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Spritz? A Parma lo bevono così...

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 Spritz! Spritz!»: certo non era simpatico a quell’oste a cui si rivolgeva con tono incavolato, insistente ma anche diffidente, per farsi allungare con un po' acqua il bicchiere di vino bianco. Troppo forte per i suoi gusti quel vino, gli faceva girare la testa. Gesticolava pure tanto per farsi capire da chi non parlava la sua lingua.  Se avesse saputo che quel miscuglio, indegno per i puristi del vino, sarebbe diventato così famoso cento anni dopo, in un’epoca tanto diversa, forse se la sarebbe tirata un pochino di più. Ma lì, in quell’osteria, non era un amico. E ci entrava con fucile e sciabola.

Nessuno sa chi sia quel soldato austriaco che pattugliava il Veneto, allora territorio dell’Imperatore dall’aquila bicipite, ma da quel momento anche i suoi commilitoni, che non amavano l'eccessiva gradazione alcolica del vino bianco, hanno iniziato a berlo diluito con l'acqua gassata (“spritzen” in tedesco vuol dire spruzzare): oltre ad essere meno forte era anche più dissetante. 
Più di cento anni dopo la musica (e i ritmi) è cambiata: stessa reazione stupita, però, per quel barista parmigiano che una decina di anni fa si è sentito chiedere, da un qualche studente veneto «Mi fa uno spritz?». La moda – ci scusino gli amanti del Martini, del Mohijto o della coppetta di champagne - del momento, in fatto di aperitivi, nasce in quella zona, nelle città di Venezia, Padova, Treviso o Trieste. Così recitano la leggenda e la tradizione. Impossibile non vedere nei bar di casa nostra, tra  ammiccamenti, risate, appuntamenti o divertimento - tutto quello che rende unico il momento dell’aperitivo - un bicchiere arancione nelle mani di qualcuno. 
Ah, ci eravamo dimenticati di sottolineare che in quei cent’anni qualcuno ci ha buttato l’occhio del business, trasformando l’Aperol da aperitivo dimenticato a must dell’«happy hour». Vino diluito, annaffiato, ma il gusto agrodolce di quella bevanda arancione piace. Eccome. Ciascun barista, però, ci mette del suo, in base a quello che vuole la clientela: quindi non insultate un barman se ve lo fa troppo dolce o troppo diluito, meglio specificare prima le proprie richieste. 
Non esiste una ricetta unica. Quella più legata alla tradizione, e inattaccabile, segna un 40% di vino bianco (il più richiesto è il prosecco), un 30% di acqua frizzante  e il restante 30% all’insegna della fantasia, e del gusto personale: si bevono spritz di ogni gusto (oltre all’Aperol si aggiunge Campari, Martini, Gin o altro), e colore. Stessa cosa per il portafogli o il bicchiere in cui è servito (non arricciate il naso se spunta un’improponibile bicchiere di plastica, ma la sicurezza al bancone merita pure questo), se qualche barista è troppo maleducato (basta girare i tacchi, i locali in questa città non mancano). 
Nessun trattato scientifico su questo aperitivo che ha conquistato i giovani. Ma la moda ha, a volte, una facciata fatta di numeri: nel weekend scivolano mediamente sul bancone di un bar circa 500 spritz, 90% quelli fatti con l’aperol, 6% con il Campari, 3% con la ricetta originale (vino bianco e acqua), 1% con il Martini. 
Il gusto, va ripetuto, è personale, come sull’onda del Martini cocktail «shaken not stirred», ognuno sceglie il suo e il barista ci mette del suo. 
La ragazza sa già cosa scegliere, ma anche l’indecisione fa moda, e dopo qualche secondo sorride: «Fammi uno spritz». 
Le amiche, come quei commilitoni che oltre un secolo fa parlavano la lingua di Maria Luigia, la imitano: «Anche a me». La cornice cambia, da un’elegante piazza Garibaldi, da un’invitante via D’Azeglio, una classica via Farini e una stuzzicante via Emilia (quante alternative vicine e oltre alla caotica tangenziale ci sono da provare), anche i prezzi si adattano (più o meno giustamente) all’atmosfera. 
Anche se il vino bianco con l’acqua, nelle nostre campagne, veniva messo nelle borracce da chi stava otto ore nei campi a lavorare. Non cento anni fa.
 
 

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