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"La lapide di Salò è una ferita per la città"

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Enrico Gotti
«La lapide di Salò è una ferita per la città», dice Paola Pinelli, compagna di Giordano Cavestro e madre della loro unica figlia. Per tutti, Paola è la «moglie» del partigiano medaglia d’oro al valor militare, anche se non si sono mai sposati.
Conobbe Giordano quando aveva 12 anni, nella bottega dei genitori di lui. Fu madre bambina, a 16 anni. Sua figlia nacque nel settembre del 1944, sotto i bombardamenti e sotto la paura che vivevano gli sfollati antifascisti. Giordano Cavestro non c’era già più. Quattro mesi prima, il 4 maggio 1944, fu fucilato dai nazifascisti, a Bardi. Aveva 18 anni e mezzo. Su un pezzo di carta scrisse una delle più famose lettere dei candidati a morte della Resistenza: «Cari compagni, ora tocca a noi - diceva -. Siamo alla fine di tutti i mali. Questi giorni sono come gli ultimi giorni di vita di un grosso mostro che vuol fare più vittime possibile. Se vivrete, tocca a voi rifare questa povera Italia che è così bella». Aveva affidato il foglietto alle mani del parroco don Rolleri, che assistette all’esecuzione.
«Non posso neanche pensare che ci sia quella lapide - continua Paola Pinelli, che oggi vive in Oltretorrente, dove il padre era fornaio, prima che i fascisti demolissero il suo forno, come ritorsione per l’opposizione dei borghi al passaggio delle squadre nere di Italo Balbo. -. I repubblichini di Salò ci hanno fatto vivere l’inferno. Forse chi non è stato ferito da quello che è successo non può capire. Certo, c’era chi combatteva da quella parte perché costretto, ma gli altri erano provocatori, mascalzoni, torturavano le persone».
«Prima il padre di Giordano e poi la madre furono arrestati. Lui fu ucciso perché volevano dare una lezione al padre, che era antifascista», ricorda Paola Pinelli. Già nei primi anni Quaranta, Giordano distribuiva fogli clandestini contro il fascismo ed era stato fra i primi a prendere le armi, nel febbraio del 1944, contro i tedeschi e le truppe della Repubblica sociale di Salò, partecipando al distaccamento «Griffith» della dodicesima brigata Garibaldi. «L’ho rivisto dopo venti giorni che era andato sui monti, aveva tutti i piedi rotti. Gli avevo detto che continuavo ad avere un ritardo e che forse ero incinta, lui mi diceva di non preoccuparmi di nulla», ricorda Paola. Poco dopo, ad aprile, venne arrestato, sui monti di Calestano, assieme ad altri cinquanta partigiani, accerchiati dopo la soffiata di un infiltrato.
«Erano disorganizzati - racconta Paola - dovevano assaltare le caserme di montagna dei carabinieri perché non avevano armi. E gli dispiaceva. Mi diceva: “Io non potrei mai sparare contro i carabinieri”. Con gli altri partigiani sono vissuti una settimana mangiando riso, cotto nei lattoni vuoti, sporchi di petrolio».
Quando è nata sua figlia, Paola non è stata sola, perché tutta la famiglia di Cavestro le è stata vicina, sempre: l’hanno accudita la sorella Franca, la madre Ida e il padre Adriano. «Giordano era stupendo. Sua sorella dice che un po’ lo idealizzo, ma secondo me era unico - continua Paola Pinelli -, era lui a dare coraggio agli altri. Dentro il grembiule, quando lavoravo nella bottega dei suoi genitori, mi faceva trovare i dolci che lui non mangiava per poterli dare a me. Io ho avuto l’enorme ricompensa di una bambina splendida».

