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Battei volta pagina: chiude la libreria di via Cavour

Battei volta pagina: chiude la libreria di via Cavour
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Roberto Longoni

Come quarta di copertina, una saracinesca abbassata per sempre in via Cavour: Battei chiude. Antonio, figlio di Angelo, nipote di Antonio e pronipote di Luigi, garibaldino e ardito dell'editoria, scrive la parola «fine» in una storia parmigiana che ha attraversato tre secoli: dal 1872 a oggi.  Lo fa con la firma in calce al contratto che sancisce la vendita della libreria a un imprenditore locale. Pareva un'infinita saga familiare, con i nomi dei protagonisti che varcano la soglia sotto l'insegna «L. Battei» in un eterno ritorno. Invece, non sarà così. Che cosa prenderà il posto dei volumi allineati sugli antichi scaffali (o forse degli stessi scaffali) non è ancora dato sapere. Ma non sarà più nulla da sfogliare, da respirare con il suo profumo di carta inesplorata: su questo si può essere quasi certi. «Una decisione venuta dopo un po' di notti in bianco» dice l'editore ormai ex libraio. Eppure una decisione improvvisa (che cosa sono poche notti insonni rispetto a 140 anni?), che per primo stupisce e stordisce  colui che l'ha presa. «Mi è stata fatta un'offerta. Ci ho pensato un po' su e ho accettato». I tempi erano maturi, per vari motivi. Manca la prossima generazione: nessuno dei due figli del 62enne Antonio Battei pare interessato a scrivere altri capitoli al 5 di via Cavour. E oltre  ai futuri venditori mancano anche i compratori. «In questo settore, il  mercato è andato in forte discesa negli ultimi anni. Niente è stato fatto perché il libro fosse un oggetto desiderato». Siamo un popolo di poeti (magari di grafomani) più che di lettori: dei 170 libri nuovi che ogni giorno ingolfano gli scaffali, i più rappresentano un crimine nei confronti dell'ambiente, per lo spreco di carta. Ma le responsabilità - oltre che all'italico egocentrismo letterario - non sono solo livello nazionale. «Anche localmente è stato fatto poco o nulla. E' il tempo dei contabili, non di chi governa davvero». Battei punta il dito su scelte urbanistiche ricadute un po' su tutto il centro. «Ricordo che appena diciottenne fui l'unico a schierarmi a favore della pedonalizzazione di via Cavour. Solo perché speravo si facessero parcheggi comodi e a buon prezzo, affinché tutti i cittadini potessero raggiungere a piedi il “salotto” della città. Invece, ci sono i parcheggi scambiatori: semideserti. Così, il centro langue. Mentre la gente preferisce fare spesa nei centri commerciali della periferia». Ma il libro attraversa una crisi nella crisi. Ora non deve solo vedersela con la televisione. «E' diventato sempre meno desiderabile di fronte all'avanzata di Smartphone e iPad. Come mai i comuni e la provincia non ne regalano, non ne facilitano la diffusione? Come mai le fondazioni non lo difendono a dovere? Eppure,  a proposito di crisi, il libro è il divertimento meno costoso». Poi, ci sono le grandi catene, «che hanno contribuito a uccidere le librerie libere». Lo sguardo corre agli scaffali carichi di storia («Sono antecedenti il 1872: furono acquistati da un negozio di stoffe»), al busto di Luigi, alto sul fondo della libreria. Dopo quelli di centinaia di migliaia di libri, saranno i titoli di coda di «un'istituzione» a scorrere sotto i suoi occhi. «Siamo una libreria unica in Italia - sottolinea il pronipote -. La più antica, considerando anche il fatto che a gestirla è sempre stata una sola famiglia». Arrivarono a Parma dal marchigiano Montefortino nel 1601, i Battei. Il loro  nome  compare accanto a quello di Maria Luigia. Una ricevuta del 1824, di «lire 635 e centesimi 50»   testimonia una fornitura di volumi alla duchessa da parte di Giovanni. Ma fu Luigi a imprimere a fuoco (oltre che con il piombo)  il proprio nome nella storia della città. Baffuto garibaldino, sul petto portava le due medaglie d'argento conquistate a Bezzecca e Custoza, a 19 anni. Un articolo della «Gazzetta di Parma» dello stesso anno lo ricorda come «commesso» della libreria del professor Adorni, che riconsegna «un'ingente somma smarrita dal consigliere Bocchi». Presto, l'onesto commesso sarebbe diventato imprenditore illuminato, con l'apertura della libreria in via Cavour e della stamperia («128 dipendenti e 60 macchine da stampa, un'assicurazione per i lavoratori e la mensa gratuita alla quale settimanalmente venivano ospitati gli orfani»). Morì a 70 anni, d'infarto andando in tipografia, Luigi. Dietro di sé lasciò i suoi e gli altrui volumi,  esposti in via Cavour. Lasciò il motto di famiglia: «Nell'utile il bello». Uno slogan che trova la propria codificazione nel «Manuale tipografico» del 1888, che per Angelo Ciavarella era «secondo solo al quello del Bodoni». Uno dei libri che Antonio Battei salverebbe tra i primi, se fosse obbligato a scegliere. «Subito dopo, c'è la “Storia di Parma” illustrata da De Strobel e l'edizione scolastica dei “Promessi sposi”, stampata in trenta edizioni». Poi, c'è l'enciclopedia della parmigianità: dall'arte alla cucina, alla storia e alla letteratura. «C'è la musa dialettale parmense, la collana di poesie inventata da mio padre Angelo nel dopoguerra. Nessuna città al mondo ha una ricchezza di questo tipo». Ora, sarà una saracinesca chiusa a separare ciò che sembrava indivisibile per i Battei: i libri in stampa e quelli in vendita. «Continuerò a occuparmi della casa editrice - spiega Antonio - nella quale saranno occupati 4 degli attuali 10 dipendenti». Ma non sarà facile uscire da quello che è stato un  centro di gravità per la sua famiglia già prima della sua nascita. «Studiavo e uscivo per venire in libreria. Poi, quando avevo 13 anni, mio padre è morto e io ho cercato di dare una mano a mia mamma appena possibile». Battei ricorda il passeggio elegante davanti alle vetrine, le visite di Pietro Barilla, gli auguri di Baldassarre Molossi, Giovannino Guareschi che entrava a chiedere come stesse Angelo. «E Spadolini e Andreotti che non venivano a Parma senza fare un salto in libreria. Così come Fo, Trombadori e Giulio Einaudi. Questo era un centro d'attrazione, perché la cultura era considerata». Qui c'erano i brindisi con i tenori; s'incontravano professionisti, intellettuali.  Qualcuno, squattrinato, leggeva i libri «a rate», lasciando un segno tra le pagine prima di riporlo sullo scaffale. «E nel retro dormiva Mat Sicuri: anche a lui passavamo libri». Altri tempi. Più portati al sorriso. «Come quando Giuseppe Lunardi irrompeva oltre la soglia in sella alla sua moto, per scendere, abbracciare mia madre e ripartire». Ora, tutt'al più, entrano i giapponesi a scattar foto: non capiranno un'acca dei libri sugli scaffali, ma che questo sia un monumento oltre che un negozio è chiaro anche a loro. Forse più che ad altri.   Battei ricorda se stesso, ragazzino, intento a pedalare da via Adorni con le chiavi della libreria in tasca. «Entravo tutto solo, e mi sembrava di sentire le voci di mio padre, del nonno, del bisnonno Luigi». Poi, venne il suo turno, alla guida del 5 di via Cavour. «Arrivavo qui alle 7,30 e caricavo la moto di libri». C'erano altre vetrine da rifornire: in via Bixio, in via Garibaldi e in Piazza. Poi, la lenta ritirata. Inesorabile. Da lunedì partirà l'ultima, con lo sconto del 30 per cento dei volumi alla cassa. Una vendita che confina con  il trasloco finale. «Andremo avanti ancora per qualche mese. Poi stop. Bisogna capire quando è il momento di lasciare: continuare voleva dire anche rovinare l'immagine di questa libreria. Amo Don Chisciotte, ma si devono anche fare i conti con la realtà». Scegliere tra l'utile e il bello, quando non si possono avere entrambi.
 

