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Chiara, dal mobbing al licenziamento: "Mai visto un soldo di quelli dovuti"

Chiara, dal mobbing al licenziamento: "Mai visto un soldo di quelli dovuti"
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 Su una cosa la titolare mantenne la parola alla sillaba.  «I soldi, ammesso tu li veda mai, te li farò piangere», le sibilò.  E lei, licenziata e sottoposta a massicce dosi di mobbing,  soldi non ne ha visti. Ha visto sentenze  che imponevano alla controparte di reintegrarla, di pagarle il dovuto. Ma queste parole sono a loro volta affogate nelle lacrime, perché in concreto nulla è seguito.

I tempi della legge non sono quelli delle bollette, del mutuo, delle rette scolastiche delle figlie e delle spese per mettere insieme il pranzo con la cena. I tempi sono scanditi dalle difficoltà che questa quarantenne lavoratrice straniera, a Parma  da vent'anni  e con la cittadinanza italiana, madre separata di una ragazza di 16 anni e di una di 11,  ha affrontato  e affronta ogni giorno. «Mi sono mangiata tutti i risparmi: vivo di prestiti, grazie alla generosità e alla comprensione di amici e familiari».
  Chiara (il nome è di fantasia) ha un passato di impiegata nel campo delle assicurazioni, delle telecomunicazioni e dell'informatica. «Sono brava a fare ogni cosa con l'informatica; anche i cespiti schivati da tutti. Ho sempre lavorato sodo, come dimostrano le mie referenze», assicura, in un italiano immune da cadenze straniere. «Nel 2008 ero dipendente di un'azienda in crisi. Così, accettai la proposta di lavoro della presidente, anch'essa straniera, di una cooperativa di servizi che aveva la sede sullo stesso piano». Fin da subito, ci fu qualcosa che lasciò perplessa Chiara. «Iniziai a lavorare il 2 maggio, ma fui assunta il 13». La sorpresa vera, però, venne dal contratto. «Ero tenuta a svolgere, “in caso di necessità”, mansioni diverse da quella impiegatizia. Ma mi fu garantito che era un “contratto tipo” e mai sarebbe stata applicata quella clausola».
    In effetti, per un paio d'anni, la vita trascorse serena. Fino al marzo del 2010. Quando, per una questione di carattere privato, che - stando al racconto della lavoratrice - di certo esulava dai compiti previsti dal contratto, ci fu la svolta. Da quel momento «non ero più brava a svolgere il mio lavoro - ricorda Chiara -. Dall'ufficio, mi ritrovai in magazzino a spostare bancali, a utilizzare il muletto senza una patente». La clausola era entrata in vigore, la «necessità» era diventata quotidiana. Un venerdì, lei non ne poté più. «Dissi che mi prendevo un giorno di ferie,  e ne avremmo riparlato lunedì».
    Ma quel giorno, all'arrivo in ufficio,  trovò la serratura cambiata, e per risposta, alla sua sorpresa, una laconica spiegazione: era stata licenziata. La causa fu immediata, veloce il rientro in azienda stabilito dal giudice del lavoro. «Ma sulla mia scrivania mancava il telefono, e al pc era stata cambiata la password. Chiesi che cosa avrei dovuto fare. “Niente” risposero». Poco dopo, il 21 maggio, una lettera le annunciò che sarebbe andata in una delle fabbriche che comprano manodopera dalla ditta di Chiara. «Non ci trovo nulla di male: per mantenermi agli studi ho fatto le pulizie. Ma, assunta come impiegata, un demansionamento così forte ho fatto fatica ad accettarlo».
 Il malessere si trasformò presto in malattia. «Avevo un'ernia e una forte gastrite. Fu un'estate d'inferno. Spendevo tantissimo in analisi e cure; le mie bambine hanno dovuto fare le vacanze lontane da me, perché non riuscivo a seguirle come avrei dovuto. Essere in malattia comporta anche un forte danno economico: per contratto vengo pagata solo al 50 per cento dello stipendio e, con un mutuo da 600 euro al mese, vi lascio immaginare la mia situazione economica».
Il 2 luglio, dovettero intervenire i carabinieri. «Fui aggredita dalla mia titolare e da tre colleghe: meno male che il giardiniere intervenne in mia difesa», ricorda lei, che riportò lesioni per 15 giorni di prognosi. Seguì una denuncia, seguì la depressione. «Non riuscivo ad alzarmi da letto e avevo il terrore di tornare al lavoro, cosa che però feci al più presto. E mi  trovai anche senza scrivania: la mia era stata data a una delle mie assalitrici». Poi, di nuovo il lavoro in fabbrica. Da uno stipendio netto di 1.200 euro al mese, Chiara si trovò a percepire 6,92 euro all'ora.
Il 29 novembre 2010 subì un infortunio. «E in dicembre - racconta la donna - la titolare mi lasciò a casa, perché non sapeva dove mandarmi. Mi ha tolto 64 ore di lavoro come ferie non retribuite. La stessa cosa a gennaio, quando mi sono trovata una busta paga di 550 euro; a febbraio di 416, a marzo di 353, ad aprile di 355. Per tutto il mese di maggio non ho lavorato nemmeno un giorno, e continua così fino a oggi, nonostante ogni settimana invii una mail ricordando la mia disponibilità immediata.  Dopo maggio ho dovuto bloccare il mutuo: mi chiedo quanto mi costerà. Adesso non so più cosa fare, visto che non riesco a trovare un altro lavoro e devo cercare di tirare avanti».
   E tirare avanti, ossia prendere tempo per far «piangere quei soldi», è stata la strategia della controparte. «La sentenza del giugno 2011 imponeva che mi fossero corrisposti 6.800 euro (lo stipendio da dicembre 2010 a giugno 2011), che ancora non ho visto. Il mio avvocato s'è anche rivolto all'ufficiale giudiziario, ma la controparte s'è opposta. Così, la questione è tornata al giudice, che aveva fissato l'udienza per il 16 marzo 2012: proprio uno dei giorni in cui gli avvocati sono scesi in sciopero. La prossima udienza è per il 20 luglio». 
Per lei, che per il  2011 ha un Cud da 5.300 euro («insufficiente anche per chiedere le detrazioni»), è una data lontana. «Capisco i tempi della giustizia - dice  - ma la mia è una famiglia monogenitoriale, con due figlie piccole. E non lavoro né percepisco né uno stipendio». Tre mesi e mezzo: un tempo infinito, a doverlo riempire con le lacrime. 

