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Pino Agnetti

 

Un commerciante di Galleria Polidoro, l’ultimo «santuario» delle baby gang nostrane, mi ha raccontato questo episodio. Entra di colpo un ragazzino - sedici anni a esagerare - e, con tono prepotente e ultimativo, gli fa: «Dammi una sigaretta!». Senza distogliersi dal proprio lavoro, il commerciante (che fra l’altro non fuma) gli replica calmo, ma secco, di «no». Al che, il ragazzino lo squadra torvo per un po’ prima di andarsene borbottando una sfilza di imprecazioni e di insulti. Fine della trasmissione? Macché. Trascorrono due o tre minuti ed ecco il minorenne tornare nuovamente alla carica. «Perché non mi hai dato la sigaretta? Tu mi hai offeso!». Il commerciante si rende conto che quella è una sfida. Una provocazione. Lanciata probabilmente dopo che il ragazzino si è consultato con i suoi pari età assiepati come al solito sui vicini gradini della galleria e, nel caso, pronti a dar man forte al compagno. Così, reprimendo l’istinto di prendere l’intruso per la collottola e di accompagnarlo fuori dal negozio senza tanti complimenti, l’uomo si limita a ripetere che non fuma e che «Guarda che non volevo offenderti. Ma tu perché devi prendertela con me? Cosa ti ho fatto?». E tutto finisce lì.
Domanda: e se quel commerciante avesse reagito diversamente? Se, pur senza voler torcere un capello a nessuno, avesse anche solo sfiorato il ragazzo o, più semplicemente ancora, avesse controbattuto con la stessa arroganza? La risposta la conoscete già. Senza bisogno che sia io a spiegarvela. Però, questa è diventata la vita - si fa per dire… - quotidiana di chi ha la sventura di avere un’attività, o anche solo di dover passare per i fatti propri da quelle parti (meno di cento metri da Piazza Garibaldi!), così come in molte altre zone più periferiche della città. 
Ed è proprio lo stillicidio ormai quotidiano di fatti purtroppo ben più gravi di quello appena descritto, ad allarmare. A occupare sempre più spesso le cronache della «Gazzetta». Vedasi la raggelante pagina, a firma Luca Pelagatti, che non più tardi di ieri dava conto delle gesta violente di due ragazzini rapinatori entrati in azione al parco Falcone. Entrambi poi «pizzicati», qualche ora più tardi, proprio sui gradini del prediletto «campo base» di Galleria Polidoro. E, nel caso almeno del maggiore dei due di origini sudamericane (a proposito: è possibile scriverlo senza beccarsi un’altra volta del «razzista»?), entrati a tal punto nella parte dal tentare addirittura nella stessa giornata un nuovo raid criminale ai danni, stavolta, di un’auto parcheggiata all’altro capo della città. 
Dobbiamo avere paura? Domanda del tutto inutile. Dato che è la città intera a vivere ormai nell’incubo di queste bande di giovanissimi. «Ai miei tempi non era così», sospira lo stesso commerciante di cui parlavo all’inizio. «Le bande esistevano anche allora. Ma ognuna ‘’presidiava’’ il proprio quartiere, un po’ come i famosi ‘’Ragazzi della via Pal’’ per intenderci. Nulla a che vedere, insomma, con la violenza pazzesca di oggi di questi gruppi che si spostano e colpiscono praticamente ovunque».
Se è così (e purtroppo è davvero così), allora non c’è più tempo da perdere. D’altra parte, ne abbiamo perso fin troppo. Ricordate Guri? Il 21 dicembre 2009, Guri (uno studente indiano di 18 anni) veniva ucciso con un fendente da un minorenne albanese all’uscita dall’Ipsia, proprio a pochi passi dalla scena dell’ultima impresa delle baby gang ducali. Che il coltello in tasca ce l’hanno ormai d’ordinanza, anche se per fortuna non sempre lo usano. Ed allora muoviamoci. Subito! Possibilmente, evitando di buttarla sul solito piagnisteo sociologico. Ma, piuttosto, cominciando a guardarsi dritti negli occhi con i diretti interessati. A scuola. A casa. Pure per strada. Giacché bisognerà pure che qualcuno vada a parlarci con i ragazzi di Galleria Polidoro. Con questa nostra agghiacciante e disperata «gioventù bruciata». Ma bruciata, sia chiaro, da un mondo - il nostro - il cui unico slogan anche qui a Parma è e sta diventando uno solo: «Vogliamo tanti soldi. E per i soldi siamo disposti a tutto».
