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"Mostri normali": quando il killer è il tuo vicino

"Mostri normali": quando il killer è il tuo vicino
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Laura Frugoni


«Ogni vita è una canzone, è una poesia. Le vite che abbiamo qui narrato sono melodie interrotte all'improvviso a metà di un ritornello, poesie a cui qualcuno ha riscritto l'ultima strofa».
Il sigaro tra le labbra, quell'aria perenne da ragazzaccio (nonostante la barbetta sale e pepe) che non rinuncia mai alla battuta al vetriolo, il suo libro fresco di stampa sottobraccio. Così Luca Ponzi, fidentino classe 1965 - è planato in Gazzetta - dove ha lavorato tanti anni e «la considero ancora un po' mia»,  ha scritto nella dedica in sovracopertina.
Stavolta, però, è Ponzi a stare «di là»:  tocca a lui subire l'interrogatorio del cronista che gli chiede conto della sua saga padana di «Mostri normali» (casa editrice Mursia, collana Gialli italiani irrisolti).
Dodici omicidi che hanno avuto come sfondo la placida Emilia Romagna dagli anni Settanta fino a ieri, finali atroci di esistenze dove gli assassini restano ombre. Delitti irrisolti di mostri normali.
Ma normali perché?
«Il nostro mestiere è raccontare le cose di cui la gente parla e la cronaca nera è un modo di esplorare l'essere umano, osservarne gli angoli più bui», riflette Ponzi. In 28 anni di carta stampata e giornalismo televisivo ha attraversato vari ambiti, ma lo stile dello scarpinatore che domanda, cerca e  fruga è rimasto lo stesso.
Villette quiete di provincia, strade di campagna orlate dai canali, la monotonia apparente della pianura padana: è qui che si annida la banalità del male?
«Tra tanti casi ho scelto di ripercorrere quelli che mi “prendevano” di più, mi sembravano in qualche modo originali. In realtà solo alla fine ho trovato quel fil rouge che li univa: nel centro Italia si ammazza per il potere, al sud c'è la mafia, in Toscana l'esoterismo. E qua da noi? Non si capisce da dove arrivi questa energia che porta ad ammazzare. “Quel sangue che impasta la terra”, per dirla con il titolo illuminante del libro di Guccini e Macchiavelli».
Lontani anni luce dai killer in doppio petto e silenziatore: questi assassini li immagini con le ciabatte e la pancetta del tuo vicino di casa, scrive Ponzi. Nipoti un po' strani, bulletti di periferia, per cui «ti chiedi da dove abbiano trovato la forza tremenda di sferrare un fendente, di vuotare il caricatore di una pistola, di strozzare in gola l'ultimo grido a una ragazza». 
Casi ripercorsi e ricostruiti fin nei dettagli minimi dal segugio di Fidenza. Ma si diventa neristi per caso o per passione?  «In effetti il mio esordio è stato casuale, da collaboratore della Gazzetta mi occupavo di sport: l'ho sfruttata perché era uno spazio libero - non ci sono orari e alla fine nessuno la vuol fare - e col tempo mi ci sono appassionato. Ho acquisito competenze quasi meccaniche, che poi viene naturale spendere: dalla Gazzetta alla Rai ho applicato lo stesso metodo ma in un contesto più ampio».
Perché un cronista decide di scrivere un libro? «Me l'ha chiesto il collega Moroni che è il direttore della collana. Mi incuriosiva. Da un lato mi sono detto: “ok, non sarà così difficile”, dall'altro avevo un insoluto nella mia vita professionale, per una volta volevo riuscire a fare un lavoro più meditato e un po' meno in presa diretta». 
Una catena di morti senza colpevoli: impressionerà soprattutto il fatto che la giustizia rimane una chimera. «In effetti, stupisce quanto un'indagine ancora possa essere depistata, come troppo spesso sia affidato ancora tutto all'intuito. In questi anni la polizia scientifica ha fatto progressi enormi, ma nella soluzione di un caso la componente umana resta assolutamente determinante».
Cosa s'aspetta il giornalista Ponzi dallo scrittore Ponzi? «Che questo libro aiuti un po' chi lo vorrà leggere a capire cosa c'è dietro un'inchiesta, ad evitare i processi sommari: dietro ogni vittima - e anche dietro ogni carnefice - c'è una rete di affetti di cui non si può non tener conto. Il nostro mestiere ha bisogno di essere riabilitato: non siamo certo noi giornalisti la parte peggiore di questa società. Il mio libro vuole essere un riconoscimento a chi questo lavoro lo fa tutti i giorni e la stampa di provincia dimostra senz'altro la professionalità più alta».
Nella prefazione c'è scritto che un cronista di nera non può essere cinico: non rimane, tuttavia, proprio questo il rimprovero predominante? «Il distacco è la capacità di gestire le emozioni e quello ci vuole, altrimenti rimani travolto. Il cinismo, invece, è l'incapacità di provarle, le emozioni».
Oggi dilaga la cronaca in formato talk show: rischiamo l'overdose?  «Quei  penosi siparietti di investigatori ed esperti improvvisati fanno avanspettacolo sul dolore. Un cronista di nera è un'altra cosa: vuole raccontare una storia - ed è quello che ho cercato di fare in questo libro: mi sono attenuto ai fatti, li ho messi in fila per accompagnare il lettore verso una soluzione plausibile - e ci sta che in certi casi si giochi un po' di astuzia per riuscire a portare a casa un'intervista. Per raccontare il dolore degli altri ci vuole rispetto. E noi il fardello dei dolori altrui finiamo per portarcelo sempre un po' addosso».

Domenica 25, alle 18,30, il libro sarà presentato alla Feltrinelli di via Repubblica

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