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"Io, sopravvissuto alla deportazione in Polonia"

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Stefano Rotta

Quando vennero a rastrellare le colline, nel maledetto primo luglio 1944, Giuseppe  Dall’Olio aveva
17 anni. Fu il suo ultimo giorno da ragazzo, e insieme il primo da uomo. Non era un militare, non era un partigiano. Un ragazzo normale, studiava al collegio del Salesiani di Parma, liceo scientifico, «pure un po’ di greco per passione». Quella mattina, in paese, a Carpaneto di Tizzano, qualcuno gli diede dei volantini per arruolarsi nelle – ancora in fieri – forze della Resistenza. Il padre Amedeo, classe 1893, era stato carabiniere sull’Isonzo, Grande Guerra. «Devi solo mantenere la calma», disse al giovinetto. Allora lui, di fronte al professionista della guerra nazista, sull’uscio di casa a dire «kom, kom!», rispose: «Buongiorno!». Fiero, e quasi sorridente. Si era appena mangiato il volantino. «Se me lo avessero trovato addosso, o in casa, chissà». Comincia così la lunghissima strada verso la Germania. «Meno male che nessun partigiano aprì il fuoco. Sarebbe stata la fine per tutti noi», spiega. Dall’Olio vive a Fognano: è una memoria storica lucida, colta e affabulatrice. Racconta ricordando date, strategie militari, parla con dovizia dei mezzi militari, delle strategie, conosce i sentimenti degli uomini (dalla carognaggine all’altruismo) e non tralascia note di colore, come questa: «Il mio amico Camillo, sedici anni, quel giorno era in stalla, verso le sei e trenta del mattino. Sentì il calcio del fucile nella schiena. ‘Co fèt stüpid?’. Pensava allo zio matto». Invece no. Furono messi al muro a Lagrimone, dopo aver bruciato l’albergo e ammazzato il proprietario. Lui a fianco del padre. Il prete, don Alfieri: «Preghiamo, potrebbe essere la nostra ultima ora». Mani legate col fil di ferro. «No, è mio padre», disse il giovane al militare, in tedesco scolastico. «Non lo legò, pensando che se fosse scappato, avrebbero ammazzato me». Rubano il vino, a un ufficiale scoppia una bottiglia di lambrusco in faccia. Mario Raffaini il mugnaio scoppia a ridere. Si prende tre pugni in faccia. Abituato a sollevare sacchi di farina da un quintale, resiste ai colpi. La guardia, ubriaca, intanto: «Alles banditen! Alles caput!». Vengono portati a Bibbiano, nel reggiano, «notti di inferno». Primo smistamento. Vengono scelte le vittime. Lo indicano, e all’istante anche il padre fa un passo avanti. «Forse poteva non essere deportato. Non lo sapremo mai». Di lì a Suzzara, tre giorni nella scuola, quindi, sempre in camionette, verso Verona. Quarantatre esseri umani calcati in un vagone per bestie, tre giorni e tre notti di viaggio verso Lipsia. «Faceva caldissimo, ci dettero solo una ghirba d’acqua e un mattone di pane. Litigai con mio padre, che voleva darmi anche la sua fetta. ‘Sei più giovane, mangia’, diceva. In una stazione di campagna, alcuni ferrovieri veneti indirizzarono il getto per la macchina a vapore dentro i nostri vagoni. Abbiamo bevuto, prendendola al volo, l’acqua per la locomotiva». Poi ci fu il problema di come fare i bisogni. «Un certo Bondani, sempre di Carpaneto, tirò fuori un coltellino passato miracolosamente inosservato alle perquisizioni. Dopo diverse ore riuscì a creare un piccolo foro nel pavimento del vagone, e il tutto passò di lì». Non si può scappare: sull’ultima carrozza, venti soldati tedeschi di scorta. Si va avanti, notte dopo notte, a sferragliare su una ferrovia mortifera. Un tale Sassi di Lagrimone comincia a vomitare sangue, perforato da un’ulcera. Tutti attaccati, nessuno si può spostare. «Verso Padova – ricorda – il treno si fermò 32 ore. All’afa. Era stato bombardato il ponte sul Piave. Un sacerdote riuscì a convincere i tedeschi a farci prendere aria, e portare un po’ d’acqua, viveri e vino Clinto. Quando poi il treno ripartì, i prigionieri gridarono «vigliacchi, vigliacchi», ai connazionali operai. Loro: «Non vedete, ci obbligano». «In effetti – precisa oggi – per ogni gruppo di operai c’era un fucile». Andando verso il Brennero, Dall’Olio e gli altri scorsero bombardamenti aerei. «Erano americani o inglesi che provavano a far fuori la locomotiva, sapevano di aver sotto un treno di disperati». Una volta in Germania, furono stipati in una caserma disabitata. Momenti di sbandamento. Molti non sapevano ancora dell’attentato a Hitler del 20 luglio. Era talmente pieno di cimici e di insetti, quel posto, che si misero la carta nelle orecchie per non farli nidificare. «Mi mandarono in Oberschlesien – rammenta –. Praticamente in Polonia. Mio padre mi ha sempre detto, ‘stammi vicino’, sapeva come trattano i prigionieri». La seconda fu peggio della prima guerra, e i nazisti divisero padre e figlio, nonostante il numero contiguo: 168 e 169. Fu grazie a una donna, e a un caporale che nella vita faceva l’attore: il volto umano del nazismo. «Gente che avrebbe fatto a meno di fare quello che faceva. Non erano tutte carogne. ‘Se trovi qualcuno che vuole stare a Berlino, mandiamo in Polonia tuo padre con te’. Lo trovai subito, perché si era sparsa la voce che laggiù bisognava scavare trincee sul fronte russo. E la coda della guerra è sempre il momento peggiore». Fecero sgombrare ai prigionieri magazzini, poi una fabbrica di porcellana. «Prima c’erano motori diesel, li requisirono per il fronte e misero due buoi. Ci voleva qualcuno che ci badasse. ‘Al fagh me’, saltò su Alfredo Merlini, montanaro di Collagna, cantoniere a Vetto». Fame, freddo e paura fino al 5 maggio. Giorno della liberazione, tre giorni prima della fine della guerra in Europa. Dall’Olio pesa 42 chili. Il cantoniere di Vetto tornò in valle a piedi dalla Boemia. «Mio padre all’inizio era il carabiniere coraggioso che mi sosteneva. L’ho visto cambiare giorno per giorno. Cominciò a stare male. Alla fine lo reggevo io. Venne ricoverato». Ma se ne andò, pensando che alla fine la moglie l’avrebbe curato meglio, con il burro di montagna e le patate, non più marce come lassù. E poi, soprattutto, «vorrei morire dopo il Brennero».
 

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  • AIR

    06 Febbraio @ 11.51

    Spero che lei possa vivere altri 100 anni per poter raccontare le sue esperienze alle nuove generazioni che sanno poco o niente di quello che lei come altri milioni di persone hanno passato a causa della guerra e dei tedeschi e anche perchè se li merita 100 anni di vita in più. Grazie

    Rispondi

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