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Il soldato di Salò e il partigiano: una Liberazione per due divise

Il soldato di Salò e il partigiano: una Liberazione per due divise
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di Roberto Longoni

Fu Liberazione per il vincitore, che sfilò cantando per le vie di Ravenna  strappata ai tedeschi. E  fu Liberazione anche per lo sconfitto: marciò a testa bassa fin oltre il filo spinato di un campo di concentramento, ma  libero, questo sì, da una divisa indossata tra i dubbi. Perché rispondendo alla chiamata alle armi della Repubblica sociale Lodovico Terzi fece solo ciò che gli altri s'aspettavano da lui. A scegliere, invece, fu Ernesto Matteucci, che già a un professore in orbace aveva detto  chiaro in faccia di non amare Mussolini, anzi d'odiarlo. Lui, che non mise nemmeno l'uniforme da balilla: figuriamoci se si sarebbe poi vestito da combattente per il Duce. «Poté decidere: gli erano stati dati gli strumenti per farlo» dice Terzi, ricordando come il padre di Matteucci fosse stato costretto a riparare due anni in Francia per le sue simpatie socialiste. Entrambi  ripetono che «a quell'età, a 18 anni, a scegliere sono le famiglie: sia che si faccia ciò che vogliono o il contrario, per ribellione adolescenziale». Le famiglie,  il caso, le circostanze: quanti ragazzi d'allora avranno dovuto farci i conti, tirati per i capelli dall'8 settembre.
Partigiano Matteucci, ex  ufficiale dell'Armata Graziani Terzi: nati a distanza di due giorni l'uno dall'altro, nel luglio del 1925. Storie parallele su fronti opposti. Storie diventate libri. «Io c'ero» (Editoria Tipolitotecnica) quello del garibaldino. «Due anni senza gloria» (Einaudi) quello del soldato di Salò, ufficiale d'artiglieria sul colle di Cadibona, nel Savonese, a distanza di sicurezza dalla guerra. Senza gloria,   come a dire: c'ero anch'io, ma ne avrei fatto  volentieri a meno. I due reduci si sono incontrati l'altro ieri per la prima volta. Fosse avvenuto 67 anni fa, sarebbe stato piuttosto uno scontro, anche se Terzi s'era  giurato che mai avrebbe rivolto l'arma contro un altro italiano. Matteucci questo non poteva saperlo: avrebbe potuto essere lui a sparare per primo. «E allora avrei dovuto reagire» allarga le braccia l'altro. Quasi gemelli e nemici e poi sotto la stessa bandiera dopo la guerra. Con l'ex partigiano diventato funzionario di partito (stretto collaboratore di Togliatti, Scocimarro e Di Vittorio) e Terzi  impegnato nelle sezioni del Partito comunista.

Siete mai stati coinvolti in scontri con altri italiani?
Terzi
«No, io riuscii a mantener fede alla mia parola. Arrivai ad ammutinarmi, a Bellano, quando con i miei commilitoni dovevo essere impiegato in un rastrellamento. Trovammo un compromesso: restammo di riserva in un'azione che non ebbe conseguenze. Non sono mai stato costretto a sparare contro quelli che sarebbero diventati i miei compagni. E questo proposito era condiviso con tanti che avevano aderito alla Rsi. Come mio cugino Paolo, che morì a Nettuno, combattendo contro gli americani».
Matteucci «Non mi sono mai scontrato con soldati della Rsi, anche se è capitato che ci sparassero contro dei cecchini con questa divisa. Io ero nella Ventottesima brigata comandata dal leggendario Bulow: la guerra l'ho fatta tutta, partecipando anche alla liberazione della pineta di Ravenna che gli inglesi volevano radere al suolo. Nella  compagnia della quale ero commissario politico, l'Ottava, di 13 che eravamo siamo rimasti sette. Abbiamo sempre avuto a che fare con i tedeschi».
T. «Credo sia doveroso fare una distinzione, a proposito delle truppe repubblicane.  Da una parte c'era l'esercito regolare, l'Armata Graziani, dove di fanatici ne ho conosciuti ben pochi. Dall'altra le bande di torturatori ed estremisti che si nascondevano dietro la retorica fascista per compiere nefandezze. I partigiani si sono scontrati soprattutto con loro. L'Armata Graziani è stata coinvolta in maniera minima nel conflitto. Aveva un significato soprattutto politico e serviva anche a evitare che altri giovani finissero tra i partigiani».

