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Era partito a fine luglio, come tanti vacanzieri. Ma con una meta ben diversa: Khartoum, capitale del Sudan e di una zona ricca soprattutto di problemi. Avevamo incontrato Andrea Tozzi pochi giorni prima della partenza (vai all'articolo). Ed ora sta regalando ai lettori di gazzettadiparma.it  un diario che è allo stesso tempo uno spaccato di una realtà a noi lontana, una confessione sui momenti di nostalgia per Parma, ma anche e soprattutto il racconto di una esperienza che può trasmettere qualcosa a noi tutti. (Nella foto: giovani volti a Wau)

SECONDA PUNTATA

Cara Parma, ti scrivo…
… per raccontarti qualcos’altro di questa mia esperienza in terra d’Africa. Il lavoro da svolgere qui è davvero abbondante, tanto quanto è entusiasmante, e non mi lascia il tempo di farmi vivo con la frequenza che avrei voluto. In queste ulteriori settimane di vita in Sudan ho raccolto tanti spunti che mi piacerebbe condividere con te. Alcuni leggeri, di costume; altri più seri, che fanno riflettere. Dato che l’altra volta sono stato un po’ “enciclopedico”, nel presentarti Khartoum ed i progetti di cui mi occupo, oggi opto per un soggetto più frivolo, ma che credo possa fornirti un’idea precisa di come funzionano le cose qui a livello burocratico. Voglio raccontarti di come ho ottenuto la patente di guida sudanese.
 Devi sapere che qui la burocrazia è molto farraginosa, l’inefficienza degli uffici pubblici raggiunge livelli molto alti. Figurati che pochi giorni fa un’intera sezione di un ministero è rimasta chiusa tutto il giorno perché alla sera era prevista l’inaugurazione di un nuovo edificio. Dipendenti tutti a casa a prepararsi per l’evento… Oppure potrei raccontarti di quella volta in cui da un altro ufficio hanno risposto ad una nostra lettera chiedendoci di scrivere loro una lettera in cui chiedere loro di scrivere una lettera per un altro ufficio. Per non parlare poi dell’importanza delle conoscenze, non dico per ottenere un vantaggio (di questo ne sappiamo qualcosa anche noi in Italia, no?), ma anche solo per ottenere un’informazione.
Questa situazione fa sì che tutte le organizzazioni internazionali che operano in Sudan arruolino personale locale in qualità di “Liaison Officer”, letteralmente “Addetto al collegamento” (con gli altri uffici); in poche parole, una o più persone che si occupino di “sbrigare” le mille pendenze burocratiche che le istituzioni sudanesi richiedono, in termini di visti, permessi, autorizzazioni, documenti, accordi e quant’altro. Il fatto è che, dato che le procedure sono così lunghe, quando ottieni ciò che hai chiesto è già il momento del suo rinnovo. E via che si riparte. Certo, è anche un modo per creare posti di lavoro, ma a quale prezzo per l’efficienza della macchina statale…
Ma veniamo alla vicenda che ti ho accennato prima. La patente di guida. Il Liaision Officer del VIS è il mio collega Aamir. Aamir in realtà è molto di più di questo: partecipa alla gestione della casa-ufficio in cui vivo e lavoro, si occupa delle spese correnti, è il fondamentale traduttore negli incontri in cui la controparte non conosce l’inglese (io con l’arabo sono praticamente a zero…), e, soprattutto, è la persona su cui posso contare ad occhi chiusi in questo ambiente che per tanti versi per me è ancora sconosciuto.
Dato che l’utilizzo dell’auto è fondamentale qui a Khartoum se vuoi cercare di risparmiare tempo e se vuoi evitare di rimanere intrappolato nel traffico all’interno di un taxi rovente, e dato che non sempre Aamir ed io ci muoviamo insieme, è molto importante avere la possibilità di guidare. Per cui, poco dopo il mio arrivo in Sudan, gli ho gentilmente chiesto di informarsi circa i documenti necessari a questo scopo. La risposta dell’apposito ufficio è stata: patente internazionale per i primi tre mesi di permanenza, poi obbligo di conversione in quella sudanese. Nessun problema, ero attrezzato. Il tempo è trascorso veloce in questi mesi, così solo recentemente ci siamo preoccupati della conversione. Secondo le informazioni in nostro possesso doveva essere questione di un giorno. E qui inizia il bello.
Il primo giorno ci hanno comunicato che la patente internazionale non era considerata un documento valido per la conversione (nonostante ci sia anche la traduzione in arabo), perché facilmente falsificabile. Ma come? In Sudan il codice stradale è de facto a libera interpretazione, ci sono persone che guidano senza patente, e non considerano valido un documento internazionalmente riconosciuto, lo stesso con cui ti hanno consentito di guidare fino al giorno prima? Va beh, pazienza, torniamo in ufficio e ci ripresentiamo il giorno dopo con la patente italiana.
