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Tremonti: "Un freno agli eccessi della finanza"

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di Domenico Cacopardo

Dopo avere occupato in varie riprese e, comunque, per più di sei anni l’ufficio e la scrivania di Quintino Sella (e, fra glialtri, Beniamino Andreatta, Guido Carli, Giuliano Amato), Giulio Tremonti siede prevalentemente nello studio di Presidente dell’Aspen Institute Italia, il più prestigioso think-tank del nostro Paese e uno dei più importanti al mondo (Stati Uniti, casa madre, Germania, Francia, Romania, Giappone, Cina e via dicendo). In questo ruolo, già svolto da Francesco Cossiga, Gianni De Michelis, Giuliano Amato e Carlo Scognamiglio, ha potuto tessere una tela di relazioni nazionali e internazionali. Spesso, alla vigilia di decisioni cruciali, intorno a lui si sono riuniti esponenti di maggioranza e opposizione, garantiti, nell’espressioni delle loro idee, dalla regola fondamentale dell’Aspen: riservatezza assoluta sulle discussioni. Piazza Navona e gli affreschi di Palazzo Lancellotti sono il contesto nel quale il Presidente dell’Aspen Institute oggi opera.

Partiamo dalla fine: la Grecia ha approvato le regole finanziarie imposte da Germania e Unione europea. Le proteste popolari sono giustificate?
A dire il vero, a oggi il popolo greco non ha ancora fatto la sua scelta. La farà questa primavera, in aprile, con il suo voto. Un voto che sarà  per un nuovo Parlamento e per un nuovo Governo.

In “Uscita di sicurezza”, il suo ultimo libro (Rizzoli editore), esprime l’opinione che un’altra strada per il caso greco (e, quindi, Italia e altri) era possibile. Ce la vuole spiegare?
Mi permetto di cominciare notando che nel mio libro non c’è la parola Italia. Non c’è, perché è un libro scritto per descrivere, per rappresentare fenomeni che si sono sviluppati e si sviluppano su scala globale. Fenomeni storicamente nuovi ad altissima intensità economica, sociale, politica. Devo comunque a lei ed ai lettori una risposta: mettere l’ordine al posto del caos; separare l’attività produttiva dall’attività speculativa; chiudere la bisca della finanza, in modo che siano i giocatori e non noi a pagare per le perdite sulle puntate; ristabilire il primato della regole; pensare a investimenti pubblici in beni di interesse collettivo. Solo così, mettendo la ragione al posto degli spread, l’uomo al posto del lupo, il pane al posto delle pietre, si può uscire da questo mostruoso videogame in cui siamo entrati senza capirlo e senza volerlo. Perché quando il crepitare degli spread fa vacillare la fiducia in noi stessi e lo spirito dell’Unione Europea, è chiaro il rischio che emergano qua e là, e a partire proprio dalla civilissima Europa, i primi segni dei un tipo nuovo di fascismo: il fascismo finanziario, il fascismo bianco.

Non è troppo tardi?
È l’opposto. È solo l’inizio. Penso, sento che il pendolo della storia sta cominciando a spostarsi dalla parte opposta, dalla parte giusta. Un esempio? Di recente Hollande, il candidato socialista alla Presidenza della Repubblica francese, ha dichiarato: “Non ho denunciato il sistema finanziario nel suo insieme ma gli eccessi della finanza deregolata, le derive della speculazione e del capitalismo incontrollato. Voglio che la finanza smetta di avere il controllo dell’economia, della società, delle nostre vite. Deve ritrovare il suo ruolo prioritario, che è quello di finanziare l’economia, gli investimenti delle nostre imprese. Farò quindi in modo di separare le attività di finanziamento dell’economia dalle attività di mercato, in modo che i soldi dei piccoli risparmiatori non servano ad alimentare la speculazione”. Sono le stesse idee, quasi le stesse parole che sono scritte nel mio libro. Naturalmente ciascuno ha pensato e scritto in autonomia, ma è positiva e sintomatica la convergenza.

Allora, perché l’Unione Europea, ha accettato un accordo tra stati che è il riconoscimento del protettorato tedesco?
La risposta si trova nella motivazione della richiesta (formulata da parlamentari di varie nazionalità) di convocazione davanti al Parlamento europeo della cosiddetta “Troika” (Unione Europea, Banca Centrale Europea, Fondo Monetario Internazionale). Una convocazione così motivata: “L’approccio ideologico e punitivo della troika nei confronti del problema greco sia un grave tradimento del modello sociale europeo e della solidarietà che è uno dei princìpi fondatori dell’Unione, tanto che le misure proposte renderanno solo la situazione peggiore, danneggiando sia la società che l’economia e il bilancio di Atene”. È difficile sostenere qualcosa di diverso.

