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Il dialetto? Anche i giovani lo parlano

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Natalia Conti
Capire quanto del nostro dialetto sia davvero insito nei ragazzi d’oggi non è facile, ciò che è certo è che a dominare incontrastato, è il termine «nàdor».
Che sia usato come segno di scherno o semplice sfida, non c’è giovane che non lo usi come se appartenesse alla pura lingua italiana.
Il dialetto dei giovani
 Del dialetto, infatti, i ragazzi usano soprattutto termini sarcastici e provocatori, perché meno comprensibili da chi ne diventa il soggetto.
«Non sono di Parma, ma lo capisco - rivela Alfonso Zappia, 15enne del Liceo scientifico Ulivi -. A volte tra ragazzi durante una lite o una discussione, usiamo qualche termine in dialetto. Sembra più incisivo e si capisce meno».
Spesso però, pare non siano solo i giovani a sfogare i loro momenti di rabbia usando il dialetto.
«Pur sentendolo parlare soprattutto da mia nonna, - spiega il 16enne, Francesco Mazzaschi, del Marconi - capita che quando i genitori ti devono rimproverare lo facciano in dialetto».
Il veicolo? La famiglia
 Nonostante il nostro vernacolo sia di casa, usato soprattutto dai nonni che portano alta la loro tradizione, c’è però chi non lo usa come Beatrice Tosini, 15enne dell’Ulivi.
«Lo conosco perché in casa capita che si parli in dialetto, - dice Beatrice - ma a parte qualche termine o frase come “vagh à magnär” o “co’ fät” non lo uso. A volte, però, è più rapido e spontaneo».
Anche Allegra Pattera, quasi coetanea del Marconi, il 17 enne Michele Taverna del Melloni e la 15enne del Romagnosi, Maria Giulia Pangrazi, sono dello stesso avviso.
«A parte alcune frasi che si sentono normalmente come “dagh-a-drè” o “co’ dit”, - conferma Maria Giulia - non sono un’esperta».  «Con i nonni succede di sentirlo parlare, -  aggiunge Michele - ma normalmente non mi capita di usarlo». Anche salendo con l’età, il risultato non cambia. Lo conoscono e lo sentono parlare, ma a parte le frasi che vanno per la maggiore, non lo utilizzano quotidianamente.
«Ci sono delle parole che si sentono spesso come “dabón” o “co’ vót, - dicono in coro Matteo Zanlari e Nicolò Baratta, studenti del Romagnosi di 19 e 18 anni - ma quelle si sanno perché ormai le usano tutti». Tra chi non si sente competente in materia, come Giuseppe Imperato, 16enne del liceo socio pedagogico che si ritiene un autodidatta per quel poco che conosce, c’è invece chi con il dialetto non ha nessun problema e ne è un vero esperto perché lo sente parlare quotidianamente come il 16enne Mattia Dall’Asta dell’ Ulivi, Matteo Pissarotti, 19 enne del Melloni che si definisce «campanilista» e Giorgia Capacchi, 15enne del liceo linguistico Marconi. «La famiglia di mio padre è della montagna -  racconta Giorgia - quindi da sempre lo sento parlare e lo conosco bene». Effettivamente sembra che uscendo dalla città, l’uso del dialetto sia più frequente.
«Quelle poche frasi che conosco -  dice Rossana Caramia, 14 anni, dell’ Ulivi - le sento da mio fratello più grande. La sua compagnia è di ragazzi di montagna e loro lo usano molto di più».

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