Non è sufficiente. La patente italiana va tradotta. Ma è anche per questo che esiste quella internazionale! Per tradurre quella nazionale! “Ma quella è falsificabile…”. Pazienza, Aamir sapeva dove trovare la forse unica traduttrice arabo-italiano di Khartoum, così abbiamo provveduto a quanto richiesto. Naturalmente siamo dovuti tornare il giorno dopo a ritirare la traduzione. Poi siamo andati all’Università di Khartoum per farla certificare. Ok, tutto in regola. Torniamo all’ufficio di polizia stradale. Ora però dobbiamo compilare un modulo in arabo con i miei dati. E la fila per ottenerlo è troppo lunga per pensare di rimanere. Rimandiamo al giorno successivo.
Ci presentiamo finalmente dal Colonnello, colui che approva ufficialmente le pratiche. Sorpresa: devo sostenere un esame della vista e un test psicologico. Ma non dovevano semplicemente convertire la patente? Pazienza, ci mettiamo in coda con gli altri. Ma in cosa potrà mai consistere un test psicologico per la patente? In arabo poi… Con Aamir al mio fianco mi siedo di fronte all’esaminatore, che è molto cortese, ma non ha assolutamente l’aria di essere uno psicologo. Le domande sono le seguenti: “Che giorno è oggi?”; “In quale mese ci troviamo?”; “E in quale anno?”. Ok, test superato. Io e Aamir ci scambiamo un sorriso e passiamo alla coda successiva, dove le persone, anziché attendere in piedi, sono sedute sulle sedie e slittano in avanti, cambiando sedia, mano a mano che la coda avanza, il tutto al ritmo dello schioccare di dita del poliziotto che controlla la situazione. Sul tabellone luminoso, invece delle lettere, ci sono delle specie di ferri di cavallo di varie dimensioni e tu devi indicare con la mano in quale verso sono orientati. I caratteri sono molto più grandi rispetto a quelli cui siamo abituati noi; inoltre nessuno controlla che tu stia realmente coprendo uno dei due occhi. Anche questo esame fila dunque via liscio.
Abbiamo perso molto tempo per questa pratica, ma era troppo importante per pensare di desistere. Pazienza. Torniamo dal colonnello convinti di ottenere la firma definitiva. Troppo facile. Siamo in Sudan. La novità è che devo sostenere sia l’esame teorico che quello di guida. Ma come?? Non dovevo semplicemente convertire la patente?? Se decidevo di chiederla ex novo quale sarebbe stata la differenza? Le nostre proteste non servono a nulla. Eccoci spediti in un altro edificio per ottenere l’abilitazione.
Fortunatamente è possibile sostenere subito il test. Bene. “Parla l’arabo?”. “No”. “Allora niente da fare, i computer sono dotati solo di un software in arabo”. “Aamir può tradurre per me”. “Non è possibile, il test è individuale”. “Quindi?”. “Deve effettuare il test su un modulo cartaceo in inglese”. “D’accordo”. “Il modulo non è disponibile”. “E quando lo sarà?”. “Provi domani”. Altre proteste inutili. Altro giorno perso.
Senza molta fiducia ci ripresentiamo l’indomani. Il modulo ovviamente non c’è. Cosa facciamo? Niente, ci indirizzano verso gli ufficiali più alti in grado, che stanno assistendo a prove pratiche di guida di alcuni esaminandi. Uno di loro scrive qualcosa sui nostri documenti. Ci ripresentiamo in sala computer. Ci spiegano che anche se accettano Aamir come traduttore, non avrei comunque il tempo materiale per rispondere, perché la domanda scade dopo trenta secondi. E quindi? Siamo vincolati all’arrivo di un modulo che forse neanche esiste? Finalmente un colpo di fortuna. Mossa della disperazione di Aamir che approccia il Colonnello (non quello di prima) proprio pochi secondi prima che questi richiuda la porta della sala dietro di sé.
Il Colonnello si dimostra fortunatamente un uomo flessibile, ed ordina ai sottoposti di consentirmi di svolgere l’esame al computer con Aamir come traduttore. Il Colonnello stesso farà da garante e valuterà il tempo a disposizione per la risposta. Sui segnali stradali me la cavo abbastanza bene (l’unico errore è su suggerimento dello stesso Colonnello!!). Le domande sui comportamenti da tenere sulla strada non hanno immagini di supporto, per cui per Aamir è molto più difficile tradurre le domande in tempo utile. Il Colonnello, probabilmente capendo che è paradossale che io non ottenga la patente mentre nel traffico di Khartoum se ne vedono di tutti i colori, inizia a suggerirmi le risposte; le ultime addirittura ho la sfacciataggine di chiedergliele espressamente. Ormai è evidente che l’esame è diventato una farsa. Ma nessuno si azzarda ad obiettare. Lo stesso ufficiale che pochi minuti prima ci aveva respinto in malo modo, ora scherza con noi. In fondo, se sta bene al Colonnello…