Lei, Terzi, stava per farlo.
T. «Ci provai una notte, sgusciando dalla tenda durante il campo estivo della Scuola allievi ufficiali allestito a Velo d'Àstico, dopo che l'Accademia di Modena era stata bombardata. Ero con Alvaro, un amico dell'Abetone. Il nostro tentativo fallì, ma nessuno degli altri quattro della tenda ci denunciò: anche questo la dice lunga sulla convinzione ideologica dei commilitoni. Alvaro riuscì a unirsi ai partigiani pochi giorni dopo, io invece fui frenato dalle lettere di mia madre. Lei aveva eletto i figli a custodi del senso dell'onore e degli ideali del marito, segretario nazionale degli ingegneri,  morto il 23 luglio del 1943. Ma chi può dire che cosa avrebbe detto mio padre  dopo l'8 settembre? In realtà, la cultura della nostra borghesia era permeata di principi liberali. Una cosa è certa. Mio padre era una medaglia d'argento della Grande guerra: il sentimento instillato dalla sua generazione fu quello di disprezzo nei confronti degli “imboscati”».
M. «Storie speculari anche in questo: mio padre combattè nella Grande guerra».

Credete ci sia stata una vera pacificazione dopo il 1945?
T. «La politica della pacificazione fu perseguita dai più illuminati. Tra questi Togliatti, che nell'immediato dopoguerra promulgò l'amnistia, anche superando forti resistenze interne al Pci. Sul tema della riconciliazione, si spinse perfino a scrivere sull'Unità lettere ai “fratelli in camicia nera”».
M. «Quello della Resistenza è un periodo  che presenta ancora lati oscuri. Perché ci sia una vera pacificazione, è necessario sia fatta chiarezza. E' importante che ci siano iniziative libere da ogni retorica e dai pregiudizi che permettano di spiegare ciò che è stato. Bisogna superare le vendette. E ricordarsi che se abbiamo questa repubblica, pur se zoppicante, è perché c'è stata la lotta partigiana. Invece, se avessero vinto gli altri, non si sa dove si sarebbe andati a finire».

Perché il dopoguerra è stato così lungo? C'è chi dice che non sia ancora terminato.
M. «Dipese dalla guerra fredda e dalla divisione dell'Italia sulla base di due ideologie contrapposte. E poi sembrava che la Resistenza l'avessero fatta solo i comunisti. Non è vero:  fu una guerra d'unità nazionale. Che coinvolse vari settori del nostro Paese, come la Chiesa. Basti pensare che molti nostri partigiani si sono salvati proprio grazie ai preti».

Ma l'unità ebbe vita breve. Anzi, pochi anni dopo, era il 1949, l'attentato a Togliatti portò sull'orlo di una nuova guerra civile.
M. «Noi, appena saputo dell'attentato, occupammo la prefettura e la questura di Ravenna, bloccammo i carabinieri. I partigiani erano ancora tutti armati allora. Fortunatamente, Togliatti fu presto fuori pericolo e la situazione non degenerò».

E lei, Terzi, che cosa avrebbe fatto?
T. «Allora ero molto amico di Alberto Malagugini, avvocato comunista poi eletto deputato e giudice della Corte costituzionale. Aveva più esperienza e contatti di me: sarei stato al suo fianco».

Da mesi divampa una polemica per una lapide messa alla Villetta, poi distrutta da ignoti, in memoria dei caduti di Salò.
M. «Se qualcuno ha messo una lapide, bisogna rispettarla. Dopo tanti anni di democrazia, non ha più senso una contrapposizione di questo tipo. Il passato dovrebbe averci insegnato qualcosa».
T. «Sono d'accordo. Sarei stato contrario, se invece si fosse trattato di una lapide ufficiale. I morti vanno lasciati in pace. In ogni caso. è anche una questione di buon gusto. Non si va in un cimitero a rompere una lapide».

Entrambi avete scritto libri sulla vostra esperienza. Perché?
M. «Ho due nipoti. Uno, in particolare, l'ho iniziato a 8 anni alla lirica. Era  il caso di raccontargli anche altre cose».
T. «“Due anni senza gloria” l'ho scritto per caso, non proprio per un bisogno interiore. Ma il mio amico Carlo Fruttero (che definisce il libro “un capolavoro”, ndr) in “Mutandine di chiffon” raccontava questi fatti in modo sbagliato, attribuendomi anche un atteggiamento un po' esaltato. Ho voluto fare chiarezza. Per poi dedicare il libro ai miei nipoti e ai giovani».

Qual è la vostra lezione?
T. «Qualunque discorso vero, che non menta, è un insegnamento di tolleranza. Si deve cercare il più possibile di guardare senza pregiudizi. Ma, anche se, privatamente, ognuno può pensare quel che vuole, bisogna ricordare che la nostra Repubblica  è fondata sui valori della Resistenza e sulla Costituzione: altrimenti si perde l'orientamento. E comunque, il passato va chiuso lì, ed è il 1945 e non il '43 la fine della guerra».
M. «La storia va raccontata tutta e bisogna riconoscere anche gli errori. Quel periodo offre anche un grande insegnamento. E i giovani devono pensare che non solo c'è stata una guerra, ma anche un dopoguerra che ha portato alla ricostruzione. Si discuteva, ma anche si lavorava insieme. E insieme ci siamo risollevati dalle macerie. Io ho fatto una proposta. Siamo rimasti pochi, e sarebbe bello che il provveditorato ci facesse parlare  nelle scuole. Tempo fa il Comune, per un mese mi mandò alla Coruzzi. L'interesse dei ragazzi era tale che il nostro incontro settimanale durava quasi sempre il doppio». Segno che la Resistenza resiste. Al di là della retorica e dell'oblio, al di là del grigiore del presente (forse anche rafforzata  dal confronto). Segno che c'è voglia d'ascoltare e capire, finché qualcuno potrà dire «Io c'ero». Con o senza gloria.