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  • franco morini

    14 Marzo @ 01.23

    @Balestrazzi - Che la Gazzetta pubblichi più di altri gli interventi dei suoi lettori, è una regola che evidentemente mi vede emarginato, si fidi. Del resto, pure lei, su tre miei interventi degli ultimi giorni - dopo mesi se non anni che non chiedo ospitalità - ne ha cestinati due in replica alla lettera pubblicata dalla Gazzetta in via telematica, dell'insegnante Lucia Ghizzoni che vedrò comunque di contattare a parte. Quello però che della sua risposta più mi fa fremere d'indignazione è il suo riferimento ai militari della Rsi che lei accusa di "malinteso senso del dovere per aver aderito alla Rsi". A questo proposito le stralcio parte di una relazione inviata da Cadorna capo del Clnai al capo del governo del Sud, Bonomi, per il tramite del noto prete parmigiano, don Paolino Beltrame Quattrocchi, in data 26 febbraio 1945:..tale valutazione è dovuta al fatto che mentre il Governo di fatto repubblicano è riuscito nonostante la diffidenza e il disprezzo e la resistenza passiva della Nazione, a mettere comunque in linea alcune divisioni ben armate che, pur fra tante delusioni e diserzioni, hanno saputo anche battersi e versare indubbiamente sangue copioso per una causa perduta, il governo legittimo non è riuscito ad ottenere dagli alleati il diritto e l'onore di una propria ed efficace bandiera di combattimento per le forze dell'Esercito Nazionale. I Partiti, anche quelli d'ordine, dichiarano esperessamente che di fronte alle formazioni partigiane che da un anno e mezzo si battono fra disagi d'ogni sorta, ed imporporano le zolle della Patria per redimerle dal giogo germanico, un Esercito regolare, al quale non venga concesso il diritto nè data la possibilità di battersi e di sacrificarsi per la propria causa, non possa considerarsi il vero Esercito della Nazione. Di qui un senso di sfiducia per tale esercito, unito a un senso di delusione, di amarezza e di diffidenza verso gli Alleati". (F. Gnecchi Ruscone "Missione Nemo" 2011, pag. 138). Lo sapeva lei, che mentre i combattenti della Rsi portavano la bandiera tricolore, lo stesso non era concesso al "regolare" esercito del Sud il quale, anzi, era stato intruppato dagli alleati in una specie di, legione straniera - di cui erano parte perfino i noti violentatori marocchini - sotto il comando del generale francese - tanto per non smentire il concetto di legione straniera - Juin, al quale era affidato il comando delle truppe "regolari" italiane? E allora perchè meravigliarsi della sentenza del Suprermo Tribunale Militare che ha stabilito la qualifica di "legittimi belligeranti" nei confronti dei combattenti della Rsi? Altro che "malinteso senso del dovere"! Recita, infatti, la sentenza: "Non può, pertanto, negarsi, alla stregua dell'art. 40, che gli appartenenti alle FF.AA. della Rsi abbiano conservato la qualità di belligeranti, nè è possibile concepire che tali forze avessero detta caratteristica solo di fronte agli alleati e non al cospetto dei cobelligeranti italiani". Vale a dire che i combattenti della Rsi, in quanto appartenenti a formazioni riconosciute come belligeranti, dovevano obbedire ai loro legittimi superiori e per questo hanno pieno diritto alla discriminazione dell'adempimento del dovere. Ciò che vale per i combattenti della Rsi non è stato esteso, sempre dal Supremo Tribunale Militare, ai partigiani sulla base di queste considerazioni:.." deve pertanto concludersi che i partigiani, equiparati ai militari, ma non assoggettati alla legge penale militare, per l'espresso disposto dell'art. 1 del D.L: 6 settembre 1946, n. 93, non possono essere considerati belligeranti, non ricorrendo nei loro confronti le condizioni che le norme del diritto internazionale cumulativamente richiedono". Se dunque giuridicamente anche dal punto di vista del diritto internazionale, i combattenti della Rsi sono da considerare a tutti gli effetti dei legittimi belligeranti, essi hanno anche pienamente diritto di essere ricordati e onorati nei cimiteri e non, e chiunque attenti a questo diritto specie con atti teppistici e sacrileghi, va severamente punito come previsto dalle apposite norme di legge penale.legge che dovrebbe essere uguale per tutti, antifascisti di ieri e di oggi compresi.

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  • gazzettadiparma.it

    13 Marzo @ 09.19

    @Morini - Lettera inviata al sito (che fa sempre parte della Gazzetta di Parma) e pubblicata: quindi partiamo evitando questpo tipo di polemica/vittimismo: la Gazzetta è uno dei giornali che pubblica più lettere. Ovviamente non ci stanno tutte, altrimenti dovremmo evitare le notizie. - Premesse questo, posso darle una risposta personale da cronista parmigiano cinquantenne? Credo, e lo dico con il massimo rispetto per le idee (se in buona fede) di chiunque, che l'errore alla base delle polemiche infiniote su questo argomento sia proprio quyello alla base della sua lettera: cioè il voler quasi parificare chi (magari in buona fede o semplicemente per un malinteso senso del dovere) si trovò dalla parte di una dittatura e chi diede la vita per combatterla e per ridare alla propria terra la libertà. - Ecco: io credo di capire l'anelito positivo di chi dice "dopo 60 anni lasciamo che si possano piangere pubblicamente anche i morti di quella parte". Ma dubito fortemente che questo possa avvenire, anche per rispetto alla storia specifica di Parma, ignorando questo passaggio fondamentale. E' , ripeto, una mia opinione personale, che nel suo piccolo vorrebbe contribuire a una soluzione positiva di questo dibattito ancora molto lacerante. (Gabriele Balestrazzi)

