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La Befana vien di notte... Riti e tradizioni

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Lorenzo Sartorio

Mai e poi mai fare gli auguri ad una donna nel giorno dell’Epifania, sarebbe come affibbiarle della «befana».
La Befana, come vuole la tradizione,  è rappresentata come  una brutta vecchiaccia dal naso adunco, gonnellone  ampio e scuro, grembiule con le tasche tappezzato di toppe, uno spesso scialle nero, un fazzolettone o un capellaccio  in testa e un paio di ciabatte consunte. 
Per di più la Befana soffre di alitosi in quanto l’usanza vuole che abbia  « al fiè c’ al spussa d’aij».
C’è chi sostiene che il nome «befana» sia una storpiatura  popolare di Epifania, comunque le sue origini  si perdono  nella notte dei tempi.
La Befana, sotto il profilo esoterico,  è brutta in quanto rappresenta  la natura spoglia che in primavera si rinnoverà mentre  la sua figura laida e non certo accattivante diventa un simbolo sacrificale in quanto rappresenta  la parte dell’anno che abbiamo lasciato dietro le spalle con tutte le sue pene.
Da qui l’usanza di bruciarla nei grandi  falò della notte dell’Epifania. Per la nostra gente dei campi,  i falò dell’Epifania erano propiziatori  in quanto  invocavano  la generosità della terra madre.
Era l’arcana «nòta äd fazagna».
Una notte magica dove le tenebre, lentamente,  dovevano cedere il passo alla luce che avrebbe avuto la propria schiacciante  vittoria nel solstizio  estivo.
Da qui l’antico saggio popolare «Pasqua bifagna al giorèn se slonga ‘l sält d’na cagna». Il «fär fazagna» dalle nostre parti, in modo particolare nella pedemontana, era un rituale scaramantico  di antichissime origini utilizzato per propiziare un buon raccolto di frutta.
E se i bambini, in quella notte arcana, attendevano che la calza accanto al camino fosse riempita dalla Befana con qualche giocattolo di legno o di latta, un paio di torroncini, il solito mandarino, una manciata di castagne secche e alcune caramelle, gli adulti e i giovanotti erano impegnati nel rito della «fazagna».
Cosa voglia dire «fazagna» non è ben chiaro, anche se questo strano vocabolo figurava in un’antichissima tiritera che i nostri nonni  recitavano all’imbrunire o dopo la mezzanotte del 5 gennaio. Era infatti tradizione che, appena scese le tenebre, i contadini armati di fiaccole, si portassero nei campi e lì processionalmente procedessero tra la neve cantilenando attorno alle piante da frutta : «fazagna fazagnòn tutt’ i broc un cavagnòn».
Un’altra nenia quasi simile era la seguente: «Pasqua bifagna tutt’i broc ‘na cavagna». In alcune località, sempre nella notte dell’Epifania, falò venivano pure appiccati nei campi con l’intento di scacciare possibili negatività che in qualche modo avessero intaccato i semi e le piante in fase di lenta germogliazione.
I nostri vecchi, dunque, si affidavano alla sacralità del fuoco, fedele e antico alleato del loro lavoro e delle loro fatiche. Nella notte dell’Epifania i contadini cercavano, con un espediente un po’ ingenuo e ammantato di singolare candore d’animo, di tutelare i germogli dalle insidie del gelo e della «galabruza».
Al termine di questi riti esoterico-scaramantici che fondavano le loro radici nella nebbia del tempo, i contadini, dopo la rituale cena della vigilia dell’Epifania a base di minestrone col «gras pist» nel quale la «rezdora» «buttava giù» i «maltagliati» fatti con la «fojäda» avanzata degli anolini di Natale e per secondo piedini di maiale bolliti per quelle famiglie che avevano già ucciso al «nimèl», si radunavano nelle stalle, il salotto agreste delle invernate padane, per scaldare ossa, ugole e orecchie con vin brulè accompagnato da qualche dolcetto che la «rezdora» aveva preparato per l’Epifania.
E questi dolcetti, tradizionalmente,  erano i  tortelli dolci fatti di pasta frolla e ripieni di marmellata  di susine e amaretti inzuppati  in cognac o marsala.
I tortelli  venivano messi in forno per la cottura e quindi sfornati e deposti in terrine, imbiancati di zucchero a velo e coperti da candidi «boras».
Dopo il rito della «fazagna», venivano gustati da uomini, donne, vecchi e ragazzi accompagnati da vino bianco. Mentre invece  nelle cucinone, accanto al camino dov’era appesa la calza,  e dove la Befana  avrebbe dovuto deporre i miseri doni per i bambini, veniva lasciata un po’ di «panadella» in quanto la vecchia,  essendo sdentata,  non poteva certo mangiare cibi solidi come appunto i tortelli dolci.

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