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  • marco

    07 Gennaio @ 23.17

    Come previsto, la Città si sta spegnendo. La Gazzetta ha purtroppo lungamente sostenuto i pianificatori dell'ecatombe: Ubaldi - Vignali & Co.

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  • Nara Bocchi

    07 Gennaio @ 21.20

    Leggo diversi commenti acidi. In effetti il trend e' inesorabile. Negozi/librerie come queste, ancorche' storiche, chiuderanno tutte. Complice l'evoluzione del commercio, la scarsa professionalita', l'emergere di altre realta' economiche (perloipiu' asiatiche). Facciamocene una ragione, la Parma di una volta sparira' come a sua volta aveva rimpiazzato la Parma dei Borboni e di Maria Luigia. Tutto evolve, cerchiamo di viverlo al meglio.

    Rispondi

  • mava

    07 Gennaio @ 19.03

    Purtroppo il dopoguerra era diverso. La politica aiutava lo sviluppo del paese. Ora è il contrario. Senza le giuste politiche economiche/fiscali la fantasia non serve: - regime dei minimi per le piccole imprese (contributi dell'unione europea) RIDOTTO AI MINIMI TERMINI - tasse troppo elevate - i debiti si tramutano in usura e pignoramenti di equitalia - prossima riforma: modifica dell'articolo 18 e poi ci sarebbero tante altre cose ma vado a cena...

    Rispondi

  • Luca

    07 Gennaio @ 16.21

    di "al sa tut lu" battei non sentiremo la mancanza

    Rispondi

  • geronimo

    07 Gennaio @ 09.28

    Concordo in pieno con "ugorob". Le cose non accadono mai da sole....Io ho un piccolo negozio e sto pensando ormai di chiudere stretto come sono dalla concorrenza dei grandi centri e dagli outlet. Se noi per primi non capiamo che ci stiamo incamminando verso una strada senza uscita, è inutile dar la colpa a cinesi o extraterrestri. Se i cinesi hanno i soldi da comprare perchè non possono farlo? Mica lo rubano il negozio.....E' il mondo che cambia mentre noi ci arrocchiamo su stupide nostalgie, invece di lottare con le armi della fantasia e dell'orgoglio, e non con il becero razzismo ignorante. Pensate se i nostri nonni avessere piagnucolato come noi dopo la guerra....saremmo ancora con le case bombardate. Io prima di chiudere le penserò e le proverò tutte, ma se dovrà essere chiuderò senza maledire nessuno. Sveglia ragazzi, tiriamo fuori il nostro orgoglio e lottiamo con correttezza e senso della sfida!!

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