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Dalle pareti alla penna: ecco "Mangart"

Dalle pareti alla penna: ecco "Mangart"
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 Leonardo Sozzi

D alle pareti alla penna. Le dita che ti tengono attaccato al mondo o che battono su una tastiera di un pc per raccontare.  Una vita aggrappati alla roccia, a caccia di appigli -   con  la legge di Newton che non sta dalla tua parte -  e poi il suo vero talento, come ammette   consapevole, l'ha messo in un libro. Come se avesse arrampicato solo per passione - e  per «portare a casa la pagnotta», come dice lui, avesse creato la più importante palestra di roccia italiana -  e scritto per fare sul serio.
 Andrea Gennari Daneri, classe 1965, fondatore, editore  e direttore di «Pareti»  - la principale rivista italiana di alpinismo  e arrampicata  - e  ideatore del «Pareti Sport Center» di Parma (incredibile, in uno dei posti più piatti del paese, la Pianura Padana...), mostra la copia del suo primo romanzo come  a dire: ecco cosa veramente so fare. 
Dopo il Romagnosi, l'Università a Milano (si laurea nel 1992 in Scienze Politiche all'Università del Sacro Cuore, allievo di Gianfranco Miglio) e le vacanze estive con la famiglia in Val di Fassa. «Credo di essere stato fortunato. I miei genitori non mi hanno fatto seguire il binario canonico alla ricerca del posto di lavoro, ma quello della passione. Ed è giusto così: una persona si forma veramente se ha la possibilità di fare quello che  più gli piace», spiega Andrea. 
Sulle Dolomiti i genitori  capiscono che ama «stare attaccato alle rocce» e  gli permettono  di fare un corso di alpinismo. E' il 1982. «Ho cominciato a girare le montagne dal solo, con le poche  e imperfette conoscenze che avevo acquisito». Tante solitarie sui picchi dolomitici, quindi il corso di ghiaccio con il Cai di Parma  e la fortuna di conoscere Alberto Rampini (che per anni ha guidato la scuola del Cai parmigiana). Poi la conquista di una parete dopo l'altra - aprendo nuove vie - con vari compagni ma mantenendo però la passione per le «solitarie», anche invernali. 
Il 1988  segna la vita  di Andrea. Mentre in Vallaccia sta aprendo una  nuova via, il compagno di cordata cade. Saltano   le protezioni e l'amico «vola» per  40 metri. Se la cava - incredibilmente -  solo con qualche giorno in ospedale. «In quell'occasione  - ammette  - mi sono   sentito un po' meno invincibile. Mi sono o trovato faccia a faccia con la morte. Così per diversi anni mi sono buttato solo sull'arrampicata sportiva, dove  le condizioni di sicurezza sono completamente diverse. E  ho scoperto  questa grande passione». Diventa uno tra i migliori arrampicatori italiani, entra anche nella nazionale, scrive articoli  e realizza anche  «Train», il libro di allenamento per l'arrampicata più venduto in Europa. Nel frattempo canalizza la sua passione verso un lavoro che gli permetta di mantenersi, fondando  la prima rivista italiana di arrampicata («Pareti», ideata nel '94  con il salese Pietro Amighetti, con prima uscita nel '96) e  poi  - passando dalle rudimentali pareti artificiali  presso alcune palestre parmigiane  -  con l'inaugurazione, nel maggio del 2006, del moderno centro sportivo di San Pancrazio.
Ora un romanzo con la montagna sullo sfondo. Dove chiodi, moschettoni e «portaledge» (la speciale tenda per bivaccare in parete) sono solo una scusa per raccontare una storia. O meglio, un intreccio di storie e di vite da leggere tutto d'un fiato. Un giallo tra slavine e  voli in elicottero. Neve che cade incessante  e pallottole. La scalata di un alpinista solitario al monte friulano «Mangart», la guerra di Bosnia, l'inverno. E la vita di paese, gli amori, le gelosie e le vendette. Dove la drammaticità delle vicenda si intreccia con la descrizione lieve, ma acuta, dei personaggi, spesso velata di ironia. 
