettoso. A volte dobbiamo anche contenere reazioni non sempre controllate. La notizia del decesso viene data con il supporto di una psicologa: è necessario parlare e spiegare perchè la morte venga elaborata. Poi  - se il deceduto non ha lasciato chiare volontà in merito - viene l'eventuale richiesta di donazione. Le opposizioni sono molto calate negli ultimi anni e ora siamo uno dei centri regionali con il più alto numero di donazioni. Nel 2010, su 37 morti encefaliche nel nostro reparto, abbiamo individuato 29 potenziali donatori: solo in sette casi è stata fatta opposizione all'espianto.

Per la nuova direzione del reparto è già stato bandito un concorso. Cosa si aspetta dal nuovo primario?
Che continui a portare  avanti tutto il lavoro intrapreso finora. E che sia migliore di me.
 

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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  • ubertisilvia

    03 Gennaio @ 23.42

    un medico molto valido e il suo lavoro lo faceva con il cuore e mi dispiace che si sia dimesso da quel ruolo

    Rispondi

  • ALAN RISOLO

    31 Dicembre @ 12.27

    Un uomo da stimare

    Rispondi

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