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Quando la "galabruza" non era ancora neve chimica

Quando la "galabruza" non era ancora neve chimica
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Lorenzo Sartorio

Manca una settimana o poco più  alla «Merla», i giorni più  freddi dell’anno: il 29, 30 e 31 gennaio.  Una volta i nostri vecchi,  in questa stagione, dopo avere festeggiato «Sant'Antonni dal gozén», si rifugiavano nelle stalle per ripararsi meglio dal freddo e lì si dedicavano,  appunto, ai vari «lavori di stalla»: riparavano seggiole sgangherate, impagliavano i fiaschi «sculati», aggiustavano qualche  «scuro» malandato, riparavano alcuni arredi di casa. Mentre le «rezdore» si recavano nell’orto solo per raccogliere quelle verze che la galaverna («galabruza») aveva  avvolto nella morsa  del ghiaccio rendendole ancor più bianche e tenere per le insalate invernali. Il freddo disegnava sui vetri delle finestre i «fiori» di ghiaccio  e alla mattina, appena svegli, i bambini rimanevano  incantati nell’ammirare quei disegni  che la fantasia  e l’estro della natura avevano composto durante la notte. Altri tempi. La brina e la neve, in inverno, e la rugiada,  in estate, altro non erano che riti di purificazione  che  la natura esigeva per la terra madre. Infatti la rugiada della notte di San Giovanni aveva il compito di purificare la terra dopo il grande parto della fienagione e della mietitura , mentre brina, galaverna  e  neve dovevano prepararla  ad accogliere i primi germogli di grano e la prime asprelle che avrebbero «bucato» la neve dissolta dai primi raggi del tepido sole primaverile.  Oggi tutto è cambiato: le influenze, da banali raffreddori, si tramutano in virus, le piogge in alluvioni  bibliche, i temporali in uragani,  la «galabruza» in neve chimica come sta avvenendo in questi giorni.  A questo punto non ci resta che attendere la grandine  contaminata e il vento al gas nervino. Che tristezza! E’ lo specchio dei nostri tempi, di questa società squinternata che vive in un mondo altrettanto marcio e inquinato. Con tutto quello che ci sta capitando, almeno, potevamo ancora bearci in inverno della «galabruza» che trasformava i nostri  giardini e i nostri campi in mondi incantati con i rami di  alberi e siepi  simili a pizzi  ricamati da mani di provette  ricamatrici. Ora la «galabruza» si posa sulle piante ma gli esperti dicono sia robaccia velenosa. Pensate un attimo che benefici porterà sulle piante da frutto e sulle verdure. Ma, in compenso, abbiamo in media due cellulari in tasca, le nostre case non mancano certo di computer, apparecchi tv e diavolerie informatiche  varie. Se dovesse mancare la luce e in quel momento non disponiamo  di una torcia,   qual è quella casa che dispone ancora della cara  vecchia candela sparita anche dalle chiese?  Siamo tutti informatizzati e cibernetici.  I bimbi di adesso nascono  con la mail in fronte. Però respiriamo aria mefitica. 
 

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  • mario

    22 Gennaio @ 11.06

    COMPLIMENTI BELLISSIMO ARTICOLO STUPENDO CONFRONTO DELLA REALTA' PER CHI COME ME DEL 1943, MI SONO LETTO CHE LA GALABRUSA E' NEVE ARTIFICIALE. MI SONO SCANDALIZZATO FINALMNETE CHI RIMETTE LE PAROLE NEL GIUSTO SENSO

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