 

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  • Massimo D'Angeli

    17 Aprile @ 22.02

    I soggetti in causa NON sono le singole persone, ma le singole AZIENDE: esse sono malate. L'ho scritto in un recente studio presentato il 23/1/2012 alla Camera con il PDM, pubblicato nel mio blog "Massimo D'Angeli psicologo"

    Rispondi

  • filippo biasotti

    17 Aprile @ 14.18

    di queste "brave persone" ce ne sono molte di più di quelle che immaginiamo anche nella nostra "bella e rispettosa" parma va tanto di moda chiamare "collaboratori" i dipendenti, fa tanto schick tra le amiche in società poi però quando una collaboratrice ha bisogno perchè, per esempio, ha un figlio a casa malato e all'asilo non lo vogliono tutti i nodi saltano al pettine i diritti sindacali a volte sono tali solo sulla carta forza chiara!

    Rispondi

  • Francesco

    17 Aprile @ 13.33

    Io avrei messo i nomi veri, perlomeno quello della ditta. Tanto per far conoscere alla gente qualcuno dei bravi imprenditori italiani. Purtroppo l'italiano in generale che si trova sopra ad altre persone tende a schiacciarle...certo, non tutti per fortuna ma la maggior parte è così.

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  • katiatorri

    17 Aprile @ 11.57

    le leggi sono spesso fatte dai rappresentanti di questi proprio per fare i propri interessi,o crediamo ancora alla favola per cui un operaio o un precario hanno gli stessi diritti di un industriale?

    Rispondi

  • marta

    17 Aprile @ 08.51

    non è accettabile. La legge deve fermare questi delinquenti. Chiara se mai ti arriverà questo messaggio ti dico forza non mollare!

    Rispondi

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