    Rispondi

  • franco morini

    13 Marzo @ 01.39

    Lettera inviata al giornale e non pubblicata: Signor direttore, la triste vicenda di Cavestro di cui si è trattato nell'articolo di Enrico Gotti con intervista a Paola Pinelli già compagna a suo tempo dello stesso Cavestro del 3 u.s. mi pare francamente un pò troppo unilaterale ed intimistica e in ogni modo tale da non giustificarne il titolo: La lapide di Salò è una ferita per la città. Non ci si può fare un'idea di quanto è accaduto se non si contestualizza l'esecuzione di Cavestro con i vari fatti che l'hanno determinata e questi fatti sono i seguenti: il 15 aprile '44 dopo "aspra battaglia" come recita il volume "I Caduti della resistenza 1921-45" (pag. 160), venne cattturato l'intero distaccamento "Griffith" dislocato a Montagnana. Essendo i partigiani di qualsivoglia colore al di fuori delle tutele previste dalla Convenzione di Ginevra circa i prigionieri di guerra e per questo considerati alla stregua di franchi tiratori, essi potevano essere fucilati direttamente sul luogo della cattura ai sensi delle leggi di guerra riconosciute e applicate dai diversi belligeranti. In questo senso, perfino il successivo Supremo Tribunale Militare ha confermato con sentenza del 26 aprile 1954 che, mentre i combattenti della Rsi avevano diritto al riconoscimento di legittimi belligeranti, lo stesso concetto non poteva eessere esteso alle formazioni partigiane operanti in Italia in quanto esse non portavano distintivi riconoscibili a distanza, nè erano assopggettate alla legge penale militare. Più recentemente, è proprio di oggi la notizia che il Ministro della Giustizia statunitense Holder, ha ribadito il diritto degli Usa ad "eliminare fisicamente" tutti quei ciittadini americani che risultino appartenere ad organiozzazioni considerate terroristiche. Ovviamente, il termine "eliminare fisicamente" va inteso senza alcuna procedura giudiziaria di sorta. Invece, i partifgiani del Gruiffith, anzichè essere giustiziati sul posto, vennero tradotti a Parma per essere sottoposti a giudizio da parte del Tribunale Militare di Guerra e questo fu un bene perchè almeno due di essi non vennero condannati a morte come gli altri. Contro le sentenze del Tribunale Militare di Guerra non sono previsti appelli e la sentenza viene generalmente eseguita enrtro le prime 24 ore e tuttavia nelle prime 24 ore, il 18 aprile, vennero fucilati solo tre dei 35 partigiani condannati a morte. Quello stesso 18 aprile apprendendo dal questore di Parma, Bettini,dell'avvenuta esecuzione dei tre partigiani e dell'identica sorte che incombeva a breve scadenza sugli altri trenta condannati, Mussolini sospese d'autorià le previste esecuzioni impegnandosi a varare al più presto uno speciale decreto legge per sanare questa situazione. Le sentenze restavano pertanto sospese nelle more necessarie a dar luogo a tale provvedimento, ma non per questo erano state annullate, nè si sarebbero potute annullare senza alcun procedimento giuridico. Proprio mentre la sorte dei condannati del Griffith era appesa a questo seppur robusto filo di speranza, il 24 aprile i partigiani bloccarono una corriera di linea nei pressi di Bardi. Fatti scendere tutti i passeggeri i partigiani identificarono un paio di militi della Gnr e il segretario del Pfr di Bardi accompagnato dal figlio 17 enne e tutti questi vennero subito passati per le armi. Nonostante questa feroce provocazione le autorità fasciste non reagirono pur se fortemente sollecitate dalla furiosa base militante. Non passò neppure una settimana da questo tragico fatto che i partigiani colpirono ancora nei pressi di Bedonia uccidendo un altro civile fascista. Fu a questo punto che scattò la rappresaglia che coinvolse oltre a Cavestro altri quattro partigiani del Griffith i quali furono fucilati nella stessa località vicino a Bardi in cui erano stati soppressi i tre fascisti e il ragazzo 17enne. La Gazzetta del 5 maggio 1944 così riportava la notizia: "In seguito alla uccisione di tre fascisti e di due militi della Gnr perpetuata nei giorni scorsi nei pressi di Bardi, l'Autorità Militare Regionale ha ordinato l'esecuzione della pena capitale a carico [ seguono 5 nomi tra i quali Cavestro] renitenti alla leva e appartenenti a bande armate ribelli catturati due settimane orsono e già condannati dal Tribunale militare di Guerra alla pena capitale e la cui esecuzione era stata sospesa". Visti e considerati i fatti come sono avvenuti, non vedo perchè se al 18 enne Cavestro è stata dedicata una via cittadina e tutto il resto, al 17enne fascista fucilato pure lui nello stesso luogo e con il proprio padre, non possa venire ricordato con una semplice lapide del cimitero senza con questo "ferire", non certo la città, ma la normale sensibilità di chiuque.

    Rispondi

  • marco

    05 Marzo @ 11.17

    Non sono favorevole alla lapide, tuttavia lo stesso Mussolini ha una tomba monumentale a Predappio. La lapide caduti RSI è collocata al cimitero. Tutti i morti hanno accesso al cimitero, anche se molte vittime del nazifascismo non hanno avuto sepoltura...

    Rispondi

  • mauro

    04 Marzo @ 22.32

    ma un nazista puo' avere il diritto di dire "ma i morti sono tutti uguali? non ancora credo; se ne stiano dove sanno, e ringrazino che la gazzetta pubbilchi i loro deliri.

    Rispondi

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