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Devianza giovanile e società

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 Marina  Vitali
Nessuna città o regione italiana è stata risparmiata negli ultimi tempi dal flagello del disagio giovanile, del bullismo. Tutti ricordiamo le cronache dei giornali  dei mesi e degli anni precedenti. Una catena infinita di atti di razzismo, di culto del sesso e della violenza, del disprezzo degli ideali democratici ai quali le persone della mia generazione sono state educate. Noi che abbiamo sentito raccontare in famiglia, dai nostri genitori, la desolazione dei bombardamenti alla nostra città, che abbiamo sentito dalla viva voce dei nostri familiari cosa abbia significato per un uomo, per una donna, per un anziano vivere in tempo di guerra, fin da bambini abbiamo posto la distruzione, la discriminazione, la negazione del diritto, nella categoria del non senso, dell’altro da noi.
Un forte distacco fra noi e chi accetta prepotenza e ingiustizia ha accompagnato un buon tratto della nostra vita e sinceramente pensavamo che tutto questo non avrebbe mai più  potuto toccare qualcuno dei nostri cari. Invece nella combriccola di adolescenti che ha estorto denaro a una ragazzina in una scuola della nostra città potrebbe esserci un nostro figlio,  uno dei nostri nipoti. 
 Se questa città vorrà aprire un dibattito  sul disagio giovanile dimostri di essere una città degna del livello nel quale è stata posta dall’opinione pubblica nazionale. Ci vogliono onestà intellettuale e umiltà per partire dalle cause dei problemi, anche se fa male. Inutile aprire dei tavoli, inutili le discussioni nei salotti televisivi, i dibattiti scaraventati sui giornali se alla fine ognuno cerca di tirare l’acqua al proprio mulino. Diciamocela, anche se fa male, la verità. I guai non risolti si riproporranno più grandi di prima. E’ proprio quello che è accaduto anche nel campo dell’educazione. La nostra è una deriva culturale se intendiamo la  cultura non solo in senso stretto ma come complesso di idee e comportamenti da tramandare di generazione in generazione. Ci si rende conto allora che gli stili prevalenti nell’attuale società sono contrari alle leggi costituzionali, ontologiche dell’uomo, le sole che permettono una solida costruzione della vita personale e sociale.
Se osserviamo attentamente anche le istituzioni nazionali e internazionali, troveremo orizzonti   settoriali, la promozione di soluzioni corrispondenti agli interessi immediati. Anche lì notiamo che ci si accontenta di acquistare posizioni, di ottenere vantaggi. Oggi  la cultura ha rinnegato se stessa e la sua stessa ragione d’essere non orientando la società verso strade giuste per il futuro. Manca un nuovo umanesimo che la sostenga, che spinga le potenzialità verso  interessi più generali.
Si può dire tutto e il contrario di tutto e, quel che è peggio, nell’indifferenza generale. Finché i media porteranno notizia di questo fatto di devianza giovanile, l’opinione pubblica rimarrà attenta, anche impressionata magari. E poi?  Si scivolerà ciascuno nei propri affari privati. Nella società che Bauman definisce «liquida», tutto è incerto e l’impulso immediato ha la meglio.  La massa informe costituita dai nostri giovani  l’ha creata la nostra cultura globalizzata e vuota di valori, con la  complicità di una maggioranza silenziosa, ammalata di pigrizia mentale. Ci siamo lasciati tutti inglobare dalle scelte operate da una minoranza mossa da interessi egoistici. I modelli diseducativi si sono propagati a macchia d’olio. Il consumismo unico modello di crescita economica e sociale, l’edonismo unico stile di vita. Il pensiero unico. Se vogliamo parlare di bullismo venga considerato come riflesso di un problema che sta a monte. La comunità educante è attualmente debole, disorientata. Mancano modelli, regole da seguire, figure di educatori capaci di assumersi una responsabilità forte e piena nei confronti delle giovani generazioni. La società civile poi, quella degli adulti, è allarmata, tardivamente, anche ipocritamente.  Quando il mondo degli adulti non ha cercato il denaro prima di ogni altra cosa? Quando è stata impedita la speculazione oltre il moralmente dovuto, oltre il lecito, con la complicità silenziosa del cittadino, magari solo disinformato o forse sfiduciato, deluso dalla corruzione della vita pubblica o dalla inettitudine della classe dirigente? Chiediamocelo noi adulti e rispondiamoci con sincerità. Poi va molto bene, come ha fatto sulla «Gazzetta di Parma» il sindaco Vignali, parlare di politiche a sostegno della famiglia e della maternità perché una società che non accoglie la vita nascente e che crea strutture per la morte porta in sé i germi dell’autodistruzione.  Ma sono gli esempi che contano. Cosa vedono di noi i nostri giovani?  Si è persa fiducia nella società e nella sua possibilità di assicurare un buon futuro alla gente.  La paura ha preso il posto della speranza, il pessimismo si è sostituito all’ottimismo. Non c’è più la voglia di agire con disinteresse e non ci sono più grandi visioni. E’ questa l’aria che respirano i nostri giovani, eppure noi ci stupiamo quando si lasciano andare trasformandosi in branco.
Proprio recentemente l’accademico di Francia Marc Fumaroli in  un'intervista rilasciata  al «Corriere», ha osservato che vi è un nocivo miscuglio post-moderno tra cultura alta e cultura bassa, portato dal «pop» di matrice americana, che ha condotto al declino l’Europa che un tempo fu terra ricca di  culture popolari, di tradizioni, di laboratori artigianali. Fumaroli investe direttamente  il nostro Paese, per l’immensità del suo patrimonio artistico, della responsabilità di guidare il vecchio continente a un nuovo Rinascimento. Un rilancio culturale affidato all’Italia per la simpatia attribuitale nel mondo, per la gioia e la bellezza profuse  abbondantemente dai suoi splendidi autori, pittori, scultori, architetti, attori, cantanti, musicisti. Nell’esporre la sua affascinante teoria, Fumaroli non manca di accennare alla connessione fra cultura e politica, perché molta parte del nostro patrimonio culturale è nata nelle cancellerie. La svolta spesso è arrivata  da piccole cose, da sconosciuti utilizzati nelle loro potenzialità di orientamento della società. A noi pare che non ci sia nemmeno bisogno di andare all’epoca delle Signorie e al Rinascimento per trovare dei laboratori politici in cui è abbondata conoscenza degli uomini, intelligenza, dignità, continuamente messe alla prova dalla realtà.   Non siamo molto fiduciosi che dallo sguardo di Fumaroli alla cultura italiana nasca un dibattito degno dell’importanza del tema.  Oggi il dibattito culturale ovunque è spento. Siamo diventati tutti un po’ più stupidi a forza di leggere, ascoltare, guardare cose stupide. Non ci sono più grandi visioni.  Anche l’Italia è in declino nonostante il suo Rinascimento, quello storico, già avvenuto. Il caso di Emanuele Filiberto, il Savoia ballerino che in TV tutti chiamano «principe», è il simbolo dello sbrindellamento degli italiani nei confronti della loro storia.  Benedetto Croce, a proposito della crisi del liberalismo - avvenuto nell’Italia giolittiana e che diede avvio ai miti nazionalistici e al fascismo - osservò che quello che mancò allora fu lo slancio ideale; il liberalismo, scrive Croce, fu  «una pratica e non una viva e intima fede».  Che non sia anche per noi la stessa cosa. Gli attuali deficit educativi potrebbero essere il risultato del tramonto di ogni fede morale, intellettuale, religiosa.  Si interpelli la società civile insieme ai nostri politici.


 

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