.Ernesto Matteucci
Io c'ero
Romagnolo  di Massa Forese, Ernesto Matteucci è da una quarantina d'anni a Parma con la moglie Anna (dalla quale ha avuto i figli Gino e Vladimiro). E' stato  presidente della Corale Verdi ed è vicepresidente del Comitato anziani. Di famiglia socialista, fu commissario politico con il comandante Bulow. Finita la guerra, fu a Botteghe Oscure e con la Cgil: amministratore per Togliatti, Scocimarro, La Torre e Di Vittorio. Con un lasciapassare di Togliatti, andava e veniva dall'Est, con i dollari di Mosca per il Pci. Nelle campagne elettorali in Sicilia, al suo passaggio  i preti suonavano le campane, le donne tiravano pietre. In Barbagia, un gruppo di latitanti lo «rapì» per fargli fare un «comizio» in una grotta.  Negli anni 60, diede vita a società di import-export e all'Italturist e all'Ente turistico lavoratori italiani. Quindi, fu ad delle terme di Bacedasco. Nel 1970, l'inizio della vita «privata», da geometra. «Io c'ero», il suo libro di memorie (in vendita alla libreria Azzali), è stato premiato con il  «Pennino d'oro» e il «Premio Libertà» da Veltroni in Campidoglio.

 

.Lodovico Terzi
Due anni senza gloria
Discendente di un'antica famiglia parmigiana, Lodovico Terzi vive a Vigevano con la moglie Angela. Finita la guerra da ufficiale della Rsi e scontati i sei mesi di prigionia, s'iscrisse alla Normale. Intanto, cercò lavoro come boscaiolo in Lunigiana.  «Ma dissero che avevo le mani da signorino» ricorda. Presto, si dedicò a  ciò per cui era nato. Amico di Giulio Bollati (che gli fece conoscere il marxismo e i testi liberali di sinistra), di Luciano Foà, Carlo Fruttero e Franco Lucentini (ha salvato entrambi dalle correnti del mare versiliese), è stato consulente editoriale e traduttore (di Swift, Stevenson, Defoe e Dickens, tra gli altri). E' stato vicecaporedattore per «Panorama» di Lamberto Sechi. Ha pubblicato «L'imperatore timido», «I racconti del casino di lettura», «L'autonecrologia di Jonathan Swift», «Un'occasione d'amore» e «Due anni senza gloria», nel quale narra la sua guerra dopo l'8 settembre. Non una giustificazione né un'autocritica, ma un documento di grande spessore storico e umano.

 

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commenti 9
  • tex

    26 April @ 15.18

    @Gianluca Pasini SIg. Pasini mi piace molto il termine "caparbia insensatezza" ,mi porta alla mente quelli che non vedono l'ora di mostrare le loro bandiere del Partito Cominista ad ogni occasione. Complimenti il termine calza a pennello. Grazie.

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  • Matteo

    26 April @ 13.47

    La parte sbagliata, Pasini, è la sua che continua a speculare su un fatto di 70 anni fa per cercare di far credere che ci sia una parte buona ed una cattiva. E' aberrante notare come dietro le sole, vacue parole non si sia mai in grado di estendere un concetto; è un vivere di rendita senza accorgersi di aver esaurito il credito.

    Rispondi

  • francesco brundo

    26 April @ 12.28

    Anche oggi si fa la resistenza, contro i soprusi dello Stato che si comporta come un dittatore, solo che prima sapevamo chi era, ora tutti si comportano male e non sappiamo mai chi è stato ! perchè nessuno dice di esser Stato. non è cambiato molto, sempre la solita musica...

    Rispondi

  • Gian Franco Spotti

    26 April @ 10.41

    Certo che questi due sono stati scelti con il lanternino. A dire il vero è molto più deludente il "repubblichino" del partigiano. Praticamente ha scelto di stare dalla "parte sbagliata" ma senza convinzione, quasi disgustato. Siamo davanti ad un filone nuovo: il "repubblichino" che va d'accordo col partigiano purché sia pentito della sua scelta, insomma un mezzo partigiano mancato. Alla faziosità e alla mistificazione non c'è mai fine! Roba da nausea!

    Rispondi

  • lele

    26 April @ 00.30

    @Gianluca Pasini.E=mc2 ha significato assoluto.Anche nella storia!

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