Chi detiene oggi il potere a Berlino e a Bruxelles?
Sono i due centri di un potere di tipo particolare: un “potere” contraddittorio che si sta elidendo e che perciò va riformato, nel senso di un’Europa davvero federale.

Lei scrive in “Uscita di sicurezza” che sta emergendo un nuovo tipo di fascismo, il fascismo finanziario o bianco.
È un tipo di deriva politica degenerata e degenerativa determinata dall’eccesso di potere della finanza transnazionale.

Perché l’ultima generazione di grandi europeisti, da Craxi a Mitterand a Helmut Kohl non ha avuto eredi?
Perché dalla fine degli anni ’90 il potere è passato dalla politica al mercato e da questo al mercato finanziario. È per questo che la curva della politica e dei suoi personaggi ha cominciato a piegare verso il basso.  Nessuno se ne è lamentato e pochi se ne sono accorti, fino a che le cose sono andate bene. Ora è molto diverso: servono leaders veri.

E la democrazia in Europa?
Per me, ed ormai non solo per me, la strada è quella di un nuovo “New Deal”, fatto da regole e da investimenti pubblici, il tipo di politica che nel 1933 ha portato gli Usa fuori dalla Grande crisi del 1929.

Le politiche della Merkel hanno contenuto recessivo?
I dati, tutti i dati, indicano che la cura non cura, che anzi aggrava la malattia.L’arca di Noéfu costruita da dilettanti, il Titanic da professionisti.

C’è, per noi italiani, un futuro di autonomia politica, senza subordinazioni a diktat?
Nella primavera del 2013, dunque fra non molto, si voterà anche in Italia. Allora vedremo se la democrazia italiana sarà capace di tracciare propri programmi di governo o se rinuncerà a sé stessa.

Nel suo libro afferma che stiamo pagando con denaro pubblico il prezzo dell’azzardo privato
Il debito pubblico italiano ha una origine politica del tutto particolare. In ogni caso si è formato a partire dagli anni ’70, molto prima della crisi finanziaria. È tuttavia oggi in tensione proprio perché sui mercati finanziari si sono affacciati, in competizione con il nostro, altri debiti pubblici. Debiti pubblici crescenti proprio per la scelta fatta da altri governi di pubblicizzare le perdite private causate dalla speculazione privata.

L’attuale finanziarizzazione può essere ridimensionata?
È questa, ripeto, l’essenza di quel “New Deal” che per forza dovremo realizzare.

Lei scrive che il Fbs (Financial Stability Board) e il Comitato di Basilea, invece di agire sull’assunzione eccessiva di rischio e su tutti gli altri abusi e negligenze della finanza, si concentrano sull’adeguatezza del capitale delle principali istituzioni finanziarie. Vogliono pompi denaro fresco in una slot machine.
Diciamo in sintesi che si è trattato ed ancora si tratta di un corpus creato per la “financial stability”. Al momento, la stabilità finanziaria pare tuttavia essere un tipo di merce piuttosto rara, non trova?

E la Tremonti-idea di emissioni dell’Unione europea?
L’idea degli eurobond è del 1993 ed è di Delors. Fu ripresa dal Governo italiano nel 2003 ed è ancora fondamentale. Vede, i tavoli a due gambe non stanno in piedi. Serve almeno una terza gamba. Non esiste un sistema economico basato solo sulla domanda interna per beni di consumo e solo sull’export. Serve anche la terza gamba, fatta dalla domanda pubblica per opere pubbliche finanziate con eurobond. E’ quello degli eurobond anche un modo per indicare che non c’è solo il profitto privato, ma anche il bene comune.

Il governo italiano sta per adottare un decreto per la tutela della proprietà di aziende strategiche (difesa, sicurezza, energia, trasporti, comunicazioni) Qual è il suo commento?
Il mio presunto colbertismo, oggetto di damnatio, torna e si afferma in una specie di neonazionalismo economico imposto dalla crisi.

Un’ultima domanda: lei ha insegnato a Parma. Che ricordo reca con sé?
Di Parma e della sua Università ho un ricordo straordinario. Venivo da Macerata. Se l’incarico da professore incaricato a Macerata, ottenuto nell’anno accademico 1974/1975 per me era stato fantastico, era a Parma, ai primi degli anni ’80, che avevo la mia prima “cattedra”. Anzi, addirittura, la direzione dell’Istituto di finanza di Giurisprudenza. Soprattutto degli studenti, oltre che dei colleghi, ho un buonissimo ricordo. Spero che anche loro l’abbiano di me!

www.cacopardo.it

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