«Ho sempre avuto questa grande passione per la montagna - dice - ma sono sempre stato subliminalmente consapevole che quello non era il mio vero talento. Ho capito che  scrivere storie era quello che sapevo fare meglio». Lo fa negli articoli sulla rivista  e intanto pensa e comincia quello che poi diventerà «Mangart».
 La scrittura è immediata, efficace, cinematografica. Ed è un  libro con l'«anima». «L'ho cominciato circa 15 anni fa. Dopo un anno ero però arrivato ad un binario morto. La conclusione non l'avevo ancora in testa. Poi un giorno, mentre guidavo, ho avuto il flash di come sarebbe dovuta finire. Ho ripreso il testo e  in 10 mesi l'ho riscritto completamente. Una volta capito che era ultimato, mi sono affidato ad un'agente e una casa di editing di Milano. E sono stato fortunato: ho trovato Chiara Beretta Mazzotta di Puntozeta che, partita per fare il normale lavoro di giudizio del romanzo, ha capito che era un lavoro valido. Ci abbiamo lavorato sopra con entusiasmo». Poi il confronto con gli editori e la decisione  («Anche perchè a me piace avere tutto sotto controllo ed essere padrone dei miei successi e dei miei errori») di  utilizzare la propria casa editrice per pubblicarlo, «Pareti e Montagne». 
Quanto c'è di te in Fulvio Ferrari, l'alpinista solitario protagonista del romanzo che si trova coinvolto nell'avventurosa vicenda? «C'è un po' di me  in tutti i personaggi della storia - risponde Andrea -. Nell'abitudine alla solitudine, nella passione per le solitarie di Fulvio è abbastanza chiaro. Ma anche negli altri. Per fare un libro devi mutuare dalla tua esperienza». Il pilota di elicotteri innamorato di una  giovane ragazza, il meccanico geloso «inadeguato» all'amore che cerca vendetta e poi si pente, l'agente dei servizi segreti  italiano che aveva forzatamente rinunciato alla «prima linea» per aver visto troppo, ma cha ha ancora il fiuto del «cacciatore». Probabilmente in tutti loro c'è qualcosa di Andrea. Forse anche nel rozzo agente iraniano  o nell'ex combattente serbo. 
 Nel romanzo ci sono  anche la strage di Ustica (meglio non svelare nulla) e la tragedia del Cermis («Una vicenda che mi ha colpito molto. Insomma: non si vola con una aereo sotto una funivia facendola cadere e poi la si passa liscia»). Ma soprattutto la guerra di Bosnia. Una tragedia avvenuta solo  sull'altra sponda dell'Adriatico che però poco ci ha «toccato». «E pensare che  ha coinvolto gente assolutamente come  noi. Sono successe cose medievali in epoca moderna, a due passi da casa nostra», aggiunge Andrea.
Le ispirazioni?  «Frederick Forsyth  è quello che mi è sempre piaciuto. Tra gli italiani, per esempio,  Brizzi, travolgente, e poi Guccini-Macchiavelli, dove mi ritrovo nel raccontare i ''piccoli'' personaggi di paese». Come il maresciallo dei carabinieri Caruso, entrato controvoglia in una vicenda più grande di lui. Ma anche la musica di Ivano Fossati (Andrea, nello studio di San Pancrazio, ha  tastiera e  chitarra e non sono lì  a prendere polvere).
«Ognuno di noi ha uno o più talenti.  E non è detto che questi talenti corrispondano esattamente alla cosa che più ti piace nella vita, perchè a volta il talento è pigro oppure fa paura, come faceva paura a me», scrive Andrea sull'ultimo numero di  Pareti. Ora  - tra «fortuna e umile caparbietà» - è  riuscito ad andare a braccia  aperte verso quello che «davvero so fare», uscendo «dal guscio delle mie paure»   scrivendo  una storia ricca di umanità,  suspance,  un finale travolgente. E neve, tanta neve.   
 
 
  

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