Manca l’esame di guida. Che ovviamente si tiene molto lontano da dove siamo. Da Khartoum ci spostiamo ad Omdurman, la sua città gemella. Sotto una tettoia di iuta sorretta da pali di legno malfermi una trentina di persone ammassate si riparano dal sole cocente. Gli ufficiali di polizia si fanno attendere ben oltre l’orario previsto. Quando finalmente arrivano ci suddividono in tre file, da cui vengono scelti i quindici esaminandi, quasi tutti dalla fila uno. Noi siamo nella tre. E gli altri? Chiediamo spiegazioni, ci rispondono in modo non molto convincente che i prescelti attendevano l’esame da parecchio tempo e non si può eccedere il numero previsto. Dobbiamo tornare il giorno dopo. Ancora una volta. Ma non più ad Omdurman, bensì di nuovo a Khartoum, nello stesso posto dove ho sostenuto l’esame di teoria.
Eccoci l’indomani puntuali all’appuntamento. Ma ovviamente non ci sono auto disponibili quella mattina. Dobbiamo aspettare il pomeriggio e tornare ad Omdurman. La fine di questa storia sembra non giungere mai. Stavolta niente file, tutti accalcati intorno all’auto degli ufficiali. Perché ieri in un modo e oggi in un altro? E chi lo sa. Aamir ha capito che chi primo arriva meglio alloggia e praticamente mi spinge dentro l’auto insieme ad altri esaminandi. Io attendo che salga anche lui, ma non glielo consentono. Dicono che non avrò bisogno del traduttore. Mi chiedo come farò a capire dove devo svoltare. Il mistero è presto svelato: anche l’esame di guida è una mezza farsa. Per ognuno di noi sono previsti non più di cinquanta metri in rettilineo. E basta. Ecco l’agognata firma dell’esaminatore.
Via di corsa verso Khartoum per ottenere l’ultima autorizzazione del primo Colonnello –  te lo ricordi? – quello che mi aveva imposto di fare l’esame. Quando mi vede si fa una ghignata; gli stringo la mano e corro alla cassa per pagare. Il cassiere chiude lo sportello proprio quando è il nostro turno. Solite inutili richieste di clemenza. Niente da fare. Purtroppo Aamir all’interno dell’ufficio di polizia stradale non conosce nessuno… Ancora una volta dobbiamo tornare il giorno dopo.
L’ultimo giorno tutto fila liscio. Pago, inseriscono i miei dati nel computer, mi fanno la foto, mi consegnano la patente. Beh, a dire la verità, proprio tutto liscio no. Per due volte Aamir aveva chiesto all’ufficio competente circa il costo della pratica. Alla cassa abbiamo purtroppo scoperto che il costo era più del doppio di quanto gli avevano detto, dato che sono straniero. “Ma è (doveva essere) solo una conversione!”. “Non importa”. Che fare a quel punto? Perdere altre ore a lamentarsi in un altro ufficio, in un’altra zona della città, con persone che ci avrebbero sicuramente risposto che Aamir aveva capito male oppure che dovevamo tornare indietro e spiegare al cassiere, che nel frattempo avrebbe chiuso lo sportello, che invece avevamo ragione noi? Bandiera bianca. Pazienza. Ho la patente, il resto non conta.
Scusa la lunghezza, cara Parma, spero tu non ti sia addormentata leggendo questo racconto, che mi auguro ti abbia strappato anche qualche sorriso. Aamir ed io ce ne siamo fatte tante di risate. Qui è così, ormai l’ho imparato. A volte ridi per non piangere. E poi, adesso che ho sbollito la rabbia, lo posso ammettere: in fondo è stato divertente.
Cara Parma, essendo vietato a Khartoum fare fotografie in luoghi pubblici, non posso inviarti un’immagine del traffico cittadino. Così ho scelto una foto che mi piace molto, anche se non c’entra nulla col racconto. È una casa di Wau, dove sono tornato recentemente per una missione. Volti come questi ti fanno dimenticare in un baleno tutte le cose che ti vanno storte (e ti assicuro che quaggiù sono tante). Ok, sono pronto per rituffarmi nelle strade di Khartoum.


Andrea

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  • Federico Allevi

    07 Novembre @ 08.42

    Soluzione: lasciamoli stare. Visto che si ritengono così abili e indipendenti, mentre sanno creare solo miseria, distruzioni, guerre, povertà e ingiustizia sociale ( e corruzione) , lasciamoli stare e occupiamoci dei bambini orfani italiani, o dei nostri anziani, o dei nostri poveri. E non venitemi a parlare del peccato originale del colonialismo e delle multinazionali. Qui non c'entrano nulla. Si tratta solo di attitudini determinate dalla loro culture e modo di intendere la vita. spediamo gli aiuti, e lasciamo che si amministrino da soli. Lo scrivo solo per non apparire crudele, perchè sappiamo tutti cosa accade nei porti quando arrivano le navi (se arrivano e non sono assaltate prima dai pirati), o quando giungono i fondi internazionli ( fiumi di denaro che si spartiscono le multuinazionali del finto noprofit). Tutte le nazioni ex-colonie hanno dimostrato di non essere in grado di passare dal medioevo ( o peggio) alla minima civiltà. Evidentemente sono destinati a rimanese come erano.

    Rispondi

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