Un commerciante di Galleria Polidoro, l’ultimo «santuario» delle baby gang nostrane, mi ha raccontato questo episodio. Entra di colpo un ragazzino - sedici anni a esagerare - e, con tono prepotente e ultimativo, gli fa: «Dammi una sigaretta!». Senza distogliersi dal proprio lavoro, il commerciante (che fra l’altro non fuma) gli replica calmo, ma secco, di «no». Al che, il ragazzino lo squadra torvo per un po’ prima di andarsene borbottando una sfilza di imprecazioni e di insulti. Fine della trasmissione? Macché. Trascorrono due o tre minuti ed ecco il minorenne tornare nuovamente alla carica. «Perché non mi hai dato la sigaretta? Tu mi hai offeso!». Il commerciante si rende conto che quella è una sfida. Una provocazione. Lanciata probabilmente dopo che il ragazzino si è consultato con i suoi pari età assiepati come al solito sui vicini gradini della galleria e, nel caso, pronti a dar man forte al compagno. Così, reprimendo l’istinto di prendere l’intruso per la collottola e di accompagnarlo fuori dal negozio senza tanti complimenti, l’uomo si limita a ripetere che non fuma e che «Guarda che non volevo offenderti. Ma tu perché devi prendertela con me? Cosa ti ho fatto?». E tutto finisce lì.Domanda: e se quel commerciante avesse reagito diversamente? Se, pur senza voler torcere un capello a nessuno, avesse anche solo sfiorato il ragazzo o, più semplicemente ancora, avesse controbattuto con la stessa arroganza? La risposta la conoscete già. Senza bisogno che sia io a spiegarvela. Però, questa è diventata la vita - si fa per dire… - quotidiana di chi ha la sventura di avere un’attività, o anche solo di dover passare per i fatti propri da quelle parti (meno di cento metri da Piazza Garibaldi!), così come in molte altre zone più periferiche della città. Ed è proprio lo stillicidio ormai quotidiano di fatti purtroppo ben più gravi di quello appena descritto, ad allarmare. A occupare sempre più spesso le cronache della «Gazzetta». Vedasi la raggelante pagina, a firma Luca Pelagatti, che non più tardi di ieri dava conto delle gesta violente di due ragazzini rapinatori entrati in azione al parco Falcone. Entrambi poi «pizzicati», qualche ora più tardi, proprio sui gradini del prediletto «campo base» di Galleria Polidoro. E, nel caso almeno del maggiore dei due di origini sudamericane (a proposito: è possibile scriverlo senza beccarsi un’altra volta del «razzista»?), entrati a tal punto nella parte dal tentare addirittura nella stessa giornata un nuovo raid criminale ai danni, stavolta, di un’auto parcheggiata all’altro capo della città. Dobbiamo avere paura? Domanda del tutto inutile. Dato che è la città intera a vivere ormai nell’incubo di queste bande di giovanissimi. «Ai miei tempi non era così», sospira lo stesso commerciante di cui parlavo all’inizio. «Le bande esistevano anche allora. Ma ognuna ‘’presidiava’’ il proprio quartiere, un po’ come i famosi ‘’Ragazzi della via Pal’’ per intenderci. Nulla a che vedere, insomma, con la violenza pazzesca di oggi di questi gruppi che si spostano e colpiscono praticamente ovunque».Se è così (e purtroppo è davvero così), allora non c’è più tempo da perdere. D’altra parte, ne abbiamo perso fin troppo. Ricordate Guri? Il 21 dicembre 2009, Guri (uno studente indiano di 18 anni) veniva ucciso con un fendente da un minorenne albanese all’uscita dall’Ipsia, proprio a pochi passi dalla scena dell’ultima impresa delle baby gang ducali. Che il coltello in tasca ce l’hanno ormai d’ordinanza, anche se per fortuna non sempre lo usano. Ed allora muoviamoci. Subito! Possibilmente, evitando di buttarla sul solito piagnisteo sociologico. Ma, piuttosto, cominciando a guardarsi dritti negli occhi con i diretti interessati. A scuola. A casa. Pure per strada. Giacché bisognerà pure che qualcuno vada a parlarci con i ragazzi di Galleria Polidoro. Con questa nostra agghiacciante e disperata «gioventù bruciata». Ma bruciata, sia chiaro, da un mondo - il nostro - il cui unico slogan anche qui a Parma è e sta diventando uno solo: «Vogliamo tanti soldi. E per i soldi siamo disposti a tutto».

 

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