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Rosalba, l'infermiera che per paura doveva nascondere la gravidanza

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 Margherita Portelli

E' una società che ricatta se stessa: o il presente o il futuro. O il lavoro o i figli. Sembra ridicola e crudele - e la è - ma va esattamente in quella direzione. 
Proprio ieri, alla vigilia dell’otto marzo, è uscito l’ultimo libro di Chiara Valentini, saggista e giornalista de L’Espresso, parmigiana di nascita, che indaga uno dei tanti paradossi del nostro Paese nell’era del progresso: «O i figli o il lavoro», edito da Feltrinelli, non poteva avere titolo più esplicito e tagliente.
 Perché è questo l’aut aut di fronte al quale si trovano sempre più spesso le donne italiane: maternità e lavoro sembrano realtà inconciliabili. 
Tra le decine e decine di storie raccolte nell’inchiesta lunga un anno, portata avanti dalla giornalista su e giù per lo Stivale, c’è anche quella di Rosalba (nome di fantasia), infermiera parmigiana che lavorava in uno studio dentistico: «Quando si è accorta di essere incinta, la ragazza non ha avuto il coraggio di farlo sapere al suo datore di lavoro per il terrore di perdere il posto, e ha continuato a lavorare fino al quinto mese - racconta l’autrice -;  a causa delle radiazioni degli apparecchi per le radiografie dentali, il suo bambino è nato con una grave malformazione, senza dita delle mani e dei piedi».
 Il dentista non ne era direttamente colpevole, ma una volta rientrata dalla maternità, Rosalba si è vista negare le due ore di permesso giornaliero a cui ha diritto chi ha un figlio portatore di handicap, e quando è rimasta incinta la seconda volta, è stata retrocessa da infermiera a donna delle pulizie, per poi essere addirittura licenziata.
 «Ho deciso di dare risalto a questa storia perché è tremenda ed emblematica - continua la Valentini -: il tentativo di nascondere la gravidanza è un comportamento tipico delle donne che hanno paura».
 Donne messe alle strette da chi crede la maternità un privilegio: operaie o manager, che una volta tornate al lavoro vengono «mobbizzate» perché il loro desiderio di essere madri viene interpretato come un torto all’azienda. 
 «Non tutti i datori di lavoro si comportano in questo modo, ovviamente, ma il fenomeno è molto più diffuso di quanto non si creda. Una cosa che mi ha stupita è che talvolta l’ostilità non pervade solo i piani alti delle aziende, ma anche gli stessi colleghi» specifica la scrittrice. 
Ma allora che fare? «Ci si può rivolgere ad avvocati, o alla poco conosciuta figura del Consigliere di Parità – aggiunge -. Nel mio percorso ho incontrato anche donne vincenti, che sono riuscite a fare valere i loro diritti». 
Su che cosa dovrebbe fare chi ci governa per arginare il fenomeno, la Valentini ha le idee chiare: «Ripristinare la legge che rendeva nulle le cosiddette dimissioni in bianco e allargare anche al lavoro precario i contratti di maternità». 
Il messaggio da regalare alle donne per la loro festa, insomma, vale mille volte di più di qualsiasi mimosa: «Le donne devono essere le prime a difendere i loro diritti, respingendo le ostilità, e non credendosi sole». 
 

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